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Shame – Steve McQueen [2011]

22 febbraio 2013

Parassiti

Shame

Un uomo di bell’aspetto e di buone facoltà economiche non avrebbe nulla da chiedere in più dalla vita che conduce, e invece è schiavo del sesso.

Il videoartista Steve McQueen non si avvale di mezze misure per questo film, e se il protagonista che lui stesso definisce è un maniaco sessuale, sottomesso in ogni momento alla volontà di fare sesso, questo deve essere. E così lo filma, inquadrando tutto di un rapporto, tranne proprio il punto cruciale, quello che Lars Von Trier ebbe il coraggio di inserire nell’incipit di Antichrist. Eppure tutto è mostrato, reiteratamente, con dovizia di particolari affinché anche lo spettatore abbondi di quel sesso e giunga a vederne più di quanto si aspetterebbe di vedere.

D’altronde anche il suo protagonista è così: sottomesso psicologicamente a un’azione che da portatrice di piacere si trasforma sotto i suoi stessi occhi in maniacalità incontrollabile, in necessità mentale e fisica, laddove per fisica intendiamo un procedimento puramente meccanico che spersonalizza l’uomo e lo priva di qualsivoglia sentimento e morale.

La meccanicità dell’agire quotidiano, un tema che dovrebbe richiamare subito alla mente le orde di lavoratori-macchina inscenati in Metropolis da Fritz Lang ma che qui, finalmente, assume connotazioni differenti, affondando davvero le radici in una contemporaneità estremamente complicata e sofferta. L’uomo è automa non per privazione di libertà ma per l’esatto opposto, per la possibilità estesa di modellarsi una vita propria e senza limiti.

Così, l’uomo contemporaneo, finisce per ingabbiarsi in vizi, voglie recondite, talvolta animalesche, che affossano senza mezzi termini lo spirito per poter estremizzare quei vizi e quelle voglie. La possibilità di poter avere tutto con un semplice clic su un computer oppure con il pagamento del danaro rende il vizio accessibile e reiterabile, lasciandogli lo spazio per impossessarsi del nostro tempo libero, dello svago che diventa dovere nei confronti di noi stessi per qualcosa che non sappiamo nemmeno perché faccia parte della nostra vita.

A far da contraltare a questa figura persa, smarrita totalmente in un mondo altro, fatto di piccole continue illusioni momentanee, si affianca una figura opposta, quella della sorella, espansiva e assolutamente non autosufficiente, che non ha alcun vizio né alcuno scopo presunto.

Shame

L’insieme di questi due individui complementari permette al regista McQueen di plasmare un dramma sulle conseguenze della solitudine, volontaria e indotta, che la società a noi contemporanea sostiene e silente promuove.

Questo film apparentemente sul sesso non è dunque un film solamente sul vizio sessuale bensì una metafora iperbolica su qualunque tipo di vizio esacerbato alla maniacalità, oppure del suo esatto opposto, una dilaniante accidia che affoga in un vuoto quotidiano che scaturisce depressioni e impossibilità di percepire il proprio essere nello spazio e nel tempo.

Se negli anni ’70 andava di moda mettere in scena l’altra America, quella dei più deboli, degli emarginati in un contesto che si voleva far apparire florido e radiante come quello delle grandi metropoli statunitensi, Shame porta sulla scena l’altra New York, quella dove quasi tutti possono permettersi agi e comodità ma dove in realtà la desolazione e il degrado fermenta tutto dentro quei medesimi individui che così bene si preoccupano di mascherare il tutto con un completo in giacca e cravatta.

New York, come molte altre città in America, nel mondo, è un potenziale girone dell’inferno dal quale è quasi impossibile uscire, e il paragone infernale non è così fuori luogo visto che è il regista stesso a rendere visivamente questa situazione dentro al locale frequentato da omosessuali che è palcoscenico per un ulteriore performance attestante la perdita del nel sé che attanaglia il protagonista.

Steve McQueen non è solamente bravo in quella scena così fortemente espressionistica nell’uso del colore. Tutto il film è un godimento per l’occhio dello spettatore non per i ripetuti nudi che ci compaiono davanti bensì per come le luci ammantano il protagonista, per come le carrellate lo seguono [magistrale quella che lo segue in un nervosissimo jogging notturno], per come il montaggio passi con naturalezza straordinaria da rapidissimi fotogrammi in sequenza a lunghi long-take di un’invadenza talmente limitata da rendere le scene fantasticamente spontanee. La fotografia eccelle ugualmente con quelle inquadrature sempre marcatamente prospettiche, in maniera tale che finalmente balza all’occhio del più inesperto l’attenzione alla costruzione formale della scena.

Da lodare, e non poco, anche la prova dei due attori protagonisti, la sorella interpretata da Carey Mulligan ma ancor di più il difficile ruolo interpretato da un versatilissimo Michael Fassbender.

Shame

Shame è un’opera composta da circolarità non monotòne che sospingono lo spettatore verso un eterno presente dal quale è impossibile fuggire. Malgrado le scene forti alle quali siamo costretti ad assistere, il film non annoia e non disturba perché il dramma che è in scena è qualcosa di interiore, capace di travalicare il mero aspetto esteriore che, peraltro, sfiora la perfezione.

9

Danilo Cardone

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