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Following – Christopher Nolan [1998]

31 marzo 2013

De compositione

Following

Ogni regista, per esser tale, deve cominciare la sua carriera filmando qualcosa.

Solitamente si gira tutta una serie di cortometraggi e poi, dopo essersi fatti notare e aver conquistato magari una cospicua produzione, si passa al lungometraggio.

Christopher Nolan dopo qualche corto e prima di arrivare nel 2000 a firmare la regia di un gran bel film adeguatamente prodotto come Memento esordisce nel 1998 con una pellicola di poco più di un’ora di lunghezza, girata interamente in low cost per di più a spese dello stesso Nolan.

Come spesso accade negli esordi registici o l’opera si dimostra ancora palesemente acerba [e questo di solito accade per quei registi che non hanno una forte impronta stilistica] oppure evidenzia senza mezzi termini tutta la genialità del regista e le colonne portanti della sua poetica [si veda l’esaltante esordio di Steven Spielberg in Duel nel 1971].

Nolan, come è facile immaginare, appartiene a questa seconda categoria di artisti e in Following, seppur con mezzi davvero ridotti all’osso, crea un’opera cosciente d’essere tale, innovando per certi versi gli aspetti filmico-narrativi e al contempo citando tutto un certo cinema del passato tanto caro a Nolan stesso. L’operazione non è poi così dissimile da ciò che quarant’anni prima avevano fatto in terra francese i registi della cosiddetta nouvelle vague i quali, in virtù di nuovi principi della cinematografia contemporanea che andassero a scardinare un sistema consolidato e stantio, si cimentarono dietro a economiche macchine da presa apportando una loro personalità artistica che ha assunto i toni del più spiccato lirismo così come quelli delle più ardite sperimentazioni tecniche.

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Nolan, seppur con modi differenti, non si discosta da queste intenzioni e, pare con lo stesso spirito, scombussola coscientemente le carte in tavola del cinema di fine anni ’90.

Partendo da un bianco e nero molto contrastato, che appiattisce la profondità dell’immagine ma che esalta la dicotomia tra bene e male, e filmando tutto attraverso una grana sempre molto visibile sullo schermo, definisce un thriller che qualcuno ha giustamente definito neo-noir. Con evidente conoscenza della storia del cinema il regista riporta in scena, seppur nei tempi moderni, spirito e look da film noir del cinema hollywoodiano degli anni ’50. D’altronde già la nouvelle vague avevo fatto ispirare personaggi come il Jean-Paul Belmondo di À Bout De Souffle a quegli inossidabili machi alla Humphrey Bogart, dunque l’operazione di recupero nolaniano assume la valenza di doppia citazione cinematografica non chiudendola nel circuito chiuso del mero citazionismo bensì rimodellando quel gusto e quello stile al fine di creare una nuova opera dal sapore “antico”.

Anche a livello di sceneggiatura questi riferimenti sono molto marcati con i costanti riferimenti al pericolo, al contrabbando, a gang di stampo mafioso dell’era proibizionistica. E non è un caso che l’unico personaggio femminile in scena, la bionda senza nome, non sia altro che una femme fatale plasmata a immagine e somiglianza di quell’icona costituita da Marilyn Monroe che, per giunta, campeggia in un poster sempre in evidenza nello studio dell’abitazione del protagonista.

Un neo-noir, dunque, che però ingloba uno spirito che, scusandomi per la serie di categorie citate, potremmo definire post-grunge non con l’accezione musicale con il quale solitamente lo si utilizza, bensì per indicare una evoluzione cosciente del nichilismo che stava alla base della cultura grunge della prima metà dei 90s. La condizione di vita e il look scombinato del protagonista si unisce alla totale assenza di morale del co-protagonista, per contro, perfettamente curato nell’estetica.

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Insomma, i tratti del noir anni ’50 sono qui modernizzati secondo la contemporaneità, sempre tenendo d’occhio la lezione nouvellevaguiana che emerge con forza dall’utilizzo di una macchina a mano che segue costantemente l’incedere del protagonista nelle sue scorribande metropolitane.

È l’ossessione per le persone che muove il personaggio principale a fare ciò che fa. È la sua maniacalità nell’osservare l’essere umano in quanto individuo estratto ed astratto dalla moltitudine e in quanto parte costituente della moltitudine stessa a scatenare le sue irrefrenabili pulsioni. Di nuovo, a discapito della ripetizione, è da personaggi come il François Truffaut de L’Uomo Che Amava Le Donne o l’Eric Rohmer dei racconti morali che Nolan prende spunto per la sua intricata storia che fonde la narratività alla psicologia umana. Seppur qualche critico cinematografico abbia rilevato la superficialità dell’approfondimento psicologico di questo film, non si può non notare come perlomeno l’incipit dell’opera scavi a fondo nel protagonista quel tanto da fornirci le chiavi per ricavare da noi un’analisi psicologica che pervade tutto il resto della pellicola malgrado non riesca più a emerge con tanta vigoria.

La mania proposta come necessità insita nell’uomo e non come disturbo debilitante l’uomo stesso scaturisce una messa a nudo della logica perversione che caratterizza tutte, con intensità differente, le menti umane. Seppur il protagonista proclami che ciò che lo interessa siano i sentimenti delle persone, è la soddisfazione del proprio ego ciò che lo preoccupa maggiormente, anche a discapito della propria condizione e reputazione sociale.

Purtroppo il finale conclude narrativamente il tutto dimenticandosi di queste considerazioni, essendo Nolan troppo calato nella parte dell’innovatore della forma.

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Come infatti farà in tutti i suoi film successivi, dal già citato Memento a The Prestige fino ad arrivare al famosissimo [ma non così efficace] Inception, Christopher Nolan prende un racconto lineare e lo disgrega, lo spezzetta e lo ripropone allo spettatore ri-assemblato ad libitum. Chi osserva lo svolgimento dei fatti non subisce più il procedere di una storia non troppo innovativa ma è costretto a partecipare attivamente alla narrazione costringendosi a prendere i pezzi del quadro generale che man mano il regista gli passa in mano e a fare un’opera di collage che solo con l’ultimo tassello può considerarsi definitivamente compiuta.

Nel caso del film in questione Nolan interseca uno sull’altro quattro momenti narrativi che non sono altro che uno unico scomposto appositamente dove tre dei quali costituiscono il passato che ri-emerge sconclusionato come attraverso concitati ricordi.

La forza espressiva dell’opera nella sua interezza risiede per gran parte proprio in quest’atipicità formale straordinariamente resa per mezzo di un montaggio ritmicamente disomogeneo eppure perfettamente funzionante.

Quella maniacalità alla quale si è già accennato emerge sì dalla storia e dalle azioni dei personaggi ma viene potentemente amplificata proprio dal montaggio che collega e separa eventi e gesti attribuendo significati e consonanze ambigue e fraintendibili. Poco importa che la storia possa essere o meno comprensibile già prima del finale. Ciò che rende quest’opera funzionante è l’insieme dei vari elementi, e limitarsi al semplice svolgimento dei fatti sarebbe superfluo e svierebbe l’attenzione dal cinema in quanto arte complessa ed intrinsecamente eterogenea.

Efficaci le prove degli attori che, tranne Lucy Russell, non saranno che meteore.

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Following è dunque un lungometraggio breve che inizialmente disordina gli elementi per ri-ordinarli attraverso l’inusuale svolgimento dell’opera. Non è il Nolan degli sbalorditivi effetti speciali della trilogia dedicata a Batman, ma ci sono buoni [e cinematograficamente forse migliori] motivi per apprezzarlo.

8,5

Danilo Cardone

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