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84 Charing Cross Road – David Hugh Jones [1987]

23 agosto 2013

Prendimi l’anima

84 Charing Cross Road

Una donna di mezz’età è una fervida amante dei libri e in particolar modo delle pubblicazioni inglesi della seconda metà dell’Ottocento. Sfortunatamente per lei è residente nella New York degli anni ’40 e il reperimento di tali volumi è sufficientemente difficoltoso. Inizia così una fitta e sempre più personale corrispondenza con un libraio commesso in una fornita libreria londinese.

Il collezionismo è una passione che, prima o poi, in grande o in piccolo, contagia molte persone. È inutile ripercorrerne la storia, bensì è ben più utile evidenziare come esistano due tipi di oggetti collezionabili: da un lato esistono gli oggetti che possono vantare una benché minima utilità, mentre dall’altro ci sono gli oggetti totalmente inutili, prendipolvere amorevolmente o maniacalmente accumulati nel corso degli anni con il solo scopo di arricchire una determinata collezione. I libri, per fortuna, fanno, nella maggior parte dei casi, parte della prima categoria, quella degli oggetti almeno parzialmente utili. Il collezionista di libri può custodire libri per il solo gusto estetico, ma difficilmente la maggior parte dei libri che compongono una libreria personale, per grande o piccola che sia, sono frutto di ricerche meramente estetiche.

Il libro è dunque una fonte d’informazioni che, per varie ragioni, trasuda, a seconda dell’edizione e del suo pregio o della sua storia, fascino. Tra lettore e collezionista di libri la differenza spesso non è poi così marcata cosicché quando un comunissimo lettore si avvia alla ricerca di un libro per il suo contenuto, non cercherà che l’edizione più gradevole da possedere, da sfogliare, da leggere semplicemente o persino da annotare.

84 Charing Cross Road

Helene Hanff era una scrittrice. Non troppo di successo e dunque nemmeno troppo facoltosa, eppure amava leggere libri. Negli States, patria del consumismo, imbattersi in abbordabili edizioni di libri del secolo precedente non era consuetudine, dunque quando dalla lontana e fascinosa Inghilterra le iniziano a spedire edizioni rilegate e con coperta in pelle, la vorace miss Hanff entra nel tunnel senza via d’uscita della ricerca compulsiva di testi introvabili appartenenti a quel periodo storico e a quel luogo geografico così distante ma così tanto sognato e ammirato proprio attraverso le pagine lette, rilette, consumate.

Seppure la corrispondenza con i suoi calorosi fornitori di libri dal Vecchio Continente si fece sempre più insistente, la possibilità di visitare direttamente quei suoi angeli custodi della letteratura non l’ebbe mai o quasi. Lei non poteva fare altro che continuare a immaginare, persino nella corrispondenza epistolare, esattamente come nei libri, ciò che accadeva aldilà dell’oceano, le reazioni di chi gestiva quel paese incantato, ancora dotato di re e regina, e neppure le facce di quei topi da biblioteca sempre al suo gradito servizio. E i profumi? E i colori? E quel caotico disordine dove ogni cosa è sempre e comunque al posto in cui deve essere? Alti scaffali in legno alti fino al soffitto pieni zeppi di libri, di ogni epoca, ogni autore, ogni colore, ogni materiale, dove gli appassionati librai inglesi non mancano mai di bere il tè delle cinque, a costo di allestire una cucina nello scantinato, anch’esso affascinantemente invaso dagli stessi libri che qualche lettore collezionista prima o poi, forse, chissà, sarebbe andato a cercare.

La fantasia ha rinvigorito, giorno dopo giorno, la vivacità di quella corrispondenza durata quasi vent’anni, il fascino del mistero del quale gli stessi protagonisti della vicenda erano portatori.

La ricerca del libro è il pretesto per il contatto epistolare oppure quest’ultimo è un gradito corredo alla forsennata e mai doma volontà di scovare nuovi tomi da consultare e possedere?

84 Charing Cross Road

Non importa rispondere a questa domanda, così come non importa il ceto sociale, il grado d’istruzione, e in fondo nemmeno i lineamenti del viso e il tono della voce di chi contribuisce a fare di tutto ciò un momento d’indimenticabile e indispensabile evasione dalla stancante e noiosa routine quotidiana, che sia costui l’autore del libro oppure chi lo ha consegnato nelle nostre mani.

