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La Donna Che Visse Due Volte – Alfred Hitchcock [1958]

14 aprile 2013

D’in su la vetta della torre antica

La Donna Che Visse Due Volte

Un poliziotto in pensione viene incaricato privatamente di pedinare una donna dalla doppia personalità, sulla quale aleggia lo spettro di un’ava tragicamente scomparsa un secolo prima.

Al sentire o leggere il nome di Alfred Hitchcock, uno dei più importanti registi della storia del cinema, quasi automaticamente saltano alla mente alcuni titoli come Psyco, La Finestra Sul Cortile e, c’è da scommettere, anche La Donna Che Visse Due Volte.

Tratto da un romanzo di due autori francesi, non suscitò alla sua uscita nelle sale troppo interesse né da parte del pubblico né da parte della critica. Con circa un decennio di ritardo recuperò tutta la fortuna critica perduta, affermandosi come uno dei capolavori della cinematografia contemporanea.

Senza nulla togliere al regista che ha saputo creare un ottimo film, c’è però da chiedersi quanta parte della critica contemporanea sappia davvero valutare il film in quanto tale, senza avere l’opprimente consapevolezza che si tratta di un’opera del maestro britannico.

Molti sono i temi che vengono straordinariamente toccati durante la lunga pellicola. Il doppio, per esempio, emerge con forza e proprio su di esso si gioca tutta la parte narrativa e psicologica dell’opera che andrebbe con competenza relazionata magari a quei miti greci che del doppio si servivano in varie occasioni. Anche l’acrofobia, la paura del vuoto, è tema ricorrente e fondamentale per l’opera intera. Da non dimenticare anche l’ellitticità spiralica che inghiottisce ogni personaggio in scena, per varie ragioni.

A fronte di tutto ciò che, tra l’altro, era già presente nel libro, siamo in presenza di un’opera con varie falle narrative, con incongruenze evidenti sulle quali il maestro Hitchcock soprassiede con troppa fugacità. Anche i rapporti umani che intercorrono tra i personaggi emergono come un po’ incredibili o quantomeno sintetizzati con eccessiva semplicità. La splendida storia d’amore tra i due protagonisti è drammaticamente efficacissima, ma tutto ciò che ruota attorno a loro viene un po’ tralasciato malgrado fino a circa tre quarti del film avesse avuto ruoli di spicco [si veda Midge, l’amica del protagonista].

La Donna Che Visse Due Volte

A veder bene il film non è nemmeno dotato di un buon ritmo, che è sostenuto solo sporadicamente e altrimenti vive di lenti momenti.

Cosa dire invece della scelta di discostarsi dal libro, anticipando a circa mezz’ora dalla fine la soluzione dettagliata della storia? La confessione anticipata della protagonista appare come una scena incollata lì in fretta e furia [seppur non sia così] tanto per informare lo spettatore e… e non si riesce bene a capire perché Hitchcock lo faccia, dal momento in cui questo disvelamento anticipato toglie la suspense che si sarebbe creata da lì alla fine, e permette così allo spettatore di concentrarsi sì maggiormente sulla figura doppia della protagonista, ma altrettanto distoglie la nostra concentrazione dall’essere immedesimati nel protagonista per il quale da qui alla fine nutriamo un certo distacco annoiato nel vederlo agire in determinati modi ossessivi e feticisti. La sua ossessione sarebbe stata efficace se fosse stata anche la nostra ossessione.

Bello invece il finale, che dilania protagonista[i] e spettatore.

Data un’opera un po’ disomogenea rispetto a quanto era riuscito ad abituarci il grande Alfred, non possiamo che rimanere estasiati dalle sue soluzioni tecniche. Già i titoli di testa calamitano la nostra ammirata attenzione allo schermo. Poi i colori, espressionisticamente utilizzati attraverso luci che ricordano l’interrogatorio di Grace Kelly in Il Delitto Perfetto ma anche attraverso rosse tappezzerie che affondano la loro ragione d’esistere nella tela Il Cafè Di Notte dipinta da Vincent Van Gogh nel 1888 così come nella coeva La Visione Dopo Il Sermone di Paul Gauguin. E che dire delle colorate visioni oniriche del protagonista? Quasi un’evoluzione di quelle bicromiche viste qualche anno prima in Io Ti Salverò, svolgono egregiamente la loro funzione.

L’intuizione assolutamente più felice che Hitchcock ebbe rimane comunque senza ombra di dubbio l’utilizzo dello zoom ottico, da poco introdotto in cinematografia. Quel suo modo di zoomare allontanando con tempismo perfetto la macchina da presa su un carrello, inquadrando un [costosissimo] modello in scala della tromba delle scale del campanile centro nevralgico delle vicende, ha del geniale e stupisce con straordinaria efficacia ancora a cinquantacinque anni di distanza.

Musiche, ovviamente, perfette del solito Bernard Herrmann, così come molto buone sono le interpretazioni di James Stewart, ormai un abituè nei film di Hitchcock, e di Kim Novak, in entrambi i ruoli che è costretta a interpretare.

La Donna Che Visse Due Volte

La Donna Che Visse Due Volte è un film molto bello per il quale però, a mio avviso, andrebbe un po’ ridimensionata l’aura di automatico entusiasmo che si sprigiona semplicemente nominandolo. In altre parole: il grande Hitchcock ha creato capolavori più capolavori di questo.

8

Danilo Cardone

2 commenti leave one →
  1. mellie permalink
    26 maggio 2013 21:59

    Vero, finale fighissimo.

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  1. alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 14.04.13 | alcuni aneddoti dal mio futuro

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