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La Pelle Che Abito – Pedro Almodóvar [2011]

23 dicembre 2012

Corpo su corpo

La Pelle Che Abito

Dov’è il limite della follia? Cos’è la follia? La follia può essere amore? E l’amore può essere follia?

Pedro Almodóvar se lo chiede in questo film fantascientificamente surrealista, pazzamente visionario, in altre parole, potenzialmente realista.

Le vicende che vedono protagonista un grandissimo chirurgo che ha da poco perso moglie e figlia in due tragiche circostanze, sono il risvolto di quel discorso iniziale. Il chirurgo è la follia, il chirurgo è l’amore sconfinato.

Dunque, come poter giustificare il suo incredibile agire? Come poter immedesimarsi nel suo personaggio, visto che è questo che Almodóvar chiede allo spettatore? La risposta del regista è straordinaria e vive totalmente nel lento disvelamento, progressivo, graduale e mai ridondante, della verità. Lo spettatore familiarizza con un personaggio geniale, estemporaneo, incompreso, e con questa convinzione scopre il chirurgo, dunque sé stesso, terribilmente colpevole di nefandezze frankensteiniane.

De Sade le avrebbe apprezzate, non c’è dubbio.

« Non c’è paragone possibile tra ciò che provano gli altri e ciò che sentiamo noi; il dolore più grande provato da altri non ha effetto alcuno su di noi, mentre anche il piacere più trascurabile che possiamo provare ci riguarda. Dobbiamo quindi preferire, a qualunque costo questo trascurabile piacere […] »

Che Almodóvar avesse in mente sadismi simili, è quasi sicuro, che li abbia assimilati nel profondo forse no, dato il finale a suo modo ben più conciliante rispetto a quello inserito nel romanzo dal quale il film è tratto.

In ogni caso il folle piacere del protagonista assume qui molti caratteri. C’è il piacere sadico, quello della tortura che lascia affiorare la parte naturalmente maligna presente nell’uomo, poi c’è il piacere dell’agire in maniera creazionistica, quasi il medico avesse la facoltà divina di creare l’uomo. Il novello Prometeo, inoltre, lascia spazio al piacere derivante dalla vendetta. Una vendetta-pretesto, mai verificata nella sua veridicità. Poi il piacere nel veder rivivere un caro estinto, nell’averlo resuscitato quasi il medico fosse un Gesù Cristo scientificamente miracolatore. Infine il piacere della scoperta scientifica, impossibile da condividere, da fare accettare a una comunità ancora ancorata all’etica e alla morale che di fatto esclude il pubblico riconoscimento di quello che, giusto o sbagliato che sia, è uno dei più grandi prodigi della scienza medica.

La Pelle Che Abito

La Pelle Che Abito è dunque un film sul piacere, perverso quanto si vuole ma pur sempre piacere, non troppo differentemente da quanto proposto nel riferimento cinematografico principale Occhi Senza Volto di Georges Franju del 1960, dove seppure l’intento fosse simile non regnava questo piacere perverso. Là era il carattere orrifico a dominare, mentre qui i livelli psicologici si alternano e si disvelano man mano che il film avanza. Nulla è conoscibile nella sua totalità sin dall’inizio.

A sostenere il tema del piacere, c’è sempre quello della pazzia ben indagato nella sua inconsistenza per la quale Almodóvar giunge a sostenere con forza la tramandabilità di quella stessa pazzia.

Molti sono comunque i riferimenti cinematografici, anche direttamente citati, da Almodóvar. In primo luogo cita sé stesso, già soltanto per il tema transgenico che domina l’opera. Poi il problema della [dis]identificazione, marcatissimo in questo film, richiama da vicino Persona, capolavoro di Ingmar Bergman, dal quale mutua una meravigliosa scena ricreandola, forse un po’ fugacemente, ma in maniera tremendamente efficace. Il grande schermo che proietta l’immagine di Vera con il protagonista che si pone di fronte ad ammirarla, grazie al campo stretto della macchina da presa e alle proporzioni evidentemente smisurate, riprende con assoluta efficacia l’immagine del bambino iniziale di Persona che allunga la mano verso le due protagoniste, quasi le stesse vedendo in un sogno ad occhi aperti. E così fa il protagonista del film di Almodóvar, in un incanto che manifesta la tangibilità fittizia del suo tentativo di ri-creare ciò che non è altro che un ricordo.

Il film è visivamente molto ricercato e molte sono le scene formalmente non troppo usuali come ad esempio succede con i molti plongée a piombo direttamente sulla scena in svolgimento. Non solo questo, ovviamente. Più che i movimenti della macchina da presa, stupiscono le inquadrature, con echi molto hitchcockiani quando l’inquadratura s’inclina da un lato piuttosto che dall’altro, come introdotto da Hitchcock in Notorious, L’Amante Perduta e ripreso, tanto per fare un altro esempio, ancora in epoca tarda nel film Marnie.

L’impianto visivo con una splendida fotografia che, ancora citando Bergman questa volta in Sussurri e Grida, predomina espressionisticamente, affascina, eppure non è soltanto di supporto alla psicologia dei personaggi.

Il bravissimo Antonio Banderas nel ruolo del medico chirurgo è ben sorretto dagli altri attori, anche e soprattutto da Elena Anaya, e altrettanto valide sono le musiche, vere e propri sostegni [anche emotivi] all’immagine.

La Pelle Che Abito

La Pelle Che Abito è un ottima prova di un regista già esperto che qui si lascia andare, oltre che alla narrazione e a tutto ciò che ne deriva, al piacere visivo come caratteristica fondamentale dell’arte cinematografica. Manca ancora qualcosa, forse [ma non solo] nel finale, eppure è un film assolutamente da vedere.

9

Danilo Cardone

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One Comment leave one →
  1. 23 dicembre 2012 19:27

    Mi hai incuriosito! andrò a cercarmelo!:-)

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