Insomma, se a metà degli anni ’80 questo mondo sorpassato da una trentina d’anni e che si riferiva a sua volta a un mondo esistito con un altro mezzo secolo di anticipo, sembrava già facente parte di un momento aureo, tenero e delicato come un dolce sogno, cosa dovremmo dire noi oggi, spettatori e lettori del ventunesimo secolo? Non solo il collezionismo di libri si è esteso clamorosamente con i nuovi mezzi di comunicazione rendendo la ricerca di un libro più facile ma un po’ meno diretta e affascinante, non solo i libri vengono letti sempre meno e rimpiazzati da metodi di fruizione delle informazioni sempre più freddi e rapidi, non solo i libri stampati da trent’anni a questa parte sono materialmente scadenti ai limiti dell’usa e getta, ma a noi, comunicatori degli anni Duemila, non è nemmeno più rimasto il fascino della comunicazione epistolare. Internet ci garantisce collegamenti con l’altra parte del globo in un millisecondo, ci permette di accedere a infinite informazioni, ci permette di scrivere parole come queste e condividerle con lettori come voi che, ed io ve ne sono ben grato, siete arrivati sino a questo punto della lettura dell’articolo, eppure internet ha un po’ ucciso il fascino della comunicazione a distanza, azzerando o quasi i tempi di attesa e la matericità di quello scambio, dove persino un semplice foglio di carta scritto a penna costituiva motivo d’interesse, di sottile e spesso inconsapevole feticismo nei confronti della persona che quella lettera l’aveva toccata, scritta e vissuta prima di donarla a noi, destinatari non solo del pensiero ma anche del prodotto sensorialmente tangibile di quel tempo a noi dedicato. Dunque qui non si rinnega la nuova comunicazione bensì, bisogna ammetterlo, dopo la visione di questo film non si può che provare un po’ di nostalgia per quelle belle vecchie macchine da scrivere, se non addirittura per quei bei fogli di carta, che, senza inondare le nostre facce di radiazioni e onde luminose, sapevano egualmente calamitare le nostre fantasie, quasi come la tela per un pittore, luogo dove è possibile concretizzare e fissare ciò che noi e solo noi possiamo vedere nell’oniro, nel trasognante mondo delle nostre immaginazioni, speranze, illusioni.

84 Charing Cross Road

Il film stimola tutto ciò e ben altro, e la storia d’amore platonico tra i due protagonisti non è che la notazione a margine di un romanzo autobiografico scritto da un’amante, che sia di oggetti o di esseri umani.

Purtroppo agli elogi, che potrebbero tranquillamente continuare per un paio d’altre pagine se non di più, bisogna affiancare i limiti del film. Bravo Anthony Hopkins nel suo ruolo da libraio inglese, anche se la più brava sulla scena è Anne Bancroft, straordinaria nel delineare l’ironica, appassionata e po’ isterica figura della protagonista, newyorkese fino al midollo per molti versi ma per altri ancora straordinariamente vittoriana.

È il regista a deludere con una messinscena mai incisiva dal punto di vista visivo, né luministico né di montaggio o quant’altro e che, anzi, laddove prova l’azzardo rischia di distruggere [e in parte ci riesce] quanto di buono aveva [non] fatto. Il riferimento è ai momenti, radi ma più che sufficienti, quando la protagonista, alle prese con le sue lettere, si rivolge allo spettatore guardando e ammiccando direttamente nella macchina da presa. Dal momento in cui siamo distanti anni luce dagli sguardi in macchina di una Anna Karina qualsiasi della nouvelle vague francese degli anni Sessanta e dunque non serve spezzare schemi cinematografici pre-esistenti con il solo scopo di stravolgerli e ri-fondarli, qual è l’utilità di quelle scene se non cercare di strizzare l’occhiolino verso uno spettatore che si dovrebbe sentire così ancora più coinvolto nelle vicende? Il regista dimostra in un istante tutta la sua superficialità nel trattare l’intero tema, rompendo con questo triste espediente il magico incanto d’una fiaba realisticamente possibilistica e palesandone tutta la sua finzione. Proprio nel momento in cui lo spettatore è immerso idealmente tra alte pile di straordinarie edizioni finemente rilegate elegantemente appoggiate dentro al negozio-scrigno locato all’84 di Charing Cross Road a Londra o accatastate in un monolocale della Grande Mela, quegli sguardi in macchina sgretolano ogni fantasia rigettandoci a due mani sulla poltrona del cinema o sulla sedia del nostro salotto.

84 Charing Cross Road

84 Charing Cross Road rimane comunque uno dei pochissimi film a tema profondamente bibliofilo e tutto ciò non può che essere ammirato e apprezzato. Se solo i nostri giovani e cari registi, al giorno d’oggi, sapessero lasciarsi nuovamente affascinare da certe passioni potremmo, se non guadagnare necessariamente in grandi opere d’arte cinematografica, perlomeno ricavarne in affascinantissime storie in cui lasciarsi serenamente coinvolgere.

8

Danilo Cardone

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Sguardo Nel Vuoto – Scott Frank [2007]

21 agosto 2013

Fosforo

Sguardo Nel Vuoto

Un ragazzo azzarda a guidare a fari spenti nella notte in una buia strada di campagna. Incidente. Due suoi cari amici muoiono e lui rimarrà psicologicamente scioccato. Un amico cieco e la volontà di riscatto lo porteranno a esiti inimmaginati…

Da discreto sceneggiatore a discreto regista il passo è breve.

