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Dick Tracy – Warren Beatty [1990]

9 marzo 2013

Strip again, Warren…

Dick Tracy

L’eroe del fumetto creato nel 1931 da Chester Gould rivive al cinema grazie alla volontà del regista, attore e perfino produttore Warren Beatty.

La star hollywoodiana si dimostra in quest’opera un poliedrico tuttofare che non solo ci assicura di saper fare tutto quanto [ok, a mettere i soldi non ci voleva molto], ma ci dimostra persino di saperlo fare bene.

Bisogna ammetterlo: primariamente Beatty è un attore e in questo film non dimostra straordinarie capacità attoriali, d’altronde sta impersonando il personaggio di un fumetto, un detective tutto d’un pezzo come solo Humphrey Bogart sapeva essere. Dunque non è la mimica che deve contraddistinguere Beatty in questa prova attoriale, bensì la sua figura nell’insieme, il suo stile, ed in questo riesce perfettamente. La sua silhouette è perfetta, integra e inscalfibile, avvolta nel suo antonomastico impermeabile giallo, con tanto di cappello en pendant appoggiato sulla testa.

È però l’apparato visivo a colpire maggiormente sia lo spettatore più attento che quello più distratto, ed è dunque alla regia che Beatty sorprende.

Data la sorgente fumettistica dell’opera, è fumettisticamente che viene reso il film. Straordinariamente gli spazi, gli scenari, ogni scenografica sembra appena stata estrapolata da qualche striscia di fumetto. Con avanguardistici prodigi tecnici il mondo reale si dissolve e si mimetizza in quello irrealmente fumettistico e viceversa, garantendo costante sforzo per lo spettatore per capire dove inizia uno e dove finisce l’altro. Trucchi esacerbati ma perfettamente funzionali e costumi deliziosamente in tema, completano il resto.

Dick Tracy

Tutto è caricaturale, dai volti, alle movenze, alle automobili. Tutto quanto vive di una fisica incomprensibile se non nel mondo fantastico del disegno. Persino le prospettive sono impossibili. Strade che si gettano a capofitto verso la parte bassa dell’immagine, proporzioni che mettono in risalto qualcosa in primo piano per contrapporlo a ciò che sta nel secondo piano, riportando in vita trovate registiche introdotte mezzo secolo prima dal genio Alfred Hitchcock.

Tutto ciò è una gioia per l’occhio, ma lo è ancor di più se questa fotografia accuratissima ci propone una colorimetria così particolare: in questo film esistono solo campiture piatte. Giallo, rosso, blu, verde che sia, non esiste la sfumatura o il tono di colore differente. Ogni colore, che sia di una giacca o di un edificio, è stato creato da una macchina per la stampa di un fumetto. Espressionisticamente, ovviamente. I colori non sono gettati a caso sulla scena ma con una cognizione di causa davvero inusitata.

Tutto ammalia senza annoiare, senza mai cadere nel fine a sé stesso perché la giocosità con la quale queste trovate vengono proposte allo spettatore non fa altro che mantenere alta l’attenzione.

Chi se ne importa della storia, in fin dei conti. Eppure le citazioni parodistiche non mancano, da Il Padrino a Gli Intoccabili, da Cotton Club a Il Monello di Charlie Chaplin.

Dick Tracy

Quello che viene da chiedersi guardando questo film del 1990 è: è possibile che oggi, negli anni ’10 del ventunesimo secolo, per rappresentare al cinema la trasposizione di qualche fumetto [e negli ultimi anni ne abbiamo viste davvero tante] non si faccia altro che ricorrere agli effetti speciali più arditi? Si debba ormai sempre ricorrere all’uso del 3D?

Il risultato è soltanto uno: queste fantasticherie posticce incantano i bambini e i più ingenui cinematograficamente, grazie a immense campagne pubblicitarie si garantiscono ingentissimi incassi ai botteghini, ma dove è finito il Cinema? Dick Tracy ci fornisce un prezioso termine di paragone, in quanto i cosiddetti effetti speciali non mancano affatto, anzi, ma non sono preponderanti nella scena. Siamo al cinema e quel che ci viene proposto è Cinema, non un prodotto esclusivamente commerciale realizzato in forma cinematografica che, nella realtà dei fatti, non è altro che una ennesima e poco originale variazione sul tema già proposto da altre manciate di film. Dick Tracy è opera profondamente originale che, infatti, fallì parzialmente alla conta degli incassi. Ma cosa importa? Questo film è passato alla storia [e deve ancora essere adeguatamente rivalutato], costituendo un unicum artisticamente valido, intelligente nei modi con i quali è stato creato. I nuovi fumetti al cinema non sono altro che il cibo in scatola della settima arte, le patatine fritte nel marroncino olio di qualche puzzolente fast food americano che soltanto consumatori dotati di cattivo gusto possono avidamente consumare.

Buona colonna sonora e buone prove degli attori, tra cui spicca la femme fatale interpretata da Madonna. Moltissimi i camei famosi, mentre il primario ruolo di Al Pacino è straordinariamente modellato, più nelle movenze che in una mimica facciale a tratti irriconoscibile.

Dick Tracy

Dick Tracy è un’opera bella. L’arte cinematografica non deve soltanto essere forma, ma è altresì importante non dimenticarsi della sua esistenza.

8

Danilo Cardone

One Comment leave one →
  1. 9 marzo 2013 19:37

    L’ha ribloggato su Francesco Samani.

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