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Re Della Terra Selvaggia – Benh Zeitlin [2012]

26 febbraio 2013

Acqua arida

Re Della Terra Selvaggia

Una bambina ha un padre ammalato in una foresta a ridosso di una grande città.

Il regista esordiente Benh Zeitlin narra le vicende dal punto di vista della piccola bambinetta di colore e di come lei stessa in e attraverso questa situazione dovrà maturare.

Una macchina a mano sempre traballante non agevola di certo l’impresa d’immedesimarsi nella piccolina, eppure potrebbe anche risultare funzionale se il film non fosse interamente basato su contraddizioni e facile perbenismo.

Diciamolo senza tanti giri di parole: è facile spacciare per poetico un film che concentra il suo punto di vista su una piccola bambina di colore semi-abbandonata in mezzo a una foresta pluviale. Si punta la macchina da presa costantemente su di lei, la si segue dare fuoco alla sua casa, la si segue fare due corsette su un campo e tutto dovrebbe apparirci come magico, favolistico.

E invece no! La sceneggiatura è tremendamente banale, ripetitiva e davvero infantile, non solo nel senso che ci pone nell’ottica dell’infante ma proprio perché non cela dietro a labili metafore, altri significati intrisi di qualsivoglia interesse. Il film è indirizzato a un pubblico adulto, altrimenti la macchina a mano non avrebbe senso di esistere, dunque ci si aspetterebbe un discorso di fondo un po’ più strutturato di un semplice proporre una sottospecie di svezzamento animalesco della piccola.

Nulla di davvero profondo sostiene questo film che peraltro non aderisce al realismo e nemmeno a una visionarietà favolistica che fa capolino rarissimamente e che non avremmo voluto vedere. Le ferocissime creature che emergono dai ghiacci dopo millenni per inginocchiarsi ai piedi della giovane protagonista hanno del ridicolo e dell’inutile a livelli clamorosamente sconcertanti, persino peggiori dei due dinosauri pseudo-metaforici che Terrence Malick inserì in The Tree Of Life.

Re Della Terra Selvaggia

E non c’è nemmeno un discorso naturalistico ed ecologista come invece i primi trenta secondi dell’incipit del film vorrebbero farci credere, perché se la piccola e il padre vogliono tornare sempre nella loro casa in mezzo agli alberi rifiutando le cure mediche della città, bisogna rilevare la contraddizione che si pone quando quella casa in mezzo alla natura pare più una baracca di una discarica, dove ci sono fucili, impianto a gas e altri rifiuti, e dove il padre assieme ad altri abitanti di quella sottospecie di villaggio si sbronzano allegramente e non sono ovviamente quei sorrisi di ruffiana complicità con lo spettatore che non ci fanno notare come quelli non siano dei naturalisti ma dei semplici cittadini che seppur rifiutino per principio la città, non ne rifiutano affatto i vizi che la contaminano. Insomma, loro non solo non difendono il dato naturale, bensì lo contaminano con i loro rifiuti.

Il messaggio ecologista è qui davvero ai minimi livelli cinematografici.

Eppure il regista s’illude d’essere un portatore della salvaguardia della natura, e dunque animali mostruosi congelati da millenni, simbolo d’una natura remota e incontaminata, si sottomettono alla nuova “prescelta”, così, senza un perché. Se questi esseri vivono soltanto nella mente della piccola non hanno senso di esistere nel tempo cinematografico per come ci vengono proposti, e se fossero davvero vissuti nella realtà filmica, che rilevanza hanno data la mansuetudine con la quale si ritirano in altri luoghi?

In altre parole: dove è finita quella possente Natura disastrosa nel suo perpetuo divenire, che ci aveva arditamente proposto il Lars Von Trier di Melancholia?

Banalità su banalità si susseguono su una pellicola che non può in alcun modo coinvolgerci, appassionarci, ma solo annoiarci a meno che tale retorica non sia a noi sconosciuta, il che non sarebbe proprio qualcosa da sbandierare ai quattro venti.

Brava Quvenzhané Wallis a reggere la scena per tutto il tempo, e anche l’altrettanto esordiente Dwight Henry che sà rendere credibile il suo personaggio, ma ciò non basta.

Re Della Terra Selvaggia

Re Della Terra Selvaggia è un film sterile in ogni verso, utile soltanto nel suo riproporre ovvietà.

3,5

Danilo Cardone

6 commenti leave one →
  1. Carlo permalink
    5 marzo 2013 12:30

    Danilo Cardone! ma quanta enfasi per dire che non si tratta di un film travolgente, ma insomma non così negativo come lo descrivi.
    Un po’ di equilibrio non guasta!