Scott Frank decide comunque di compierlo, rischiando e il rischio non è nemmeno dei più semplici. Questo film che apparentemente potrebbe sembrare un ensemble di storie già viste in altri film e che in definitiva si rivelerà più o meno tale, contiene un cuore psicologico di raffinata delicatezza.

Il problema sta proprio qui: uno sceneggiatore nato e cresciuto in quel di Hollywood, quante possibilità ha di giocare efficacemente sulla psicologia in un film pseudo-thriller che si fonda attorno a una rapina in banca?

Tra palate di retorica e ricorrente senso di déjà vu il film riesce comunque ad articolarsi in due fasi distinte e interconnesse tra loro. La prima è quella dell’incidente invalidante e del racconto dei disturbi ereditati da quella evitabile fatalità. Questa sezione è un po’ noiosa, irta di luoghi comuni e di facili patetismi discretamente celati dietro a trovate da cinema pseudo-indie. Il risultato non è negativo, ma nemmeno positivo. Insomma, il cinema che vorremmo vedere è ben altro.

La seconda parte non è meno retorica con quella rapina in banca andata male e le dovute conseguenze. Ciò che convince è come crescano di pari passo ritmi ed approfondimento psicologico. L’azione si movimenta [che in un film di questo tipo è fondamentale] e, per contrasto, la difficile situazione psicologica ed emotiva del protagonista si ingarbuglia sempre di più alimentando i devastanti sensi di colpa che lo tormentano, e trascinando con sé uno spettatore impossibilitato a reagire ai soprusi ricevuti, tanto quanto li subisce il protagonista stesso.

Sguardo Nel Vuoto

C’è sempre un velo di delicatezza in questo film. C’è una sensibilità che traspare con frequenza sotto la coltre un po’ plastificata del prodotto finale, e questo è sicuramente apprezzabile. Le prese in giro e gli inganni perpetrati dal personaggio cattivo della situazione, una sorta di Lucignolo cresciuto, non convincono fin da subito lo spettatore, e questo perché il regista dissemina le scene d’indizi che se da un lato tolgono la perfetta immedesimazione con la consapevolezza dei fatti del protagonista, dall’altro lato aumentano una tensione psicologica che altrimenti latiterebbe a fronte di un plot forse un po’ sconnesso ma di fatto molto semplice.

Anche i personaggi secondari concorrono a infondere umanità alle situazioni. Il poliziotto con la moglie incinta, il cieco convivente del protagonista, l’amante mendace ma in fondo sincera. Insomma, personaggi classici, giustapposti per far commuovere chi guarda il film. Malgrado ciò c’è quella sensibilità che ricorre, anche e soprattutto grazie [e per colpa del] caso che, seppur con un montaggio sufficientemente pietoso, restituisce un certo senso di forzata spontaneità nei rapporti umani.

Più che il regista sono bravi gli attori, a partire da Joseph Gordon-Levitt, un po’ troppo ripetitivo in questo tipo di film che tanto gli vanno a genio, ma in fin dei conti abbastanza sopportabile. Discretamente valido è anche Matthew Goode, lontano dalla tutina kitsch indossata in Watchmen ma anche distante dalla efficacissima prova attorale fornitaci nel bel Match Point di Woody Allen. Il più bravo di tutti è però, senza ombra di dubbio, l’esperto Jeff Daniels nei panni del cieco amico del protagonista. La parte è piccola e forse il regista/sceneggiatore poteva imboccargli qualche battuta in più, eppure Daniels sa rendere credibile il suo personaggio tramite un’interpretazione personale che appare quasi fuori luogo quando deve pronunciare battute di basso livello, come gli capita verso il finale del film.

Buona colonna sonora.

Sguardo Nel Vuoto

Sguardo Nel Vuoto è un film che si può guardare senza troppi problemi. È una di quelle produzioni che non sono in grado di entusiasmare e che non si riguarderanno in un futuro breve. C’è però qualcosa di valido, una certa empatia con il personaggio protagonista, che può valere il tempo della visione.

6,5

Danilo Cardone

Ricky, Una Storia D’Amore E Di Libertà – François Ozon [2009]

23 luglio 2013

Amore sacro, amor profano

Ricky, Una Storia D'Amore E Di Libertà

Un bambino nasce e gli crescono le ali.

François Ozon, insolitamente scevro da qualsivoglia sfumatura omosessuale, delinea un’opera crudamente raffinata che nulla risparmia all’occhio dello spettatore e che al contempo lo accompagna in ambienti realisticamente onirici.

All’uscita nelle sale non tutta la critica apprezzò l’opera. Da un regista così poliedrico che a ogni film affronta un genere differente senza mai stravolgerne le regole eppure creando opere di sensibile caratura, nessuno sa mai bene cosa aspettarsi. Chi travolse Ricky con le più aspre critiche fu però il pubblico, diviso tra chi si aspettava un Ozon più intellettuale e chi leggendo la trama si è portato in sala con l’aspettativa di una sottospecie di horror pomeridiano. Sbagliarono un po’ tutti. Il film non è affatto un horror bensì più un dramma esistenziale, se proprio lo si deve infilare forzatamente in qualche categoria, così come non sembra rapportabile a precedenti nella filmografia dell’elegante regista francese.

