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Cloud Atlas – Tom Tykwer, Andy Wachowski e Lana Wachowski [2012]

12 gennaio 2013

The samsara sextet

Cloud Atlas

L’attesissimo film che ha diviso la critica statunitense sul finire del 2012 è giunto ora in Italia, portando sugli schermi delle nostre sale sei differenti storie ambientate in sei differenti epoche interpretate da differenti personaggi a loro volta interpretati sempre dai medesimi attori.

Insomma, è subito chiaro: siamo di fronte a uno dei progetti più ambiziosi degli ultimi anni.

La storia non è raccontabile in due parole e non avrebbe così tanto senso farlo per un film che deve molto al suo apparato visivo. Ciò che si può anticipare è che in quest’opera è analizzata l’interconnessione tra ogni cosa in ogni momento. Il Tutto è un Tutto composto da piccolissime microparti, e in quanto tale non può essere visto come un insieme disomogeneo che agisce per distruggere il Tutto stesso.

Purtroppo, ahinoi, il film dura quasi tre ore e se questo può spaventare forse conviene scrivere che per essere un film completo avrebbe bisogno almeno ancora di due orette. Le storie raccontate sono sei, e sei storie devono essere sviluppate con dovizia di particolari per coinvolgere pienamente lo spettatore su più fronti, vista l’ambiziosità del progetto. Invece ogni episodio ha un tot di tempo che ne permette lo svolgimento ma soltanto sulla sua superficie, malgrado non manchino primi piani, lacrime e abbracci.

Manca ancora molto a questo film che già offre tanto. Il problema è che lo fa in maniera un po’ arrabattata.

La narrazione, è necessario precisarlo, non è lineare, anzi, è proprio scombinata. Per fortuna, perché il continuo concatenarsi in modo apparentemente casuale dei vari episodi è ciò che stimola maggiormente lo spettatore a rimanere incollato allo schermo per cercare di capire le interconnessioni che legano i temi affrontati.

Cloud Atlas

Uno dei punti deboli di questo azzardo è la suddivisione dei compiti registici. Se Tom Tykwer infonde poesia e spirito negli episodi da lui diretti, i fratelli Wachowski danno il meglio di loro, come di consueto, in futuristicissimi ambienti. Tutto dovrebbe funzionare alla perfezione è invece queste evidentissime disparità registiche distraggono troppo la nostra attenzione. Ora affrontiamo un livello spirituale, tra due minuti saremo a bordo di una nave di avventurieri e dopo altri tre minuti ci troveremo in un ricovero per anziani a ridere delle disavventure del protagonista. E poi gli altri episodi, sempre con un concatenamento ossessivo e aleatorio.

Il risultato è un bellissimo lavoro che non coinvolge sentimentalmente. Siamo interessati a vedere cosa ci sia dopo, ma non a sapere come finirà ciò che deve venire.

La narrazione perde di significato? Non dovrebbe essere un problema se dietro a tutto ciò ci fosse un messaggio solido come un pilastro di un tempio. Invece è qui che si crepa la macchina cinematografica in questo film. Il messaggio c’è, è evidente, ma è debole, non banale, ma non è rivelatorio in alcun modo e per di più viene affrontato su vari livelli tra i quali ne spiccano alcuni forzatamente sentimentali. In altre parole e osservando il problema da un’altra angolazione è possibile rilevare come i finali proposti siano hollywoodiani nello spirito, banali, conformi a happy ending [anche quando non sono tanto happy] che placano l’animo dello spettatore perché si sacrificano i sacrificabili per esaltare, alla fine di tutto, i due volti più noti del ricco cast.

Dunque: perché girare così tanti mini-film quando probabilmente soffermandosi su meno storie si sarebbe potuto creare qualcosa di molto più intenso? Perché affollare le sale con un film che, in fin dei conti, non è che un insieme di episodi portatori di messaggi già visti centinaia di volte nei cinema?