    • 5 marzo 2013 17:54

      Il giudizio è personale, la misura dell’equilibrio anche 😉

  2. 7 marzo 2013 19:00

    Ciao, una mia amica mi ha fatto scoprire il tuo blog. Una scoperta piacevolissima! Ti ho nominato, quindi, per il The Versatile Blogger Award.🙂

    • 7 marzo 2013 21:29

      Heilà! Ti ringrazio molto per aver voluto premiare il blog nominandolo. Sono felice il consiglio della tua amica ti abbia portato qui..😉

  3. chiara di luca permalink
    3 giugno 2013 15:23

    non sono d’accordo con questa recensione, troppa superficialità credere che la tematica di fondo sia solo l’ecologia. di tematiche ce ne sono molte: il rapporto molto stretto padre-figlia (ripreso per altro dall’opera dalla quale è tratto il film), il percorso della crescita (“chi è l’uomo?”, “io sono l’uomo”), la visione panteistica dell’unità del tutto nei discorsi del padre e soprattutto la lotta per la sopravvivenza e la resistenza alla normalizzazione degli abitanti della vasca, che scappano dall’ospedale per tornare alla loro casa. realismo e surrealismo vanno di pari passo nel contrasto tra la ferocia della realtà e la visione fantastica di una bambina, ed è questo espediente della telecamera a mano che segue la ‘bambinetta’ che rende delicata una storia drammatica, un po’ come in “vita di pi”. inoltre ‘le ferocissime creature’ sono gli uri, animali estinti (c’hai presente i bufali delle pitture rupestri?), qui dalla forte carica simbolica, che rappresentano la grande madre venerata dalle tribù preistoriche di cacciatori e raccoglitori, che è quello che rappresentano invece gli abitanti della grande vasca. piuttosto che ai dinosauri che non so da dove l’hai tirati fuori, c’è un palese riferimento alle bestie di “nel paese delle creature selvagge”, cui questo film è accomunato dalla tematica della crescita. la loro uscita dai ghiacci simboleggia quindi la natura che vuole riprendersi ciò che è suo visto come gli uomini la stanno trattando (ed è questa la vera tematica ecologista). non bisogna attaccarsi al fatto che bevono alcolici nelle scene conviviali, loro non sono vegani e non fanno la raccolta differenziata come nella tua personalissima visione di quello che sarebbe l’ecologia; il messaggio che vuole dare il regista è completamente diverso: essi vivono (in estrema povertà ma felici) a contatto con la natura più catastrofica, e sicuramente non la temono dato che non abbandonano le loro case, anzi la combattono abbattendo la diga che simboleggia anche la tematica dell’emarginazione nella quale vivono gli abitanti della grande vasca perchè vogliono vivere a modo loro. “si deve lottare contro i nemici invisibili fino a non averne paura”, questa è la frase chiave di tutto il film, come si capisce nella scena finale quando hushpuppy, ormai cresciuta, sfida gli aurochs. altro elemento importante è l’acqua, il simbolo della vita, presente in tutte le religioni e termine d’eccellenza nelle più grandi metafore, quindi ‘acqua arida’ forse è quella che hai bevuto prima di scrivere questo pezzo. per favore, guarda meglio questo film (che oltretutto ha vinto molti premi) con uno sguardo un po’ più critico soffermandoti sulla ‘tale retorica’ di cui parli, che va fieramente sbandierata ai quattro venti vantando una bibliografia che parte dalle favole di esopo, propp e attraversa tutto il genere favolistico. grazie

    • 3 giugno 2013 19:56

      Cara Chiara, ti ringrazio per il commento molto preciso che offre molti spunti di riflessione.
      Malgrado le tue sollecitazioni non riesco a dare maggiore peso a questo film e alle sue tematiche, a mio avviso troppo superficialmente esposte.
      In altre parole, è vero che come giustamente evidenzi tu c’è tutto un retroterra culturale che ha portato a questo film, che parte da esopo, attraversa La Fontaine e s’infila in tutto quel genere favolistico che tanto scatena la fantasia di grandi e piccini da secoli, sopratutto dal XIXsec. in avanti. Ma, a mio avviso, è altresì vero che con una base così forte, gettare in un film un po’ d’acqua e qualche frase dalla sicura presa sullo spettatore [chi è l’uomo? sono io l’uomo] non è altro che aria fritta, mascherata sotto il velo della favola attuale e selvaggia.

      Oltretutto il fatto che questo film abbia “vinto molti premi” non ha alcun significato dal momento in cui il sistema di premiazione all’interno dei festival è nel 99% dei casi un meccanismo sottomesso a quello, ben più potente, della promozione cinematografica.

      Ergo, io sono molto contento che questo film abbia suscitato in te tali riflessioni ma non posso cambiare l’idea che ho nei confronti di quest’opera a mio avviso poco incisiva che, adattandosi a stilemi di facile presa sul pubblico [la piccola di colore, il solitario padre, l’ambientazione selvaggia/esotica, etc] più che mettere in luce tematiche d’interesse, getta sabbia, o forse acqua, negli occhi dello spettatore.

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