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Under The Skin – Jonathan Glazer [2013]

2 settembre 2014

Di terra, di aria

Under The Skin

Una ragazza carica uomini a bordo del suo furgone. Chi è lei? Perché fa ciò? Qual è il suo scopo?

Jonathan Glazer, regista di soli due lungometraggi, di cui uno dimenticabilissimo come Birth – Io Sono Sean, ma ben più avvezzo al piccolo schermo plasmando immagini per storici videoclip e arguti sponsor, torna nel 2013 a dirigere un film cinematografico. E lo fa prendendo spunto dall’omonimo romanzo scritto da Michel Faber all’alba del millennio in corso.

Aldilà della storia, che riveste un’importanza limitata per Glazer, è interessante notare come sia stato messo in scena il tutto, come le immagini si susseguano, come s’integrino con le musiche [efficacissime di Mica Levi] e con gli effetti sonori. Tutto è stato oggetto di attenzione maniacale tanto che la definizione di “opera cinematografica” non solo è corretta ma calza straordinariamente bene in quanto è proprio di un insieme complesso e inscindibile di elementi ciò di cui stiamo parlando. Lo stesso Glazer ha rimarcato come lo spettatore sia condotto verso una percezione sensoriale piuttosto che mentale. Recepire immagini, carpire suoni, lasciarsi trascinare nelle atmosfere naturalmente sinistre degli spazi rappresentati. E se alcuni protagonisti hanno un accento scozzese troppo marcato e noi non riusciamo a comprendere cosa abbiano detto, poco importa, nemmeno la protagonista capisce sempre ciò che le viene detto.

Under The Skin

Questo è coinvolgimento per lo spettatore, non un film dove tutto è perfetto e ci appare come palesemente finto. Gli stessi attori sono esordienti e probabilmente non rimarranno che meteore cinematografiche, rapidissime comparse che svaniscono così come fanno durante il film. Tutto pare spontaneo, reale. Persino la timidezza di alcuni di loro e il loro modo di portare i vestiti stupisce. Non c’è un andamento o un fisico da fotomodelli a sostenerli. Sono mezzi tipi, non troppo caratterizzati in un senso né in un altro, perché sono la normalità che deve scontrarsi con l’ingestibile imprevisto costituito dall’ammaliante femme fatale, quella chimera che pare alla portata di tutti, inspiegabilmente disponibile con noi, uomini medi, come in un sogno che non abbiamo il coraggio di scacciare per non rischiare di pentircene per tutta la vita.

E lei, Scarlett Johansson, bella e glaciale, imperturbabile nel suo lavoro, è il miraggio, è l’esca, è l’inganno oltre ogni immaginazione, è l’infallibile demone che spalanca le porte dell’inferno ai nostri sorrisi inebetiti, ai nostri polmoni, più anelanti al respiro altrui che all’ossigeno vitale.

S’annega così l’essere uomo, e annega altrettanto la stessa donna del mistero in un repentino nostalgico divenire che la sradica dal suo terreno fertile per cacciarla, Eva novella, nel Purgatorio terrestre fatto di finte passioni e finti piaceri.

Under The Skin

E nella solitudine immota della protagonista s’articola il germe dell’esistenzialismo, non indagato a dovere ma sufficiente per sfiorare [ahinoi, solo sfiorare] le corde della malinconia, della rarefazione della condizione umana. Paesaggi maestosi e ricorrentemente siderali, attraenti ma inospitali. Fuori dall’urbe torniamo a essere parte del tutto ma soprattutto ci rendiamo conto d’essere terrifico nulla.

Tutto ciò narrato in sincope di un montaggio bizzoso ma intelligente che mostra e poi cela e poi mostra altro e poi continua ancora per altre vie. Eppure tutto ciò che vive nel tempo filmico acquisisce un senso o perlomeno la parvenza di poterlo cogliere. E la straordinaria bellezza dell’immagine reclama a gran voce la distinzione tra quest’opera e altre opere, avvolgendo lo spettatore in un turbinio di luci, ombre e colori che affascinano senza appello e si completano viscosamente con un apparato sonoro che sfiora il prodigio. Musiche dagli accenti ligetiani e rumori ambientali d’una puntualità strabiliante. C’è da irritarsi oltremodo per le luci di sicurezza della sala cinematografica che disturbano la nostra immersione filmica.

Ma György Ligeti non è l’unico aggancio stellare con Stanley Kubrick. 2001: Odissea Nello Spazio è infatti uno dei certi riferimenti per l’opera di Glazer sin dall’incipit che, prima della vestizione silhouettata tra bianco e nero, propone un sunto del capolavoro kubrickiano tra spazio indefinito, raggi luminosi e metamorfico occhio che non può non rimandare a Hal-9000.

Under The Skin

Ed è già dalla scena della vestizione appena citata che emerge l’altro riferimento filmico, ancora più presente nell’arco di tutta l’opera. Quel contrasto nel candido spazio dell’astrazione fisica riporta la mente a Electroma, opera del duo musicale Daft Punk del 2006 narrante l’impossibile parabola pseudo-emotiva di due robot che inseguono senza speranza alcuna il sogno [cibernetico, quanto reale e quanto mera emulazione?] di poter diventare esseri umani. In fondo lo spunto non è troppo differente dalla storia ideata da Faber e le analogie sono molte, compresa la scena della figura che brucia e cammina e una musica la sostiene in questo sua incedere di distruzione. Non c’è il lirismo prolungato di Jackson C. Frank che con la sua dilaniante voce tremula intona l’altrimenti dimenticata Dialogue, ma anche Glazer sa infondere una dose di [distaccata] poeticità al tutto.

Malgrado le lodi per un’opera di fascino oggettivo, il regista, forse perché più a suo agio nei tempi brevi della televisione, diluisce immagini di luoghi altri e suoni evocativi con una dose non trascurabile di noia e ripetitività che depotenziano il complesso, anche in virtù del fatto che il tema portante dell’opera non è mai penetrato a fondo come lo spettatore desidererebbe ardentemente. In altre parole: nella metà del tempo, l’efficacia sarebbe stata doppia.

Under The Skin

Under The Skin è però opera di preziosa evocatività, a tratti troppo comprensibile e in altri troppo poco. Scarlett Johansson domina la scena per tutta la durata del film e in tutte le sue forme, e questo non dispiace. Lo spettatore più svogliato disprezzerà dunque questo film fino alla nausea, quello cinematograficamente più sensibile invece troverà una controllata ma costante intensa soddisfazione.

8,5

Danilo Cardone

5 commenti leave one →
  1. anamlessmore permalink
    3 settembre 2014 12:01

    Recensione meravigliosa.
    Cercherò di recuperare il film quanto prima.

    • 3 settembre 2014 12:43

      Grazie mille!

      Attendo dunque un tuo giudizio in merito🙂

  2. 17 dicembre 2014 17:02

    Ehi
    ti
    sei
    perso
    Sexy
    Beast
    il
    suo
    primo
    lungometraggio

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