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Vanilla Sky – Cameron Crowe [2001]

26 marzo 2013

Forget her

Vanilla Sky

Siamo in presenza di un remake. L’originale fu diretto da Alejandro Amenábar nel 1997 in landa spagnola o, per meglio dire, europea, data la produzione franco-ispanico-italiana. Sarebbe dunque apparentemente facile distruggere la versione attraverso la quale nel 2001 il regista Cameron Crowe porta quella storia sotto l’egida hollywoodiana della Paramount Pictures.

Il trait-d’union più evidente risulta l’utilizzo di Penélope Cruz nel medesimo ruolo della versione originale del 1997 e tolto ciò tutto il resto rispecchia un gusto per certi versi edulcorato, che punta molto sull’estetizzazione non solo dei personaggi ma anche dei sentimenti. Tom Cruise è il fulcro visivo ed è nella sua bellezza [fulgida e strappata] che lo spettatore medio dovrebbe immedesimarsi, perdersi. Le splendide musiche non dovrebbero essere valutate come scelta di facile presa sul pubblico perché s’integrano molto bene con il filmato, eppure non si può non notare come Radiohead, R.E.M., John Coltrane e altri mostri sacri della musica contemporanea fungano automaticamente da effetto calamita sull’attenzione dello spettatore.

Il pacchetto ipocrita sembrerebbe perfettamente confezionato.

Questa visione in campo lungo, virata in negativo anche un po’ dal pregiudizio del remake in quanto operazione insitamente fraudolenta per di più attuata nei confronti di una delle opere più redditizie prodotte nel Vecchio Continente negli ultimi anni, abbisogna d’essere integrata con un’analisi un po’ più approfondita che scagioni in parte regista e attori.

Il più grande demerito di quest’opera è sicuramente quello di svelare troppo, anzi, tutto, sul finale. Il pubblico americano e cinematograficamente filoamericano non avrebbe gradito un finale aperto, senza certezze e con molti dubbi. Il regista tutela sé stesso e i produttori, tra i quali figura lo stesso attore protagonista Tom Cruise. La giustificazione regge dunque in una logica industriale ma non in quella artistica.

Vanilla Sky

Soprasseduto su questo eterno difetto congenito all’interno di un sistema produttivo che della facilità di lettura delle opere ha sempre fatto un baluardo atto a generare profitti derivanti dal maggior numero di biglietti staccati ai botteghini, si può osservare un’opera segmentata, ritmicamente variabile.

La prima parte dell’opera non annoia e non entusiasma, data la faciloneria con la quale le vicende si susseguono, quasi come in un sogno, ma è proprio attraverso la seconda parte che il meccanismo viene svelato, in un’opera che del sogno ne fa una questione vitale. La prima parte appare dunque non perfettamente gestita dal regista che non sembra in grado di immedesimarsi nei vari momenti narrativi.

Dopo l’evento, l’avvenimento che inverte improvvisamente il corso dell’opera, però, tutto cambia e i piani percettori si sovrappongono con buona mimesi cosicché lo spettatore sia spaesato quel tanto da disorientare la propria comprensione mentale per sostituirla, per certi versi, con un’empatia nei confronti di quanto succede. Il dramma dell’uomo non è scavato attraverso processi psicologici palesati attraverso una sceneggiatura troppo carente, bensì è indagato grazie alla bravura del regista che a un montaggio di tutto rispetto, soprattutto nei momenti più concitati, affianca un’attenzione non trascurabile sul tema del ricordo e, ancor meglio, del sogno.

Il sogno come fuga mundi, come unica via di salvezza [codarda?] dalle responsabilità e dai problemi della quotidianità. Eventi che si concatenano con altri eventi e che plasmano il nostro spirito e modellano, nel bene e nel male, il nostro corpo. Certi accadimenti marcano animo e fisico più di altri ubriacando la nostra psiche, costringendola a creare visioni e percezioni altre finalizzate all’inganno del presente, di ciò che è nella realtà.

Quale realtà migliore, dunque, di quella onirica può accogliere la nostra fuga? Quale stato può garantire il più sicuro asilo politico, se non quello onirico?

Vanilla Sky

Remake o non remake, questo film riesce a tratti a svicolare con agilità le banalità evidenti offrendo poetiche incomprensibilità che elevano a dovere la storia d’amore del protagonista nei confronti di sé stesso e della sua amata, fino a quando il finale gira tutte le carte in tavola riappacificando il pubblico con il prezzo del biglietto pagato ma affossando senza mezzi termini il potenziale evocativo che avrebbe potuto garantire nella memoria dello spettatore l’eterno sogno che con tanto intricato ardore cerca di rappresentare.

In tutto ciò si staglia come un eroe in cima a una collina l’attore-produttore Tom Cruise che, bisogna ammetterlo senza tanti pregiudizi, nella prima parte del film interpreta molto bene il ruolo del ricco ereditiero, giovane, bello e simpatico e che si cristallizza spesso guardando nel vuoto con facce da perfetto imbecille. Sono queste carenze attoriali di Tom Cruise? Non importa, in quel momento è quello serviva, ed è ciò che interpreta. Nella seconda parte invece, trasfigurato e mascherato, palesa le sue classiche evidenti difficoltà di gesticolazione mimica. Penélope Cruz fa ciò che le viene chiesto, ovvero la stessa cosa che le era stata chiesta in molti altri film, dunque non eccelle. È per ciò Cameron Diaz, fatto assai inconsueto, a emergere come personaggio chiave delle vicende narrative e attoriali grazie a quei suoi ghigni più che vagamente demoniaci. Non ha la leggiadria della Cruz, non ha lo stile raccolto di Cruise, eppure al termine della visione rimarranno impresse le sue malefiche espressioni più che le smielate pose della Cruz.

Se il cast funziona a corrente alternata, così funziona anche il regista, come già accennato in precedenza. Meritano però qualche parola le citazioni che Crowe inserisce qua e là durante lo scorrere del film. Ruffianaggini autoreferenziali, non le si può definire altrimenti, essendo che nel finale le svela tutte, una per una, anche se con rapidità, com-piacendosi e facendosi piacere. Assodato che lo svelamento finale ha tutti i caratteri della richiesta d’attenzione che ha un bambino non perfettamente sicuro che gli adulti abbiano realmente compreso ciò che stava cercando di comunicare, è doveroso evidenziare che durante il film quelle citazioni erano state sparse, più o meno evidenti, creando un’opera consapevole di non essere prodotto confezionato come usa e getta.

Vanilla Sky

Vanilla Sky è un film di fantascienza che esalta l’amore e la passione per l’utopia, per ciò che vorremmo potesse accadere ma che sappiamo non potrà essere. In nuce è un film per sognatori che amano distrarre l’attenzione dal sé per perdersi in romantici viaggi nel mondo onirico. Probabilmente la versione originale risulta più intensa, meno glassata dallo zucchero che viene cosparso su ogni opera hollywoodiana ma, in fin dei conti, anche se raccontano la stessa storia, sono due opere diverse.

7

Danilo Cardone

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