Ricky è una storia complessa che si sviluppa, quasi sboccia, proprio nel momento in cui anche al neonato sbocciano le sue mobili protuberanze, mai celate all’occhio dello spettatore. Dalla prima metà realista ambientata tra una fabbrica spersonalizzante e una casa fatiscente in un sobborgo parigino, si passa alla più pura astrazione, al più folle dei risvolti. La bravura di Ozon straripa nel tagliare i tempi, accelerando vertiginosamente il ritmo del cuore del film che ingabbierà lo spettatore così come farà con il piccolo tenerissimo mostro, l’abominio, il nuovo Elephant Man, potenziale fenomeno da baraccone con la coscienza dell’oltre-uomo nietzschiano, di un Gesù Cristo dalle ali caravaggesche in grado di decrisalizzarsi per natura, ovvero vocazione divina.

Costui, l’essere, scompare [dalla culla] e riappare [in cielo] come il Salvatore fuggì dal suo sepolcro per ri-apparire dopo tre giorni, anima risorta che con il corpo non fa altro che stupire, affascinare, ammaliare.

Ricky, Una Storia D'Amore E Di Libertà

Nel film, nella seconda metà, ogni logica e ogni buon senso si volatilizzano per lasciare spazio alla preparazione materiale, dura e a tratti apparentemente demenziale [ci si diriga al reparto surgelati di un buio supermercato], prologo per l’apoteosi poetica dell’amniotico prefinale e del finale stesso, inno sacro alla famiglia.

Dal canto suo, il muto redentore, non fa che seguir la sua vocazione straordinariamente non curante di tutte le attenzioni che l’amorevole madre e l’ancor più amorevole sorellina gli dedicano, andando all’istintiva continua ricerca della luce, dell’aria aperta di una libertà che è dovuta a ognuno di noi. E non è infatti un caso se al primo volo [filmato dalla macchina da presa] si dirige subito verso il cielo, una finestra chiusa con la quale si scontra ancor prima di essere in grado di definirla.

I genitori, carcerieri della propria creazione e delle proprie insoddisfazioni, svendono il proprio corpo [via un figlio avanti un altro] e il piccolo freak, alla massa, allo spettacolo, al pubblico ludibrio ma non alla scienza, come fosse l’ultima invenzione tecnologica da mostrare per fare invidia agli amici, come un giocattolo, un palloncino che, di fronte all’esterrefatto stupore del suo possessore, sfugge di mano e vola verso nuovi lidi, di purezza, di libertà.

Per questo Ricky è un gran film. Per il lirismo che esplode nella parte conclusiva, per l’inno alla gioia che inconsciamente ogni spettatore penserà d’aver ascoltato.

Qualcosa nel film non funziona, prima fra tutte la coerenza, ma dato il carattere visionario e surrealista non è la caratteristica che si deve cercare.

Ottimi gli effetti speciali, così come buona è la fotografia. Anche gli attori dimostrano d’essere in grado di reggere la parte. Alexandra Lamy è brava a recitare senza alcun tipo di trucco e Mélusine Mayance, la bionda sorellina, riesce a infondere uno spessore [soprattutto nella prima parte] come difficilmente un attore di quell’età, per di più non protagonista, riesce a fare. Perfetto, suo malgrado, il piccolissimo Arthur Peyret, mentre un plauso va fatto al già collaudato Sergi López a cui basta uno sguardo qualsiasi per riportarci in un istante ai [suoi] fasti di quando interpretava lo spietato Capitano Vidal ne Il Labirinto Del Fauno, film diretto da Guillermo Del Toro soli tre anni prima. D’altronde, bisogna sottolinearlo, il suo personaggio nel film di Ozon è probabilmente il più controverso, il più difficile da inquadrare e grazie alla sua interpretazione quest’ambiguità è perfettamente resa tanto da infondere nello spettatore il continuo dubbio sulla sua natura e sulle sue intenzioni.

Ricky, Una Storia D'Amore E Di Libertà

Ricky è un bel film che a causa dell’inconsistenza complessiva data da una non risoluzione e da uno svolgimento narrativamente non troppo coinvolgente, ha buone chance di deludere lo spettatore. Però, e il suo regista lo sa bene, ha una vena di pura poesia, di animalesca consapevolezza della propria essenza che rende questo film, per un verso o per l’altro, indimenticabile.

8

Danilo Cardone

Pirati – Roman Polanski [1986]

18 luglio 2013

Assalto alla diligenza

Pirati

Due pirati persi a bordo di una zattera sgangherata nel mezzo dell’oceano salgono a bordo di un grande vascello. Qui condurranno un ammutinamento, recluteranno altri pirati, si rivolteranno un altro paio di volte, il tutto cercando di rubare un prezioso trono dorato.