Cloud Atlas

È evidente che i registi vogliano stupire gli spettatori con questo sistema narrativo stratificato, sinusoidale nel tempo e nello spazio, provocando coscientemente la fruizione in maniera insolita.

Da qui è possibile ricavare una manciata di citazioni da altri film che da un lato suonano come riferimenti voluti mentre da un altro hanno il sapore di scopiazzature non pienamente andate a segno.

L’ottimo montaggio, per esempio, che ci catapulta dal 1800 fino a un tempo futuro in un batter d’occhio può richiamare alla mente quello simile e altrettanto [se non più] efficace di Samsara l’ultimo lavoro di Ron Fricke. Le medesime transizioni ci accompagnano per luoghi e epoche, in due progetti che in nuce trattano il medesimo tema: l’evoluzione dalla nascita alla morte, passando per la rinascita ovvero la prova dell’immortalità di una materia che non può scomparire ma solamente mutare.

E che dire dei corpi morti riciclati agli inconsapevoli cittadini come cibo da ingerire? In 2022: I Sopravvissuti di Richard Fleischer del 1973 assistiamo al medesimo ri-utilizzo della carne in un film, ora anticipatore, che nel suo antirealismo dominato sulla scena dal prestante Charlton Heston sapeva essere, soprattutto nel delicato momento del trapasso felice ma inconsapevole, ben più toccante.

Anche l’idea di lasciare oggetti disseminati qua e là per farli [ri]comparire in più epoche in ambienti diversi facendo sì che dal passato possano influenzare il presente è tema già affrontato, e con quanta poesia in più, da Babel di Iñárritu. In Cloud Atlas che una melodia scritta a inizio ‘900 possa rapire per una manciata di secondi un personaggio degli anni ’70 in una scena ambientata in un negozio di dischi, pare davvero come una forzatura extra-narrativa lì apposta per giustificare la presenza dei due episodi e per voler forzare oltretutto quel senso globale di tramandabilità del Tutto che altrimenti non solo emergerebbe con debolezza ma addirittura rischierebbe di non palesarsi affatto.

Cloud Atlas

Inoltre è possibile notare come nel 2012 al fianco di Cloud Atlas sia uscito un film come Holy Motors. In entrambe le opere i mascheramenti rivestono un ruolo primario, ma mentre nel per certi versi innovativo film francese di Leos Carax queste maschere assumono tragiche metafore di un società priva di personalità propria nonché di morale, in Cloud Atlas le maschere e i trucchi non rientrano nella narratività, rilegando lo stupore a un livello di estrema superficialità, probabilmente appositamente creato per stupire lo spettatore con le scintille di un fuoco in realtà ben più flebile di quel che vorrebbe apparire. Si, è vero, in quell’episodio quell’attore hollywoodiano famoso è truccato in maniera strana e in quell’altro episodio e quasi irriconoscibile, ma è davvero tutta qui la cinematografia di questi tre registi, che parte della critica ha saputo esaltare in patria?

I meriti ci sono, e sono quasi tutti da riscontrare nell’aspetto visivo, strabiliante nella definizione di ambienti urbanisticamente futuristici o futuristicamente naturali, così come è da rilevare la non volontà di cadere nella facile trappola del 3D che avrebbe sicuramente conferito maggiore spettacolarità alle scene.

L’opera è comunque suddivisibile in tre grandi momenti: il primo terzo del film è il più interessante perché pone le basi ignote per qualcosa di altrettanto ignoto che sta per scatenarsi. L’ultimo terzo è invece il meno interessante perché risolve le pratiche senza pathos. La parte centrale è quella che lascia maggiore spazio ai registi per far risaltare i propri stili e i Wachowski, tra Matrix e Speed Racer, sanno cosa fare.

