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Luci Della Città – Charlie Chaplin [1931]

11 marzo 2013

Le metamorfosi dell’anfitrione

Luci Della Città

Un vagabondo s’innamora d’una ragazza cieca che ricambia il suo amore.

In sintesi è questa la storia che si sviluppa per la durata del film ma, seppur l’intreccio sia indispensabile per quest’opera, non ha senso raccontarne lo svolgimento.

Luci Della Città è uno dei più bei film della storia, e lo è anche e forse primariamente per la poesia che emerge man mano che i minuti passano e che strariperà dalla pellicola su uno dei più riusciti finali che si siano mai visti in una sala cinematografica.

Il carattere appassionatamente non-finito che conclude l’opera è un climax crescente interrotto sul momento più bello, quando l’apice della passione è a un solo passo dal poter essere pienamente afferrato e il regista invece conclude il tutto calando il sipario e dissolvendo le luci della città filmica per riaccendere quelle in sala, quelle che mettono ordine al nostro mondo, al nostro tempo.

La meravigliosa favola che si è appena conclusa è altro.

Usi e costumi inscenati sono esattamente quelli dei tempi moderni vissuti da regista, attori e spettatori, dunque l’immedesimazione è totale con ciò che si sta osservando, eppure, ed ecco una delle innumerevoli genialità del Charlie Chaplin regista, nella narrazione s’intromette l’elemento fantascientifico, un probabile approdo futuro della scienza medica ma che non è altro che possibilità in un futuro indeterminato e sicuramente ancora lontano: la cura definitiva per la cecità. Lo spettatore è dunque perfettamente cosciente di stare osservando una favola, una storia esacerbata, incredibile eppure così realmente tangibile nelle vesti, nei comportamenti. Gli strilloni all’angolo della strada sono i ragazzi che all’epoca vendevano giornali ai passanti, la Rolls Royce del milionario era quella disponibile in quel periodo e la musica esce da un vecchio grammofono a carica manuale, di quelli che probabilmente molti spettatori dell’epoca potevano far suonare una volta ritornati a casa dalla proiezione del film.

Luci Della Città

Insomma, sebbene ci si trovi di fronte a un film che si pone come comico ciò che coinvolge lo spettatore è il lirismo che scaturisce dagli infiniti opposti che si scontrano nel film. Tutto il film è giocato sulla contrapposizione dicotomica di elementi che nella realtà stanno ai poli opposti tra loro. Il molto ricco entra in contatto diretto con il molto povero, un personaggio o è colpevole oppure è innocente, senza possibilità d’appello, lo stesso protagonista Charlot è l’insieme di opposti. Gira con un bastone come se fosse un ricco, eppure è un vagabondo; saluta chiunque sollevando leggermente il cappello dalla testa con estrema cortesia, eppure, nuovamente, è un vagabondo; è estremamente timido malgrado il vagabondo dovrebbe essere estroverso e sfacciato; è altruista fino a penalizzare sé stesso, malgrado nella sua condizione dovrebbe pensare prima alla propria sopravvivenza; etc etc…

È il continuo contrasto di questi elementi che genera l’incontenibile ilarità nello spettatore. È il continuo sovvertimento dei ruoli dei protagonisti della società reale a generare il riso più sfrenato negli spettatori di qualsiasi estrazione sociale. Se fosse un barbone a essere salvato da un altro personaggio povero come lui, chi riderebbe di quella sequenza che assumerebbe i toni di una denuncia sociale? Il barbone salvato dove potrebbe invitare il suo salvatore per sdebitarsi, dato che non avrebbe una villa nel quale ospitarlo? Se un ricco milionario donasse ventidue dollari a una povera cieca sconosciuta, chi si appassionerebbe alla sua storia?

D’altronde Charlie Chaplin è un attore, ancor meglio sarebbe chiamarlo mimo o, come lui stesso si definisce nei cartelli di testa, un pantomimo. E chi era originariamente l’attore di pantomima, se non un mimo che utilizzava il suo corpo per inscenare spettacoli deridendo alcuni aspetti della vita comune? Definendo meglio potremmo dire che Chaplin si rifaccia al giullare bassomedievale, che non solo utilizzava il linguaggio muto del proprio corpo per intrattenere, ma che addirittura prendeva gli elementi caratterizzanti delle varie fasce sociali e dei personaggi più in vista, per rimescolarli, per abbassare gli alti e ri-alzare ciò che solitamente sta al fondo della società. Così Chaplin fa il giullare moderno che dal Medioevo eredita lo spirito della sua arte e che dal decadentismo tardottocentesco eredita uno spirito romantico che non può che generare l’ultimo grande atto di un’epoca.

Luci Della Città

Con questo film infatti possiamo, un po‘ sommariamente, considerare concluso il grande cinema muto. Il sonoro nel cinema era stato introdotto da soli quattro anni ma spopolava con grande rapidità, eppure Charlie Chaplin, che si era creato una maschera priva della parola, non ne voleva proprio sapere di cedere al ricatto dell’esigenze di un pubblico che deve restare pubblico e che non deve intervenire nella realizzazione di un’opera d’arte. Eppure senza un pubblico che guarda la tua espressione, diventa inutile esprimersi, soprattutto [e forse soltanto] se dietro a quell’espressione ci sono investimenti da capogiro.

Il film in questione richiese tre anni di lavorazione e chilometri di pellicola girata. Il perfezionismo di Chaplin era maniacale.

Dunque se il pubblico chiedeva a gran voce che i film fossero sonori, registi e produttori non potevano fare altro che adeguarsi a tale richiesta. Già un giovane Alfred Hitchcock era stato costretto, e già ben due anni prima, a girare il suo bellissimo Blackmail [Ricatto] come film muto come da intenzioni e poi a correggerlo subito dopo introducendo qua e là scene sonorizzate come imposto dal produttore.

Chaplin, imperterrito, vuole che il suo film sia muto.

Perché lasciarsi distrarre dalla parola, quando comicità e poesia possono benissimo coesistere nella sola bidimensionalità dell’immagine?

Così, avverso alla tendenza, profuse ogni suo sforzo per creare un’opera indimenticabilmente efficace, che potesse ancora dimostrare come il genio dell’artista non debba avvalersi di contaminazioni esterne per poter esprimere qualcosa di profondo e coinvolgente.

Luci Della Città

Il film uscì rischiosamente nelle sale ed ebbe un buon successo, contrastato da qualche critica progressista che non vedeva l’ora di scrollarsi via di dosso il silente sentimentalismo di cui questo film si faceva massimo esponente. Quella parte della critica si dimostrò ovviamente errata, stupidamente acciecata dall’amore per la novitas, dallo sbrilluccichio di un metallo prezioso ma che non poteva scalzare così semplicemente tutto ciò che di aureo vi era stato fino a quel momento. Nel corso dei decenni questo film fu oggetto di apprezzamento da parte dei più grandi registi della storia, da Orson Welles a Federico Fellini a Stanley Kubrick, e ora viene considerato come uno dei più importanti film del secolo.

Charlie Chaplin non soltanto era riuscito a fondere la romantica poesia con la dirompente comicità delle slapstick comedy in voga fino a pochi anni prima, non soltanto era riuscito a rafforzare l’unicità del suo personaggio Charlot trasformandolo in una subitanea e imperitura icona antonomastica del Cinema stesso, ma era persino riuscito travalicare la barriera del suono. Chaplin creò un’opera talmente profonda, al contempo ridicola e straziante, che nessuno [o quasi] sente la mancanza di quel che per noi è diventato l’essenziale cinematografico: il dialogo sonoro. I contrasti ai quali si accennava in precedenza si sostengono come due calamite che si respingono per tutta la durata della pellicola, fino a quando, di colpo, fulmineamente, non si attaccano violentemente l’un l’altro grazie al colpo di genio finale che elimina qualsivoglia contrasto per esplodere come un fuoco d’artificio nell’apoteosi della sfumatura, di ciò che prima vagava stancamente nello spazio dominato dalla prepotente dicotomia di ciò che era completamente bianco o completamente nero.