Roman Polanski dopo essersi preso una lunga pausa di sette anni dopo il suo ultimo film Tess, ma soprattutto a dieci anni dal suo penultimo capolavoro L’Inquilino Del Terzo Piano, torna dietro la macchina da presa per dirigere un film mediocre, che potrebbe stare a galla soltanto grazie all’ingente investimento pecuniario profuso [che tra l’altro non fu nemmeno recuperato ai botteghini] e alla convincente interpretazione vignettistica del protagonista Walter Matthau. Gli altri protagonisti, e in particolar modo Cris Campion e Charlotte Lewis, si dimostrano davvero di bassa caratura.

Nemmeno il regista, cineasta di vecchia data, pare salvarsi in questo guazzabuglio grottesco ai limiti del fumettistico. Gli avvenimenti si concatenano con una superficialità disarmante e la credibilità, per quanto vaga debba essere in un film d’avventura che lo stesso regista ha ideato come omaggio ai film del genere prodotti a Hollywood nei 50s, è totalmente azzerata. Episodi seguono episodi legati dall’unico pretesto dell’inseguimento del trono.

Intrattenimento. È puro intrattenimento, quello messo in scena dal regista polacco che però non pare avere l’accortezza di stare alla larga da banalità e stupidaggine. Alcuni momenti sono sicuramente più felici di altri e possono strappare un mezzo sorriso ma nell’insieme il film non funziona assolutamente come dovrebbe.

Dov’è finito lo svisceramento psicologico del Polanski delle produzioni britanniche e francesi degli anni ’70? Dov’è finito il Polanski perverso che solo pochi anni dopo dirigerà film come Luna Di Fiele e La Morte E La Fanciulla? Di lui nemmeno una traccia, se non nella [sempre abusata dalla critica] circolarità qoehelettiana delle sue opere.

Nulla funziona se non in un’ottica di superfice. Nemmeno il montaggio soddisfa uno spettatore mediamente capace di guardare un film come a un’opera d’arte complessa e non come a una semplice successione di circostanze prevedibili e talmente poco coinvolgenti da risultare quasi irritanti per la faciloneria con la quale il regista cerca di ammiccare ruffianamente allo spettatore. In altre parole è inutile far strizzare a Walter Matthau l’occhiolino verso la macchina da presa quando nell’immagine successiva un ebete come Cris Campion lancia il suo bollito sguardo verso una Charlotte Lewis incartata con una carta da caramella.

Pirati

Pirati, spiace ammetterlo, è forse il film meno polanskiano di Polanski, insomma, il più deludente.

5

Danilo Cardone

Il Coltello Nell’Acqua – Roman Polanski [1962]

11 luglio 2013

Acqua, sabbia e tappeti

Il Coltello Nell'Acqua

Marito e moglie, diretti verso il lago per una giornata sulla loro barca a vela, caricano un indomito autostoppista che scombussolerà gli equilibri tra i personaggi.

Primo di una straordinaria serie di lungometraggi del regista polacco Roman Polanski, rimase anche l’unico film girato nella natia Polonia fino al 2002, quando tornò con idee nuove [ma soprattutto con un altro quantitativo di fondi] per dirigere Il Pianista. La Gran Bretagna lo adotterà sin dal 1965 quando girò Repulsion con un meravigliosa Catherine Deneuve, ma lui è alla Francia che ha sempre guardato.

Il Coltello Nell’Acqua invece, opera prima non ancora contaminata da quelle influenze francofone e anglofone, emana un fascino tutto suo, visivamente slegato, per esempio, da quella nouvelle vague che tornerà così preponderante nella sua opera successiva. Con il cinema della modernità, rappresentato al meglio dall’esempio francese [ma anche da italiani come Antonioni] ha però altro da condividere, come l’assenza di un punto focale della narrazione, il carattere provocatorio e irriverente dei personaggi e l’onnipresente musica jazz.

Visivamente il film palesa alcuni limiti tecnici ma al contempo esalta senza mezzi termini l’occhio fotografico del giovane Polanski, abilissimo creatore d’immagini minimamente statiche ma dal fascino estremo. Geometrie nitide come nelle più o meno coeve piscine dipinte da David Hockney, e prospettive e proporzioni che ricordano l’Alfred Hitchcock di Notorious fanno de Il Coltello Nell’Acqua un’opera apprezzabile in tutta la sua superfice.

Per quanto riguarda la narrazione ben poco affiora dalla semplicissima trama. È tutto ciò che sta dietro agli sguardi dei protagonisti, ai loro piccoli gesti, manifestazioni continue di supremazia sul prossimo, come selvaggi capobranco costretti nel minuscolo spazio di una barca a vela in presenza dell’elemento femminile che gioca, come prevedibile, un ruolo fondamentale in questa stupida parata dell’apparenza.

