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I Colori Della Passione – Lech Majewski [2011]

24 giugno 2013

Nitrato d’argento su quercia del baltico

I Colori Della Passione

Tra l’episodio della salita al calvario di Cristo e un viaggio d’inconfessata introspezione comunitaria, il pittore Pieter Brueghel il Vecchio ci conduce con la sua matita e con le sue rade parole attraverso la costruzione e l’interpretazione del suo dipinto del 1564 che rappresenta la Salita al Calvario.

Come nella metaforica tela di un ragno, l’ossatura formale del dipinto oggi custodito al Kunsthistorisches Museum di Vienna si fonda su un doppio movimento al contempo centrifugo e centripeto che parte dalla sommersa ma solitaria figura del centralissimo Cristo caduto e non lascia via di scampo allo spettatore che ne rimane [visivamente] intrappolato. Centinaia di personaggi animano gli spazi agresti della tavola pennellata dal minuzioso Brughel, i quali con i loro variegati atteggiamenti rappresentano la totalità [ciclica?] della vita.

Attraverso una complicatissima operazione di mimesis con il dipinto stesso, il regista Lech Majewski effettua un atto di filo[sofia]logia estremo, che dissolve senza mezzi termini i contorni fisici dell’opera al fine di lasciarci immergere nell’opera stessa e nel suo tempo.

Meravigliose carrellate accompagnano il nostro occhio permettendo di scrutare paesaggio e personaggi come fossimo di fronte al dipinto di Brueghel con una lente d’ingrandimento in mano oppure, e ben di più, come se fossimo noi stessi spettatori attivi o partecipanti passivi della vita comunitaria della Fiandra cinquecentesca.

Passepartout per comprendere l’intero lungometraggio, è la prima scena, capolavoro estetico che offre allo spettatore la ricostruzione mimetica d’uno spaccato dell’opera dove immobili protagonisti in primo piano accarezzati da un dolce vento e dinamicissime comparse rilegate a un paesaggistico secondo piano, si lasciano modellare, senza fiatare, dal loro creatore, il Dio-artista attraverso il quale potranno vivere in saecula saeculorum.

Il committente segue il pittore, osserva e chiede per comprendere meglio, come farebbe qualsiasi spettatore, ma il Dio-artista, dopo poche concise parole quasi fossero lette dalle Sacre Scritture, tace e lascia spazio all’immagine, all’osservazione immaginifica d’una realtà materialmente tangibile attraverso polvere, legnose abitazioni, madri che allattano irrequieti figli, condannati che vengono inseguiti da truppe a cavallo e frustati sino allo sfinimento. Nella finzione dell’opera tutto è rappresentazione del reale, d’una quotidianità che a tratti amplifica e a tratti affossa il pathos.

I Colori Della Passione

Tutto sotto l’imperterrita egida d’un mistico, quasi metafisico, mulino a vento nel film interpretato come metafora d’un Dio osservatore, creatore che quasi si dissocia dalla sua medesima creazione.

Noi, spettatori cinquecenteschi degli anni Duemila, ci lasciamo condurre senza resistenze dal nuovo Brughel Majewski attraverso una successione continua d’immagini che non richiedono altro ch’essere percepite come tali, come spaccati d’una realtà realmente esistita fosse anche soltanto nella diegesi narrativa del dipinto. La scarna ma non scarsa sceneggiatura s’inaridisce con tremenda velocità dopo il meraviglioso incipit lasciandoci ventotto minuti di pura audio-visione che sfiora la commozione estetica e che verrà intervallata dalla parola soltanto una manciata di volte prima della fine.

Immagini e ancora immagini, che siano statiche come dipinti nel dipinto o dinamiche come l’occhio umano permetterebbe di fare, sono loro a costituire il nucleo esperienziale di quest’opera che attraverso suoni intrascenici conducono in un fantastico viaggio sonoramente silente nel mondo altro della pittura fiamminga bruegheliana.

