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The Danish Girl – Tom Hooper [2015]

27 febbraio 2016

Jeg elsker mig

Inizio XXsec. Un pittore è felicemente sposato con una splendida moglie. Per un caso deve indossare per qualche minuto dei vestiti da donna, e da lì parte l’odissea che lo porterà a tentare di essere il primo trans della storia.

Sin dalla trama si può comprendere come al regista Tom Hooper piaccia giocare facile. Sposare di questi tempi certi argomenti significa sapere di ricevere l’automatico plauso di tutta la comunità LGBT nonché l’incontrastabile apprezzamento di buona parte di una società che delle mode sociali fa uno stile di vita.

Non che ci sia nulla di male, ovviamente, nel tema e nel lodarlo, ma c’è modo e modo di farlo e non sempre deve essere ammirato.

Si prenda l’esempio di Una Nuova Amica di François Ozon del 2014: stessa tematica, gran film.

Nel suo nuovo lavoro Hooper ricalca il precedente ozoniano, ma invece che intraprendere un percorso d’indagine psicologica in grado di mettere lo spettatore nei dubitanti panni del protagonista e dunque di suscitare autentiche riflessioni, forza l’inerme pubblico in sala a una obbligata empatia con il poverello di turno. In questo caso è un trans, ma potrebbe trattarsi di qualsiasi altro tema sociale, la formula è sempre quella: faccia sofferente filmata in primo piano, qualche fuga per rivendicare la propria vera natura, musiche strappalacrime a incorniciare il tutto e un finale da romanzo rosa di bassa caratura [non parlo della trama dato che è una storia vera rimestata da un romanzo del 2000, ma della scena finale con il foulard. Terribile.].

Tutto questo è ovvio che stringe il cuore dei meno propensi a un’analisi critica della vicenda e del film. E infatti le lodi giungono quasi da ogni parte. Mica si può rischiare di passare per omofobi. Sia mai che un giudizio avverso al perbenismo possa essere frainteso.

E io invece me ne frego e lo dico chiaro e tondo: questo film è una colossale presa in giro!

Le due ore di film non ci mostrano altro che un protagonista apparentemente dolce e delicato ma nei fatti arrogante ed egoista, tanto da infischiarsene bellamente della sua addolorata moglie che da un giorno all’altro non ha più potuto incontrare suo marito. Lui/lei vuole quello che vuole e non gli interessa minimamente se così facendo provoca dolore alle persone che gli stanno accanto e rovina vite altrui: lui vuole e quindi deve.

Come se altre persone non avessero altre necessità.

Insomma: niente psicologia in questo film, ma una subdola forzatura a dover amare questo personaggio a tutti i costi. Se non lo ami sei un mostro.

E non si può nemmeno rilevare qualche dialogo degno d’interesse. Tutto si risolve nella celebrazione di costui, vittima cosmica degli eventi, come quando afferma che lui è uno sbaglio della natura: una donna con sembianze maschili. È per questo che farsi cambiare chirurgicamente i genitali metterebbe tutto a posto ! Tralasciando il fatto che la mente è una cosa, mentre ovaie, proporzioni fisiche e ormoni sono altro ma fanno sempre parte di quel corpo. Tant’è che nella vita reale Einar Wegener / Lili Elbe subì cinque operazioni di cui una per innesto d’utero, mentre nel film tutto è focalizzato su pene e vagina.

Superficialità di questo tipo ricorrono per tutta la durata del film poiché non è l’aderenza alla realtà che interessa al regista bensì ciò che conta è strappare lacrime dai cuori più perbenisti.

A supportare ciò che affermo c’è la questione dei dipinti: lui, Einar Wegener, era un apprezzato pittore paesaggista di stampo ancora tardottocentesco. Una specie di Fontanesi dello Jutland [ma ci sono anche dipinti ben diversi sui quali il film tace, poiché troppo poco romantici per far presa sullo spettatore medio]. Ebbene, non è proprio dalla più o meno inconscia creazione [artistica] di un uomo che possiamo cogliere aspetti della sua personalità? Non è dall’analisi di quel distillato d’io che è un dipinto che possiamo provare a cogliere aspetti inconfessati dell’individuo? Per Hooper no. Per Hooper la produzione pittorica non è che una informazione biografica di poco conto. Tranne quando il/la protagonista diventa modello/a per la moglie. A quel punto tutto diventa chiaro e i dipinti rivelano tutto. Se lo dice lui…

L’unica cosa che davvero si salva del film sono gli ambienti e i costumi. Qualche sparuto paesaggio naturale iniziale e uno scorcio urbano cittadino a metà film sono degni di nota, così come gli interni art nouveau di Parigi. Si salva anche qualche inquadratura. La fotografia è buona e meno male, altrimenti sarebbe stata noia pura.

Le interpretazioni iperlodate degli attori lasciano un po’ l’amaro in bocca. Bravi tutti, ma Eddie Redmayne alla lunga scade un po’ nella maniera e seppur bravissimo irrita un po’. Una menzione speciale va invece a Matthias Schoenaerts nei panni del mercante d’arte amico d’infanzia del protagonista, ma soprattutto in quelli del sosia di Vladimir Putin.

The Danish Girl è un film mediocre, che non può essere lodato se non dal grande pubblico contemporaneo il che, appunto, non è una buona cosa.

 

4

Danilo Cardone

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