Polanski non affonda il coltello nella carne di nessuno spettatore, non incide con segni indelebili la pelle di chi sta guardando il film, eppure un coinvolgimento filmico non è eludibile.

Il Coltello Nell'Acqua

Il Coltello Nell’Acqua è un’opera un po’ acerba, che manca di una forza espressiva così completa come saranno altre opere future del medesimo regista, eppure ha un suo fascino dal quale è difficile rimanere indifferenti.

7,5

Danilo Cardone

Che? – Roman Polanski [1972]

28 giugno 2013

Il braccio onirico e violento della legge

Che?

Una bella ragazza, sola e seminuda, si rifugia in una super-villa dopo aver subito un improbabile tentativo di stupro.

Roman Polanski pare impazzito. Tra un Macbeth e un Chinatown dirige questo lungometraggio fuori da ogni regola, anzi, da ogni senso logico, a metà strada tra il surrealismo di Luis Buñuel e il grottesco di Pier Paolo Pasolini.

In un divenire perpetuo che tutto muta senza che nulla cambi, la spaesata e innocente protagonista, novella Alice nell’erotico paese delle meraviglie, si abbandona al suo destino ri-scoprendo il piacere del proibito.

Attraverso lunghi e stretti diafani corridoi della strepitosa villa [del produttore del film Carlo Ponti, tra l’altro…] in riva al mare, la nostra bionda riccioluta percorre e ripercorre ossessivamente gli stessi percorsi che la portano a incontrare sempre gli stessi personaggi, marionette surreali e grottesche di quel mondo altro che è non l’opposto ma l’iperbole della nostra stessa società. Così come Lewis Carroll giocava con i simboli della società a lui contemporanea, creando fini e velate satire mascherate da improbabili scenari fantastici, allo stesso modo Polanski tenta di delineare spazi e situazioni. La protagonista, leggiadra sulle sue nude gambe, passa come una ninfa dal personaggio scorbutico, a quello del latin lover in declino, a quello del ninfomane, passando per un’assurda tavola che traspare, quasi come tracopiatura, dalla matrice originaria che era la tavola dove il Cappellaio Matto di Carroll serviva i suoi improbabili tè.

Purtroppo Polanski non ha la medesima capacità di metaforizzare e di traslare significati, dunque finisce per sbozzare interessanti scenette che si concatenano l’un l’altra con un filo troppo sottile per poter legare il tutto restituendo un senso di unitarietà dell’opera, che rimarrà comunque circoscritta nel suo non luogo accessibile soltanto per mezzo di un lungo ascensore panoramico che crea una cesura tra mondo reale e microcosmo comunitario con un’efficacia quasi pari a quella del tunnel che aveva imboccato la già citata Alice per inseguire il famigerato Bianconiglio.

Che?

Il surrealismo, a tratti vero e proprio apparente nonsense, domina ogni mini-episodio coinvolgendo persone e oggetti in un tripudio di bizzarrie domestiche legate tra loro dal costante e irrefrenabile impulso sessuale che, come un interruttore, la protagonista aziona ogniqualvolta un maschio le posa gli occhi addosso.

In questo senso il sesso o, ancora meglio, l’attrazione per il corpo della bionda Sydne Rome, è il legante pittorico utilizzato da un estasiato Roman Polanski, che si sente così tanto partecipe all’opera da ritagliarsi anche una parte all’interno del cast.

Così, dopo il tentato e goffo stupro che già scatena la disapprovata ma incontenibile ilarità nello spettatore che contraddistinguerà buona parte dell’opera, entra in scena il meraviglioso Marcello Mastroianni. La sua silhouette che compare fuori dalla finestra di una stanza dove la protagonista sta in topless, è una scintilla, un momento di rara felicità cinematografica non tanto per la forma quanto per la sostanza. Mastroianni anticipa così un personaggio che ripeterà non troppo differente un solo anno dopo ne La Grande Abbuffata, capolavoro di Marco Ferreri.

In Che? è un ex pappa, conquistatore di donne, abituato a farsi servire e a comandare ogni donna. Il suo fascino straordinario lo agevola in questo ruolo difficile da rendere in maniera così efficace. Se dunque per Mastroianni questa prova attorale può dirsi superata, altrettanto si può dire per Polanski al momento di definire quel determinato personaggio che, tra manie e perversioni, tra giochi di ruolo erotici e follie zoo-napoleoniche, anticipa in chiave surrealista le manie e le estreme perversioni che lo stesso Polanski sarà in grado di portare in scena in maniera altrettanto efficace nel suo Luna Di Fiele del 1992.

Che?

È la vena sadomasochistica che pare interessare il regista polacco, tanto da ripeterla varie volte nei suoi film e, per rimanere fermi a Che?, da farla apprezzare con debita sottomissione, sempre più ricercata, dalla medesima protagonista, quasi come una elegante assuefazione probabilmente celata e latente sotto la coltre d’innocenza sino al momento dell’arrivo sulla barca dei folli che è la villa stessa. La scena finale, ultimo tocco di ironico surrealismo, non sembra altro che la piena assimilazione in questa viscosa sfera emotiva.

