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Ricky, Una Storia D’Amore E Di Libertà – François Ozon [2009]

23 luglio 2013

Amore sacro, amor profano

Ricky, Una Storia D'Amore E Di Libertà

Un bambino nasce e gli crescono le ali.

François Ozon, insolitamente scevro da qualsivoglia sfumatura omosessuale, delinea un’opera crudamente raffinata che nulla risparmia all’occhio dello spettatore e che al contempo lo accompagna in ambienti realisticamente onirici.

All’uscita nelle sale non tutta la critica apprezzò l’opera. Da un regista così poliedrico che a ogni film affronta un genere differente senza mai stravolgerne le regole eppure creando opere di sensibile caratura, nessuno sa mai bene cosa aspettarsi. Chi travolse Ricky con le più aspre critiche fu però il pubblico, diviso tra chi si aspettava un Ozon più intellettuale e chi leggendo la trama si è portato in sala con l’aspettativa di una sottospecie di horror pomeridiano. Sbagliarono un po’ tutti. Il film non è affatto un horror bensì più un dramma esistenziale, se proprio lo si deve infilare forzatamente in qualche categoria, così come non sembra rapportabile a precedenti nella filmografia dell’elegante regista francese.

Ricky è una storia complessa che si sviluppa, quasi sboccia, proprio nel momento in cui anche al neonato sbocciano le sue mobili protuberanze, mai celate all’occhio dello spettatore. Dalla prima metà realista ambientata tra una fabbrica spersonalizzante e una casa fatiscente in un sobborgo parigino, si passa alla più pura astrazione, al più folle dei risvolti. La bravura di Ozon straripa nel tagliare i tempi, accelerando vertiginosamente il ritmo del cuore del film che ingabbierà lo spettatore così come farà con il piccolo tenerissimo mostro, l’abominio, il nuovo Elephant Man, potenziale fenomeno da baraccone con la coscienza dell’oltre-uomo nietzschiano, di un Gesù Cristo dalle ali caravaggesche in grado di decrisalizzarsi per natura, ovvero vocazione divina.

Costui, l’essere, scompare [dalla culla] e riappare [in cielo] come il Salvatore fuggì dal suo sepolcro per ri-apparire dopo tre giorni, anima risorta che con il corpo non fa altro che stupire, affascinare, ammaliare.

Ricky, Una Storia D'Amore E Di Libertà

Nel film, nella seconda metà, ogni logica e ogni buon senso si volatilizzano per lasciare spazio alla preparazione materiale, dura e a tratti apparentemente demenziale [ci si diriga al reparto surgelati di un buio supermercato], prologo per l’apoteosi poetica dell’amniotico prefinale e del finale stesso, inno sacro alla famiglia.

Dal canto suo, il muto redentore, non fa che seguir la sua vocazione straordinariamente non curante di tutte le attenzioni che l’amorevole madre e l’ancor più amorevole sorellina gli dedicano, andando all’istintiva continua ricerca della luce, dell’aria aperta di una libertà che è dovuta a ognuno di noi. E non è infatti un caso se al primo volo [filmato dalla macchina da presa] si dirige subito verso il cielo, una finestra chiusa con la quale si scontra ancor prima di essere in grado di definirla.

I genitori, carcerieri della propria creazione e delle proprie insoddisfazioni, svendono il proprio corpo [via un figlio avanti un altro] e il piccolo freak, alla massa, allo spettacolo, al pubblico ludibrio ma non alla scienza, come fosse l’ultima invenzione tecnologica da mostrare per fare invidia agli amici, come un giocattolo, un palloncino che, di fronte all’esterrefatto stupore del suo possessore, sfugge di mano e vola verso nuovi lidi, di purezza, di libertà.

Per questo Ricky è un gran film. Per il lirismo che esplode nella parte conclusiva, per l’inno alla gioia che inconsciamente ogni spettatore penserà d’aver ascoltato.

Qualcosa nel film non funziona, prima fra tutte la coerenza, ma dato il carattere visionario e surrealista non è la caratteristica che si deve cercare.

Ottimi gli effetti speciali, così come buona è la fotografia. Anche gli attori dimostrano d’essere in grado di reggere la parte. Alexandra Lamy è brava a recitare senza alcun tipo di trucco e Mélusine Mayance, la bionda sorellina, riesce a infondere uno spessore [soprattutto nella prima parte] come difficilmente un attore di quell’età, per di più non protagonista, riesce a fare. Perfetto, suo malgrado, il piccolissimo Arthur Peyret, mentre un plauso va fatto al già collaudato Sergi López a cui basta uno sguardo qualsiasi per riportarci in un istante ai [suoi] fasti di quando interpretava lo spietato Capitano Vidal ne Il Labirinto Del Fauno, film diretto da Guillermo Del Toro soli tre anni prima. D’altronde, bisogna sottolinearlo, il suo personaggio nel film di Ozon è probabilmente il più controverso, il più difficile da inquadrare e grazie alla sua interpretazione quest’ambiguità è perfettamente resa tanto da infondere nello spettatore il continuo dubbio sulla sua natura e sulle sue intenzioni.

Ricky, Una Storia D'Amore E Di Libertà

Ricky è un bel film che a causa dell’inconsistenza complessiva data da una non risoluzione e da uno svolgimento narrativamente non troppo coinvolgente, ha buone chance di deludere lo spettatore. Però, e il suo regista lo sa bene, ha una vena di pura poesia, di animalesca consapevolezza della propria essenza che rende questo film, per un verso o per l’altro, indimenticabile.

8

Danilo Cardone

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