Cloud Atlas

D’altronde la stessa presenza di Hugo Weaving è una mezza costante del cinema wachowskiano. Tom Hanks e Halle Berry sono invece i volti più noti, quelli sui quali la promozione ha puntato maggiormente per il loro trasformismo, ignorando quello di Weaving, già testato [alla grande] sin dai tempi di Priscilla, La Regina del Deserto del 1994. Se la Berry si adatta abbastanza alle varie parti senza discostarsi troppo dalle sue [molto limitate] espressioni di base, Tom Hanks chiamato a un compito più difficile, risente maggiormente dei vari cambi di personaggio, confermandosi attore pulito e onesto ma non troppo versatile. È invece grottesco al punto giusto Jim Broadbent, colui che sa strapparci i sorrisi, mentre Jim Sturgess e Ben Whishaw non deludono. Brava Doona Bae a reggere uno dei ruoli meno truccati ma più intensi di tutto il film, così come Hugh Grant, non troppo presente sulla scena ma molto efficace. Ancora altri attori famosi potrebbero essere citati ma, in fondo, non è questo ciò che ci interessa.

Risultano invece deludenti le musiche. La colonna sonora che sarebbe dovuta emergere con forza a sostenere i vari avvicendamenti narrativi è incolore, piatta, poco coinvolgente e spesso non ci accorgiamo nemmeno che esista. Dichiaratamente i registi vogliono portare la nostra attenzione sull’aspetto sonoro grazie all’episodio che vede come protagonisti un vecchio e un giovane compositore, ma quei brevissimi sprazzi non brillano e, sopratutto, non sono sufficienti a reggere l’intera durata dell’opera.

L’aspetto sensoriale uditivo è richiamato alla nostra attenzione anche in altri casi, come quando la protagonista della Neo-Seoul poggia in più momenti il suo orecchio sul cuore di un uomo per ascoltarne il battito. Qui sì emerge l’aspetto sonoro ma, nuovamente, sono pochi secondi a dover reggere 172 minuti di film.

Una nota di merito deve invece essere scritta per i costumi, davvero eccezionali.

Cloud Atlas

Cloud Atlas è un film che non si può definire altrimenti che ambizioso, e in questo suo status autoproclamato possiamo dileggiarci, trovare spunti interessanti per tutta l’insolita visione. All’uscita dalla sala però non ci sarà rimasto molto, anzi, il buonismo che emerge nel finale smorza quel carattere pseudo-filosofico che ci eravamo tacitamente forzati di accettare. C’è del buono, c’è del meno buono, dunque perché dare così importanza a questo film? In ogni caso merita una visione.

7

Danilo Cardone

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11 commenti leave one →
  1. 17 gennaio 2013 21:36

    Io l’ho trovato un grande film, un film che si basa su dei messaggi chiari e ben precisi e lo spettatore li percepisce immediatamente. Sono temi visti e rivisti nella cinematografia mondiale, solo che in questo film la bravura dei registi sta appunto nel creare il contorno a questi pensieri che noi spettatori possiamo sentire spesso e volentieri tramite aforismi dei personaggi. Se dovessi fare un elenco dei messaggi che io ho percepito sarebbe una lista che ne comprende almeno una decina.
    Tra le note stonate del film ci metto il doppiaggio in italiano degli abitanti del “futuro mondo primitivo” (non l’ho ancora visto in lingua originale) e questa forzatura nella composizione di un cast assortito con troppi attori famosi, soprattutto Tom Hanks e Hugh Grant che stonano con il genere di questo film, prettamente a scopo commerciale.
    Le “quasi” tre ore di film non sono assolutamente noiose, anzi come hai detto tu ce ne vorrebbero ancora un paio per risolvere tanti dubbi nello spettatore.
    Durante la visione mi tornano in mente film come The time machine, 1984 e, come hai detto tu, Babel.
    Voto personale: 8

    • 18 gennaio 2013 00:39

      Apprezzo il tuo commento, Riccardo.