La grande bellezza di ciò che scorre di fronte ai nostri occhi è tremenda, e va a perfezionare i precedenti tentativi cinematografici di ri-creare tableaux vivants visti in alcuni passaggi di Melancholia di Lars Von Trier ma soprattutto ne La Nobildonna e Il Duca di Eric Rohmer, se non tornando addirittura indietro [ma là intenzione e limiti tecnici creano un abisso insuperabile] sino a La Ricotta, celebre corto del compianto Pier Paolo Pasolini. A tratti Majewski sa rendere perfettamente lo spirito della pittura nordeuropea di quell’epoca, ricostruendo a livello visivo inquadrature e colori propri della pittura fiamminga. I colori, per l’appunto, vividi, saturi, filmati con una messa a fuoco perfettissima, sono di diretta derivazione da Brueghel, mentre i primi piani, che qui potremmo chiamare tranquillamente ritratti, e il pathos della [ma]donna sembrano più influenzati dalla pittura di pittori che furono anche miniatori come Jan Van Eyck prima e Jean Fouquet dopo, precursori di Brueghel e massimi esponenti d’una pittura basata sulla rappresentazione quasi maniacale del dettaglio minuto d’ogni cosa, in quanto ogni cosa è creazione e rappresentazione del Divino, dunque è degna di massima attenzione.

I Colori Della Passione

A ciò però bisogna affiancare altre suggestioni visive decisamente meno fiamminghe ma che non stonano e non stridono con l’atmosfera cinquecentesca. Alcune prospettive [si guardi l’infinita scala del mulino] rimandano più all’espressionismo tedesco d’un Murnau e di un Wiene piuttosto che alla pittura sopra citata, così come l’illuminazione di alcune scene, soprattutto d’interni e di notturni, sono di effetto strabiliante ma si ricollegano con più facilità alla luministica di alcuni pittori della medesima area geografica ma giunti sulla scena tre secoli dopo.

Poco importa, l’enigmatico pittore parla al committente e allo spettatore, attraverso la rappresentazione del suo mondo, di una realtà composta da visioni e suoni che affiorano come in lucidissimi sogni.

E poi arriva il finale, dolce schiaffo a uno spettatore ammaliato [ma anche un po’ assonnato] che dopo 90 minuti in quella [ir]realtà non vorrebbe più tornare indietro, non vorrebbe più aprire le palpebre per tornare nella sua quotidianità. Con un meraviglioso balzo Majewski crea una voragine nostalgica in uno spettatore che d’improvviso nota con estrema lucidità la sua più totale impossibilità di poter essere parte emotiva e integrante di epoche passate. Se il dipinto è uno dei segni-segnali più forti e autentici attraverso i quali possiamo entrare in contatto con un’epoca passata, è altrettanto vero che non possiamo farlo che in maniera asettica, distaccata, tremendamente accecati dalla scientificità classificatoria e commerciale della nostra società.

Ottima la colonna sonora del film, scevra da musiche extradiegetiche e molto affidata ai suoni ambientali.

Bravo Rutger Hauer nei panni di Pieter Bueghel, così come lo è Charlotte Rampling.

La fotografia, strepitosa ovunque, ha forse l’unica pecca di palesare all’occhio esperto del cinefilo la presenza d’un set che non risparmia fari puntati sui personaggi in primo piano. Però, bisogna dirlo, a fronte d’una bellezza tanto grande quest’annotazione perde ogni sua importanza.

I Colori Della Passione

I Colori Della Passione è un film lento che non è in grado di intrattenere qualsiasi tipologia di spettatore, eppure muovere questa critica a un’opera come questa è pratica sterile. L’empatia esperienziale associata a sintetici ragionamenti-guida costituisce il fulcro per la fruizione di un componimento altro, d’una silente sinfonia di forme e colori che, proprio come il pennello imbevuto nel colore, non potrà che lasciare un segno.

8,5

Danilo Cardone

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2 commenti leave one →
  1. 24 giugno 2013 11:45

    UN CAPOLAVORO.
    il mulino è qualcosa di incredibile

    • 24 giugno 2013 18:14

      Concordo pienamente!
      Il mulino-Dio è il nucleo astratto [ed estratto] d’una comunità di formiche. Impossibile non volerci salire..

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