Luci Della Città

Lo sguardo in macchina finale è uno dei vertici della filmografia chapliniana, uno di quei momenti cinematografici che non ci si può stancare di vedere, che ogni volta sa generare emozioni senza fornire univoche risposte. E ciò che è avvenuto pochi istanti prima è altrettanto agrodolce, in una inarrestabile vorticosa successione dolceamara di azioni che vivono in un bilico magistrale sul trasparentissimo vetro d’una vetrina che è il non-luogo che separa incolmabilmente l’ante dal nunc, il prima dal ora, la consapevolezza dalla non-consapevolezza, l’amore dalla curiosità. La trasparenza del vetro è la geniale risposta al problema del distacco ravvicinato dei personaggi.

Un fiore, una moneta.

Chaplin si dimostra inarrivabile propiziatore di casualità filmiche, sapientemente intervallate durante il trascorrere della pellicola. I mini-episodi che si succedono uno dopo l’altro sono brevi cortometraggi legati da un unico fil rouge che, seppur a tratti pare molto sottile, lega saldamente tutto quanto, sin dall’incipit, quando a una situazione straordinariamente ironica che attira e coinvolge immediatamente lo spettatore, ne deriva una conseguenza che si ripercuoterà per l’intera opera. E che dire di come la protagonista cieca si accorge dell’arrivo di un uomo di fronte ai suoi velati occhi?

Qui entra in gioco non solo la figura di Charlot, non solo il suo agire incerto e oscillante come lo è la sua camminata, ma soprattutto la sua vena melodrammatica, il suo carattere serenamente turbato che è vittima [pre]destinata della casualità.

Luci Della Città

Pantomimo più che attore muto, Chaplin focalizza così tutta la sua attenzione sulla mimica del corpo più che sugli sguardi come era abitudine fare in buona parte del cinema muto, escludendo quasi totalmente la forte caratterizzazione degli occhi come specchio dell’anima addirittura azzerandone le possibilità di azione. Traslando tutto il peso del film sul resto del corpo non è il senso della vista a dominare la scena, come sarebbe logico aspettarsi in un opera visiva, bensì sono i restanti quattro sensi a costituire il vero leitmotiv attraverso il quale si sviluppa la storia d’amore e di solitudine dei due principali protagonisti. Se infatti la vista è quasi esclusivamente rilegata alle scene più comiche, quelle per certi versi anche riempitive rispetto alla linea amorosa primaria, sono il tatto, l’udito e l’olfatto a costituire il centro nevralgico delle vicende sentimentali. Lei riconosce lui da determinati suoni che anticipano la sua presenza, lei riconosce lui perché lo sfiora con le mani, mentre lui àncora il suo amore per lei nella tangibilità olfattiva dei candidi fiorellini bianchi che costituiscono il corrispettivo di quel che fu il Galeotto libro della storia d’amore tra il Paolo Malatesta e la Francesca da Rimini descritti da Dante Alighieri nel Canto V del suo Inferno.

Tutto ciò filmato in un bel bianco e nero dall’impostazione scenica teatrale ma svecchiato da un utilizzo attento della macchina da presa e del montaggio.

Buone le musiche che si adattano con naturalezza alle scene più comiche, mentre nei momenti più sentimentali, dove lo stesso Chaplin insistette molto in questo senso, manca qualche nota nel senso di un coinvolgimento musicale totalizzante rispetto a quanto inscenato.

Luci Della Città

Luci Della Città è un capolavoro assoluto che una volta visto non può essere dimenticato.

10

Danilo Cardone

3 commenti leave one →
  1. 12 marzo 2013 09:39

    Grande recensione per un grande film, uno dei miei preferiti in assoluto! tra l’altro, anche io l’ho recensito da poco, se vuoi dare un’occhiata: http://nehovistecose.wordpress.com/2013/02/22/luci-della-citta/
    compliments! 🙂

    • 17 marzo 2013 00:15

      Grazie mille
      La leggerò domani con più tranquillità 😉

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