      Purtroppo io non riesco a essere così entusiasta di questi messaggi che, a mio avviso, si perdono per strada, però si, è vero, il discorso è sempre quello: i messaggi ci sono, sviluppati bene o male che siano, ma con più ore di film [o meno episodi] avrebbero potuto rendere l’opera ben più completa.

  2. 20 gennaio 2013 02:09

    Il film non l’ho ancora visto, ma ho letto il romanzo di David Mitchell da cui è tratto e quando ho saputo dell’uscita del film sono rimasta dubbiosa. Non credo sia stato facile restituire visivamente la scrittura di Mitchell, autore che ha sempre amato, fin dal suo primo romanzo “Nove gradi di libertà”, il concatenarsi di eventi e personaggi attraverso un gioco di indizi, particolari, richiami letterari, storici, e sempre mantenendo una scrittura elegante, ricca di humour e abilissima nel toccare gli stili più diversi senza perdere di personalità. Andrò a vederlo sicuramente ma temo di uscirne un po’ delusa. Sarei anche curiosa di conoscere il parere dell’autore sul film. :-))

    • 20 gennaio 2013 02:22

      Il tuo contributo è, come sempre, eccellente.
      Trovo d’estremo interesse la tua esperienza di lettura su un testo che non conosco e che, avendo solamente visto il film, mi sono domandato seriamente come fosse stato possibile comporre un’opera letteraria di questa portata.

      Il parere dell’autore sul film sarebbe sicuramente utile e interessante ma non dimentichiamoci che Stephen King bocciò lo Shining di Kubrick.. !

    • 20 gennaio 2013 02:23

      Attendo ovviamente un tuo parere sul film, se avrai voglia di condividerlo. 😉

      • 20 gennaio 2013 02:39

        Sicuramente! Intanto stasera ho visto l’ultimo di Tornatore, La Migliore Offerta. Interessante anche se a tratti noioso, nella parte centrale mentre in alcuni punti successivi forse affrettato. Ho trovato fastidioso il doppiaggio della protagonista, ma Geoffrey Rush è ineccepibile come sempre. Non riesco mai a dare dei voti ai film subito dopo la visione. Ci devo pensare un po’, rivedermeli “dentro”, e poi sono un’emotiva e tendo a farmi coinvolgere troppo. A presto!

      • 20 gennaio 2013 12:36

        Comprendo ciò che dici però non credi che solo da un coinvolgimento totale possa emergere davvero ciò che senti in maniera autentica?
        Intendo: pensarci a mente fredda agevola un’analiticità del giudizio che sarà inevitabilmente mediato dalla mente, dunque quel giudizio non sarà in buona parte un’elaborazione della mente sulla base di esperienze passate?

        Il film di Tornatore non mi ispira molto.. però mi hai incuriosito! 🙂

  3. 20 gennaio 2013 16:15

    Hai ragione ed io non mi sono spiegata bene. Volevo dire che non ho le competenze tecniche per valutare un film nei suoi vari aspetti e che da semplice spettatrice il mio giudizio è spesso dettato dall’emozione sul momento ma anche dall’umore che avevo quando sono entrata nella sala cinematografica. Il fatto di ripensarci, a mente fredda, o di riparlarne con chi era magari con me, mi permette di ricordarmi o di approfondire meglio alcuni dettagli e quindi di riuscire a dare un giudizio più sereno. Ma non vorrei adesso andare off topic. Se vedrai il film di Tornatore e vorrai farne la recensione, sarò felice di leggerla e di partecipare alla discussione. :-)) Ciao!

    • 20 gennaio 2013 17:09

      Non preoccuparti, non esiste off-topic nel comunicare. 😉

  4. Belinda permalink
    5 giugno 2013 19:14

    Hmm is anyone else having problems with the images on this blog
    loading? I’m trying to find out if its a problem on my end or if it’s the
    blog. Any suggestions would be greatly appreciated.

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  1. alcuni aneddoti dal futuro degli altri | 12.01.13 « alcuni aneddoti dal mio futuro

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