Il ritmo non è ciò che manca al film, così come lo spirito. Tutto pare però giustapposto con un po’ troppa rapidità, come se il regista non fosse riuscito ad amalgamare omogeneamente i vari spunti, e questo penalizza il coinvolgimento dello spettatore che se non si annoierà rimarrà comunque estraneo ai fatti in scena.

Gli amanti di Polanski potrebbero dunque rimanere un po’ delusi da questa divagazione del regista, il quale però, a un occhio attento, mostrerà sempre e con convinzione la sua impronta sull’opera. La circolarità degli eventi, il grottesco, la villa-rifugio all’interno della quale si svolge tutta la narrazione, sono soltanto alcuni degli elementi tipici e ricorrenti del cinema polanskiano, qui caricati più di valenze pittoriche [e si notino i frequentissimi richiami alla pittura, da Bacon a Van Gogh sino all’evidentissima Zattera Della Medusa di Théodore Géricault] che di diegesi cinematografica.

Sydne Rome stessa, denudata senza mezzi termini a più riprese durante la durata del film, è portatrice stessa di questo carattere pittorico, dipinta a tradimento dalla meteorica comparsa d’un Alvaro Vitali imbianchino. La gamba sinistra della bionda protagonista, pennellata soltanto sul retro, crea un momento visivo d’estrema originalità, sensualità ed eleganza più volte consapevolmente rimarcato dal feticista occhio allenato di Polanski.

Che?

Che? è un film difficilmente descrivibile e rapportabile a precedenti cinematografici. Questo è sicuramente un merito come altri già evidenziati. Malgrado ciò manca qualcosa di fondamentale all’opera nel suo insieme. Straordinario Mastroianni, con o senza anacronistica divisa da carabiniere. Non eccelsa ma ben calata nella parte la Rome, eppure quel che rimane in mente a fine visione sono soltanto alcuni siparietti solitari, alcune battute e alcuni gesti, ma in mezzo non c’è altro che confusione.

7

Danilo Cardone

I Colori Della Passione – Lech Majewski [2011]

24 giugno 2013

Nitrato d’argento su quercia del baltico

I Colori Della Passione

Tra l’episodio della salita al calvario di Cristo e un viaggio d’inconfessata introspezione comunitaria, il pittore Pieter Brueghel il Vecchio ci conduce con la sua matita e con le sue rade parole attraverso la costruzione e l’interpretazione del suo dipinto del 1564 che rappresenta la Salita al Calvario.

Come nella metaforica tela di un ragno, l’ossatura formale del dipinto oggi custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna si fonda su un doppio movimento al contempo centrifugo e centripeto che parte dalla sommersa ma solitaria figura del centralissimo Cristo caduto e non lascia via di scampo allo spettatore che ne rimane [visivamente] intrappolato. Centinaia di personaggi animano gli spazi agresti della tavola pennellata dal minuzioso Brughel, i quali con i loro variegati atteggiamenti rappresentano la totalità [ciclica?] della vita.

Attraverso una complicatissima operazione di mimesis con il dipinto stesso, il regista Lech Majewski effettua un atto di filo[sofia]logia estremo, che dissolve senza mezzi termini i contorni fisici dell’opera al fine di lasciarci immergere nell’opera stessa e nel suo tempo.

Meravigliose carrellate accompagnano il nostro occhio permettendo di scrutare paesaggio e personaggi come fossimo di fronte al dipinto di Brueghel con una lente d’ingrandimento in mano oppure, e ben di più, come se fossimo noi stessi spettatori attivi o partecipanti passivi della vita comunitaria della Fiandra cinquecentesca.

Passepartout per comprendere l’intero lungometraggio, è la prima scena, capolavoro estetico che offre allo spettatore la ricostruzione mimetica d’uno spaccato dell’opera dove immobili protagonisti in primo piano accarezzati da un dolce vento e dinamicissime comparse rilegate a un paesaggistico secondo piano, si lasciano modellare, senza fiatare, dal loro creatore, il Dio-artista attraverso il quale potranno vivere in saecula saeculorum.

Il committente segue il pittore, osserva e chiede per comprendere meglio, come farebbe qualsiasi spettatore, ma il Dio-artista, dopo poche concise parole quasi fossero lette dalle Sacre Scritture, tace e lascia spazio all’immagine, all’osservazione immaginifica d’una realtà materialmente tangibile attraverso polvere, legnose abitazioni, madri che allattano irrequieti figli, condannati che vengono inseguiti da truppe a cavallo e frustati sino allo sfinimento. Nella finzione dell’opera tutto è rappresentazione del reale, d’una quotidianità che a tratti amplifica e a tratti affossa il pathos.

I Colori Della Passione

Tutto sotto l’imperterrita egida d’un mistico, quasi metafisico, mulino a vento nel film interpretato come metafora d’un Dio osservatore, creatore che quasi si dissocia dalla sua medesima creazione.

