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Valerie And Her Week Of Wonders – Jaromil Jireš [1970]

6 maggio 2013

Un racconto immorale

Valerie And Her Week Of Wonders

Ci sono certi film che proprio non potremmo vedere.

La censura è la causa principale di questa impossibilità. Si pensi allo scandaloso Freaks di Tod Browning del 1932 oppure, alla piccola, italianissima e invalidante censura sulla sceneggiatura che venne fatta a Persona di Ingmar Bergman nel 1966.

Valerie And Her Week Of Wonders è uno di questi film, anzi, è uno dei film in assoluto più temuti e più bistrattati su scala mondiale, tanto che ancora oggi è forse impossibile poterne recuperare la versione originale.

Le ragioni di tale accanimento sono chiare, ma non troppo.

La storia di una tredicenne che s’incammina alla scoperta di sé stessa e del suo corpo, attraverso l’aiuto di vescovi e reverendi che paventano frequentemente la possibilità d’essere in rapporto incestuoso con la ragazzina, non era probabilmente ciò di cui la società aveva bisogno, a detta delle varie commissioni di censura degli anni ’70.

Valerie And Her Week Of Wonders

Detto ciò bisogna rilevare come queste possibilità, nella versione da me analizzata [che è quella più completa reperibile sul mercato], non si concretizzino altrimenti che in eleganti abbozzi di ciò che si sarebbe potuto rappresentare con modi e tempi decisamente più volgari ed espliciti. Se questa idea è stata resa proprio grazie ai tagli della censura non lo saprei dire con esattezza, ma propenderei decisamente per il no.

L’opera parrebbe essere mutilata, più a livello narrativo che d’immagine, eppure la sensibilità estetica e formale del regista non ne esce affatto indebolita, il che farebbe pensare a uno stile sincopato intenzionalmente reso tale.

Se infatti la coerenza nella successione dei fatti appare falsata, pindarica, non fluente secondo i canoni classici della narrazione, il carattere surreale assume sfumature fantasticamente ancorate all’onirismo della protagonista, non a caso più volte paragonata dalla critica all’Alice Nel Paese Delle Meraviglie partorita dalle fantasie [e dalle esperienze] di Lewis Carroll nel 1865. Facendo attenzione a non esaltare questo aspetto che non è rapportabile tra le due opere se non in quella cornice narrativa che compare solamente nell’incipit e nel finale, è impossibile non notare la forte impronta del surrealismo macabro e perverso che deriva dall’omonima opera letteraria scritta e pubblicata dallo scrittore ceco Vítĕzslav Nezval nel 1945.

Valerie And Her Week Of Wonders

Censura o non censura, gli elementi fondamentali della poetica del regista sono ben rintracciabili. Malgrado Jaromil Jireš venga sempre ancorato alla corrente artistica della nová vlna, una sorta di stagione dorata del cinema ceco-slovacco, paragonabile per certi versi alla nouvelle vague che negli stessi anni catalizzava l’attenzione sulle produzioni francesi, Jireš si discosta molto dagli altri registi del movimento, come per esempio il ben più famoso Miloš Forman, grazie al suo carattere visionario non direttamente interessato alla contemporaneità né alle implicazioni politiche bensì proiettato in un luogo e in un tempo altro che solo di riflesso possono essere letti come metafora delle rivoluzioni culturali sessantottine.

La storia è infatti ambientata in un luogo imprecisato [ma sicuramente identificabile nelle zone di provenienza dell’autore] e si svolge in un tempo altrettanto non esplicitato. La realtà rurale periferica potrebbe ancora essere strascico di usanze passate in quel decentrato tardo Ottocento che non aveva ancora conosciuto le innovazioni tecnologiche che invece imperversavano nelle grandi città. Però perché sforzarsi, come qualcuno ha molto sommariamente fatto, di trasportare queste vicende nel XIXsec.? Forse la suggestione delle atmosfere offusca con troppa facilità le obbiettive analisi. Dunque sarebbe il caso di rilevare, con un po’ più di accortezza, come la caccia alle streghe che si manifesta esplicitamente sulla scena, con tanto di rogo della condannata, sia pratica ben diffusa nel Seicento europeo. Il vampirismo che lega le vicende come un fil rouge [forse un po’ debole, anche se costante] potrebbe sì richiamare le suggestioni gotiche ottocentesche [si veda il Dracula di Bram Stoker pubblicato nel 1897] ma altrettanto, e forse con maggior probabilità, porterebbe l’azione se non direttamente nella seconda metà del XVsec. ovvero all’epoca nella quale visse il famigerato Conte Vlad III di Valacchia [identificato poi come il vero Conte Dracula] a epoche di poco successive.

