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Revenant, Redivivo – Alejandro González Iñárritu [2016]

18 gennaio 2016

Mangia, prega, muori.

Revenant

Quando si sviluppa una certa avversione nei confronti di tutto il sistema cinematografico e ciò che attorno a esso gira [pubblicità che contano più del film stesso, fatua mitizzazione degli attori, riconoscimenti validi solo per i molti ultras pseudo-cinefili, etc..] si ha il vantaggio di finire per interessarsi solo più del Cinema infischiandosene bellamente delle vacuità sopracitate.

Questo comporta che quando si entra in una sala cinematografica, che sia gremita come una stalla o che sia vuota e silente come, ahinoi, la mente di molti spettatori, succede che il film inizia e si ha lo straordinario privilegio di assistere a uno spettacolo in grado di offrire appieno le sue potenzialità. Avendo ridotto al minimo le informazioni pregresse [nome del regista, degli attori principali, locandina] lo schermo cinematografico non diventa una semplice scatola dove sollevato il coperchio dei titoli di testa ri-troveremo o meno ciò che già avevamo in mente con conseguente finto appagamento e autocongratulazione per aver immaginato ciò che le pubblicità ci volevano esattamente far immaginare, oppure con delusione [nella nostra idiozia che si è fatta trascinare dalle pubblicità ci aspettavamo talmente tanto che poi ne siamo rimasti ovviamente delusi]. Al contrario, alla proiezione delle prime immagini lo schermo diventa tela dove il regista-pittore, più o meno bravo che sia, dipinge sotto i nostri occhi uno spettacolo, qualcosa in grado di suscitare in noi delle emozioni estremamente pure, autentiche perché inaspettate.

Ebbene, The Revenant non dovrebbe essere visto altrimenti.

Revenant

La tragica bellezza delle immagini filmate da Iñárritu è qualcosa in grado di mozzare il fiato. Paesaggi e paesaggi e paesaggi e boschi e fiumi e boschi e alberi e neve e altri alberi e vento e acqua e ancora neve. A spalancare bene le narici si potrebbe quasi avere l’illusione [non fossimo nella suddetta sala-stalla] di poter sentire il profumo di quegli alberi scossi da un gelido vento che ne fa ondeggiare le altissime cime. Di qua e di là, di qua e di là, mentre noi, con un effetto smaterializzante simile a quello che descrissero nel 1810 coloro che ebbero modo di vedere per primi il monaco in riva al mare dipinto da Caspar David Friedrich, muovendo i piedi nel nostro buio posto in sala potremmo quasi giurare d’aver sentito scricchiolare la neve sotto le nostre scarpe.

Non si deve avere in mente altro che ciò che si sta guardando. Non si deve avere in mente che l’attore principale è oggetto di una venerazione da bar che negli ultimi mesi impazza su internet. L’attore è attore, e in scena deve essere altro da sé. E se vi lamentate di quello che ho scritto, vi perdete il gusto di un film.

E mentre i minuti scorrono e la trama si trita su sé stessa cercando di smarcarsi da illustri predecessori, ma fallendo nell’impresa, Ryuichi Sakamoto e Alva Noto, coppia musicale affiatata ormai da anni, celebrano la sacra immagine con i sacri suoni che ne rendono giustizia. Strumenti che richiamano luoghi che non sono quelli che vediamo ma che con i loro ancestrali suoni rappresentano il respiro di una natura che semplicemente se ne frega di ciò che fanno gli uomini, miseri esseri che distruggono loro stessi e ciò che li circonda.

Il regista, lontano dagli intrecci a livelli di Babel, rispolvera quel drammatico lirismo che è sempre stato costante del suo cinema e lo sparge come impregnante sul più cruento modo che immagina per rappresentare la sopravvivenza, la morte, la ferocia degli assassinii, e tutte queste splendide cose che nemmeno il bel protagonista che pare buono e giusto evita di fare. E quindi cavalli che vengono squartati in pancia per trasformarli in comodi caldi ripari per la notte, indiani che lanciano frecce nei teneri toraci degli americani che sparano pallottole che perforano crani di altri indiani inferociti perché i francesi, che le pelli degli orsi le fanno cacciare agli americani, avevano rapito una giovane e bella indigena il quale padre è assassino tanto quanto tutti gli altri.

Revenant

Però Iñárritu non è un mediocre regista di Napoli, anche se pure lui ha vinto la stessa statuetta dorata, e quindi la fotografia commovente è sostenuta da una regia altrettanto valida che sfodera 360° come se fossero congiunzioni e ci delizia con piani sequenza da applausi perché se di esercizio di stile si parla sempre in questi casi bisogna anche notare che sono estremamente efficaci per buttare con un calcio nel sedere lo spettatore nel bel mezzo della mischia a mangiare polvere e neve mentre al suo fianco gli uomini cadono morti come mele marce.

Ve lo assicuro, alla fine tutti gli spettatori usciranno vivi dalla sala.

Ora la domanda è: tutto questo basta?

Di fronte a tale incanto visivo e sonoro possiamo affermare con certezza che ogni battuta della sceneggiatura per le nostre orecchie ha lo stesso effetto di un cotton fioc finito troppo in profondità. Così come il rapporto dal patetismo fallito tra il protagonista redivivo e il suo figlio tanto amato. In fondo, a noi, che amiamo i bei volti hollywoodiani, che ci frega di salvare quel monoespressivo mezzosangue?

Meglio concentrarci su Leonardo Di Caprio. Lui si che merita di sopravvivere. E infatti lo fa. Più o meno. Dopo essere stato spuntino di un orso e vittima un po’ di tutti quelli che ha incontrato. Insomma, un grande attore ha sempre dimostrato di esserlo, sin dai tempi di Buon Compleanno Mr. Grape. Anche qua è molto convincente, il suo volto è sofferto e la macchina da presa gli sta talmente incollata al volto da appannarsi quando respira [chapeau a Iñárritu e al suo memento cinema].

Ma è a Tom Hardy che bisogna stringere la mano per la sua interpretazione. Il poliedrico attore britannico non aveva bisogno di conferme, eppure lui ci tiene a rimarcare di essere uno dei più bravi in circolazione. Persino più dell’osannato protagonista. D’altronde, è il protagonista…

Potremmo stare qui ore a cercare citazioni e richiami con altri film. Qualcuno ci vede del Malick. Malick? Chi è Malick?

Iñárritu non filosofeggia, mostra. Anche l’invisibile agli occhi, il vento, il freddo. È tutto in scena. Le inquadrature degli alberi sono funzionali, e se non lo sono per la storia lo sono per la gioia di farsi trasportare a soffrire con il protagonista. Due ore e mezza di film che tanti spettatori fuori dalla sala hanno trovato interminabili, ma che altri hanno respirato come ossigeno cinematografico.

Revenant

The Revenant è dunque un gran bel film che racconta una storia che non appassionerebbe nemmeno più un bambino, per quante volte è stata portata sul grande schermo. Però alla fine ci appassiona perché sono tutti bravi, regista, attori, musicisti e madre natura.

8

Danilo Cardone

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