Noi, spettatori cinquecenteschi degli anni Duemila, ci lasciamo condurre senza resistenze dal nuovo Brughel Majewski attraverso una successione continua d’immagini che non richiedono altro ch’essere percepite come tali, come spaccati d’una realtà realmente esistita fosse anche soltanto nella diegesi narrativa del dipinto. La scarna ma non scarsa sceneggiatura s’inaridisce con tremenda velocità dopo il meraviglioso incipit lasciandoci ventotto minuti di pura audio-visione che sfiora la commozione estetica e che verrà intervallata dalla parola soltanto una manciata di volte prima della fine.

Immagini e ancora immagini, che siano statiche come dipinti nel dipinto o dinamiche come l’occhio umano permetterebbe di fare, sono loro a costituire il nucleo esperienziale di quest’opera che attraverso suoni intrascenici conducono in un fantastico viaggio sonoramente silente nel mondo altro della pittura fiamminga bruegheliana.

La grande bellezza di ciò che scorre di fronte ai nostri occhi è tremenda, e va a perfezionare i precedenti tentativi cinematografici di ri-creare tableaux vivants visti in alcuni passaggi di Melancholia di Lars Von Trier ma soprattutto ne La Nobildonna e Il Duca di Eric Rohmer, se non tornando addirittura indietro [ma là intenzione e limiti tecnici creano un abisso insuperabile] sino a La Ricotta, celebre corto del compianto Pier Paolo Pasolini. A tratti Majewski sa rendere perfettamente lo spirito della pittura nordeuropea di quell’epoca, ricostruendo a livello visivo inquadrature e colori propri della pittura fiamminga. I colori, per l’appunto, vividi, saturi, filmati con una messa a fuoco perfettissima, sono di diretta derivazione da Brueghel, mentre i primi piani, che qui potremmo chiamare tranquillamente ritratti, e il pathos della [ma]donna sembrano più influenzati dalla pittura di pittori che furono anche miniatori come Jan Van Eyck prima e Jean Fouquet dopo, precursori di Brueghel e massimi esponenti d’una pittura basata sulla rappresentazione quasi maniacale del dettaglio minuto d’ogni cosa, in quanto ogni cosa è creazione e rappresentazione del Divino, dunque è degna di massima attenzione.

I Colori Della Passione

A ciò però bisogna affiancare altre suggestioni visive decisamente meno fiamminghe ma che non stonano e non stridono con l’atmosfera cinquecentesca. Alcune prospettive [si guardi l’infinita scala del mulino] rimandano più all’espressionismo tedesco d’un Murnau e di un Wiene piuttosto che alla pittura sopra citata, così come l’illuminazione di alcune scene, soprattutto d’interni e di notturni, sono di effetto strabiliante ma si ricollegano con più facilità alla luministica di alcuni pittori della medesima area geografica ma giunti sulla scena tre secoli dopo.

Poco importa, l’enigmatico pittore parla al committente e allo spettatore, attraverso la rappresentazione del suo mondo, di una realtà composta da visioni e suoni che affiorano come in lucidissimi sogni.

E poi arriva il finale, dolce schiaffo a uno spettatore ammaliato [ma anche un po’ assonnato] che dopo 90 minuti in quella [ir]realtà non vorrebbe più tornare indietro, non vorrebbe più aprire le palpebre per tornare nella sua quotidianità. Con un meraviglioso balzo Majewski crea una voragine nostalgica in uno spettatore che d’improvviso nota con estrema lucidità la sua più totale impossibilità di poter essere parte emotiva e integrante di epoche passate. Se il dipinto è uno dei segni-segnali più forti e autentici attraverso i quali possiamo entrare in contatto con un’epoca passata, è altrettanto vero che non possiamo farlo che in maniera asettica, distaccata, tremendamente accecati dalla scientificità classificatoria e commerciale della nostra società.

Ottima la colonna sonora del film, scevra da musiche extradiegetiche e molto affidata ai suoni ambientali.

Bravo Rutger Hauer nei panni di Pieter Bueghel, così come lo è Charlotte Rampling.

La fotografia, strepitosa ovunque, ha forse l’unica pecca di palesare all’occhio esperto del cinefilo la presenza d’un set che non risparmia fari puntati sui personaggi in primo piano. Però, bisogna dirlo, a fronte d’una bellezza tanto grande quest’annotazione perde ogni sua importanza.

I Colori Della Passione

I Colori Della Passione è un film lento che non è in grado di intrattenere qualsiasi tipologia di spettatore, eppure muovere questa critica a un’opera come questa è pratica sterile. L’empatia esperienziale associata a sintetici ragionamenti-guida costituisce il fulcro per la fruizione di un componimento altro, d’una silente sinfonia di forme e colori che, proprio come il pennello imbevuto nel colore, non potrà che lasciare un segno.

8,5

Danilo Cardone