Valerie And Her Week Of Wonders

Inoltre l’opera è cosparsa di simbologie tardomedievali che non possono essere tralasciate con superficialità. Il mostro demoniaco che scombussola il quieto vivere delle pie donne del paese è di evidente derivazione bassomedievale, anche con quel suo ripetuto gesto d’indossare una sommaria maschera altrettanto demoniaca; il frutto rosso, metafora della passione, torna più volte, prima filmato come un ribes, poi citato come un melograno. Il risultato non cambia. Nel Quattrocento si diffonde questa simbologia cristica che qui è dunque puntualmente ripresa. Non solo simbologie. Gli attori propriamente chiamati dalla protagonista si palesano sulla scena come un avvenimento unico in grado di offrire svago e di interrompere la monotona quotidianità. E quando appaiono non sono gli attori teatrali che potremmo intendere noi oggi o che avrebbero fatto la loro comparsa nell’Ottocento. Gli attori non sono altro che musici e danzatori con tanto di personaggi demoniaci al seguito, esattamente come va via via definendosi la tradizione del nuovo teatro compreso tra l’assenza di spettacolarità altomedievale e il teatro rinascimentale. Assodato il fatto che il teatro moderno, il cosiddetto teatro all’italiana, è appunto affare italico, e che ancora nel Seicento in terra cecoslovacca poteva non essere così diffuso favorendo ancora queste sottospecie di cortei bacchici epurati dalle connotazioni della divinità pagana in questione, pare evidente come la datazione delle vicende filmiche non possa andare oltre il XVIIsec. E non è tutto, perché il co-protagonista, il ragazzo di poco più grande della protagonista Valerie, appare in più occasioni nelle vesti di menestrello, di affabulatore se non proprio di giullare senza gli abiti da giullare.

Valerie And Her Week Of Wonders

Altro dato da prendere in considerazione è l’importanza che il vescovo riveste all’interno della comunità. È nel bassomedioevo che tali chierici si calano totalmente nella comunità abbandonando i monasteri per diffondere il verbo di Cristo, e non di certo nell’Ottocento.

Jaromil Jireš pare avere coscienza di tutto ciò e si applica con attenzione per dissacrare il dissacrabile. Attraverso un montaggio oniricizzante ed estraniante la giovane Valerie si ritrova d’improvviso catapultata da un luogo all’altro senza troppa logica ragionevolmente comprensibile ma inconsciamente percepibile sotto il principio d’evocazione che contraddistingue i sogni.

Così anche i simboli vengono sovvertiti e la chiesa da luogo sicuro e protettivo diventa luogo di perdizione, come un bordello di periferia. Il vescovo non è il più il messaggero di Cristo ma l’incarnazione di un demone mutevole nei tratti somatici e ingannevole in quelli dello spirito. È lui che trasforma l’acqua, simbolo di purezza, in fuoco, ed è lui che seduce le donne per denaro e potere, così come è sempre lui che si lascia andare in incestuosi rapporti che anche se non si rivelassero tali nel finale, al momento del loro compimento appaiono come tali e come tali vengono consumati. D’altronde, ch’essi siano vescovi o reverendi, contravvengono a tutti i principi morali ai quali dovrebbero sottostare e dei quali dovrebbero farsi portatori. Loro cedono ai piaceri della carne, ridono sguaiatamente [mentre il chierico dovrebbe al massimo sorridere] e trangugiano vino con avidità [mentre il chierico dovrebbe bere con moderazione e rispetto].

Valerie And Her Week Of Wonders

Insomma, le simbologie non mancano e il sovvertimento dei loro significati nemmeno.

L’opera appare dunque intelligente, tranne forse nei ripetuti riferimenti al vampirismo, e raffinata dal punto di vista visivo.

L’attenzione alla costruzione delle scene è lodevole così come quella sulla scelta dei colori, molto giocata sul trittico bianco-nero-rosso. Così, tra qualche gioco di specchi e qualche candidissima stanza, compare una scena magistralmente allusiva come quella che vede il rovesciamento di una brocca di vino rosso su una lindissima tovaglia bianca. È questa un’allusione alle prime mestruazioni di Valerie apparsa nella scena precedente, oppure è l’allusione alla verginità violata del primo rapporto nuziale della scena successiva? Poco importa, a livello cinematografico si è sfiorata la perfezione.

Discreti gli attori, tra cui spicca, ovviamente, la protagonista Jaroslava Schallerová, divenuta con il passare dei decenni un’icona elitaria del cinema d’autore.

Lodevolissime le musiche composte da Luboš Fišer che perfettamente s’integrano con quanto rappresentato. Da segnalare anche il valido progetto creato nel 2006 dal supergruppo musicale chiamato, non a caso, The Valerie Project che riunendo i membri di tre gruppi musicali, tra i quali spicca quello psychedelic folk Espers, ha ri-musicato interamente il film con strumenti elettrificati e non, restituendo un clima cupo-ossessivo che affonda le radici melodiche proprio nella musica tardo-medievale.

Valerie And Her Week Of Wonders

Valerie And Her Week Of Wonders è una perla cinematografica che ha qualche imperfezione e qualche ridondanza ma che costituisce a suo modo un unicum di estrema fascinazione. Da vedere e rivedere, possibilmente in lingua originale con i sottotitoli. La censuratissima versione italiana uscì con otto anni di ritardo con il fuorviante titolo Fantasie Di Una Tredicenne e, fortunatamente, oggi è introvabile.

8

Danilo Cardone

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