Skip to content

La Fuga Di Martha – Sean Durkin [2011]

8 gennaio 2013

Sull’incoltura

La Fuga Di Martha

La prima prova registica del regista Sean Durkin porta sul grande schermo il faccione di Elizabeth Olsen nei panni di una smarrita ragazza americana.

Il piano narrativo è insolitamente biforcato in due tempi differenti che si sovrappongono e si completano l’uno con l’altro. La fruizione dell’opera risulta un po’ confusionale ma efficace, proprio come se ci trovassimo nella testa della giovane protagonista. Lo spettatore vive con lei i momenti di lucidità e con lei ricorda [e apprende] i momenti passati, attraverso una pericolosa mimesi percettoria che inganna e rivela.

Il centro nevralgico delle vicende è inequivocabilmente Elizabeth, la protagonista che catalizza la quasi totalità delle inquadrature. Molti sono i primi piani ravvicinati oppure il suo viso è stretto attraverso spiragli che la costringono in spazi metafisicamente opprimenti che stringono la coscienza come una tenaglia.

Da cosa deriva tutto ciò? Cosa ha scatenato in lei questo senso di soffocamento universale che non l’abbandona?

Il regista disvela lentamente le carte in tavola, proiettando direttamente lo spettatore in una situazione di sconosciuta tragicità. L’oblio della protagonista è il nostro, che pian piano riesce a bucare lo strato fangoso che lo nascondeva per lasciare emergere quegli sprazzi di verità che danno un senso al tutto.

È un questo un thriller? Un film di formazione? Nel suo nucleo è un film sull’assurda dicotomia del Tutto, sull’apparente inconciliabilità di due parti che non costituiscono altro che l’insieme unico. Nel caso è la società il termine di paragone con la quale la protagonista si scontra, non comprendendo con la ragione quale sia la via giusta da seguire. Da un lato c’è una famiglia, o quel che ne rimane, che cerca di accudirla tardivamente con una dovuta e inconsapevole superficialità, mentre dall’altro c’è l’apparente libertà, il difficile abbandono d’ogni convenzione per tornare ad essere essere animaleschi, meno mediati da regole imposte, dunque più autentici.

La Fuga Di Martha

Fino all’incirca a metà del film ci troviamo di fronte a una storia sullo svezzamento dalla società, dall’allontanamento cosciente da essa. C’è il palesato rifiuto di quegli eccessi che inebetiscono l’uomo occidentale contemporaneo che vuole sempre di più e ancora di più, dimenticandosi che per vivere o, come dice Martha nel film, per esistere in questo mondo non serve altro che il proprio corpo.

Purtroppo queste ottime premesse di naturale ritorno alla Natura da parte dell’essere umano vengono smorzate da una narrazione forzatamente cinematografica che alla semplice esposizione di un concetto fondamentalmente già molto forte si sente in obbligo di aggiungere il thrilling, l’evento cruento che non lasci gli spettatori medi a bocca asciutta, che non li faccia uscire dalla sala [seppure di un festival come il Sundance, dove difatti è stato premiato] con quel senso di film francese della nouvelle vague alla Eric Rohmer dove tutto succede, tranne che in superflue frenetiche azioni tipiche della cinematografia contemporanea.

E dunque è questa la ragione per la quale quest’opera che pone tutte le premesse per poter veicolare un messaggio finalmente autentico anche da quel cinema statunitense troppo spesso poco attento sia alla sostanza che alla forma, finisce per correre su binari già percorsi da altri vagoni in precedenza, non stupendo più come un arrivo del treno lumieriano bensì attraversando stancamente una stazione poco frequentata. Tutto ciò offre qualche buono spunto di riflessione, qualche bella inquadratura e una colonna sonora che va a recuperare con ben due brani quello straordinario e sfortunatissimo cantautore che fu Jackson C. Frank già rispolverato [e con quanta poesia!] nel 2006 nello sperimentale Electroma dei Daft Punk, ma nel complesso risulta un film troppo sterile in confronto alle possibilità intrinseche che il regista non ha saputo [o non ha avuto il coraggio di] affrontare.

La Fuga Di Martha

La Fuga Di Martha non è dunque una vera e propria fuga bensì una riflessione mancata che lascia tutto invariato, proprio come il finale del film.

7

Danilo Cardone

Advertisements
No comments yet

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: