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Anna Karenina – Joe Wright [2012]

1 dicembre 2012

.30° Torino Film Festival

Ciak! Si recita

Anna Karenina

Dal celebre romanzo di Lev Tolstoj, un nuovo adattamento cinematografico firmato da Joe Wright, presentato in anteprima nazionale al 30° Torino Film Festival e che verrà distribuito nella sale italiane dal 21 febbraio 2013.

Dopo Orgoglio e Pregiudizio tratto da Jane Austen e Espiazione tratto da Ian McEwan, Keira Knightley si mette nuovamente alle direttive di un Wright differente rispetto al passato. Le minuziose ricostruzioni storiche non sono più il centro focale visivo bensì sono la base per una visionarietà straripante che fa di questo nuovo Anna Karenina il più grande azzardo di questo regista.

Il risultato è complessivamente ammirevole, malgrado qualcosa non convinca totalmente.

È il sentimentalismo esasperato che domina la seconda metà dell’opera a stridere un po’ con la forma registica, che già di per sé appare pesante, pregna, a tratti soffocante. La ripetizione di alcune situazioni prevedibili e i volti non troppo mutevoli dei tre personaggi rendono i 130 minuti un po’ densi, appesantiti.

Dietro a ciò, però, c’è una struttura validissima che a tratti raggiunge il prodigio cinematografico.

L’occhio è colpito primariamente dalla fotografia. Una fotografia vivida, che esalta i colori, che carica le tinte dei meravigliosi costumi e delle tappezzerie, che mette in risalto luci che mutano in un batter d’occhio. Lo spettatore già solo per questo potrebbe considerarsi appagato.

E invece non basta affatto e sin dalle primissime immagini ci troviamo immersi in un mondo teatrale, che si palesa come tale ma che si evolve come realtà narrativa. Non c’è mai una diegesi formalmente unitaria bensì la realtà teatrale che si trasmuta in realtà cinematografica con un semplice cambio di scenografia, con un semplice movimento della macchina da presa. Questo film, malgrado l’ambientazione basilarmente teatrale, non è semplice teatro filmato ma opera d’arte cinematografica pienamente consapevole d’esser tale. Il teatro è riportato al suo carattere primigenio nei confronti del cinema, come quando  diede il la alle rappresentazioni del cosiddetto cinema delle origini à la Georges Méliès, ma assume qui una nuova veste. Il cinema sfrutta il teatro per illudere, per intrattenere con trucchi di scena che non hanno la staticità del teatro, ovvero un dinamismo concluso nella scatola scenica, bensì che straripano in un visionarietà apparentemente senza limiti.

Anna Karenina

La meravigliosa scena del primo ballo tra la protagonista Anna Karenina e il suo futuro amante è formidabile, con quel congelamento degli altri danzatori fino al passaggio della coppia totalmente immersa nella loro unicamente duplice identità. E quando il giro della sala è terminato, ecco che la macchina da presa ruota leggermente e tutti scompaiono per riapparire dopo qualche istante. Prodigi cinematografici che raggiungono altri apici come sul finale dove un paradisiaco prato verde si trasporta magicamente da uno spazio aperto a quello interno alla sala teatrale. L’immaginazione è priva di confini, di barriere fisiche ed ecco dunque che si apre una porta sul palco e si schiude un mondo reale e impossibile: una stazione, una casa di campagna.

È la macchina da presa che, anche se coadiuvata da molte tecniche anche digitali, riprende il comando formale della scena. Wright la impugna e la fa danzare quasi come Ophüls quando leggiadro si districava in ellissi spaziali per circondare melodrammatici personaggi.

I piani reali e immaginari si intersecano con una fluidità disarmante che costringe lo spettatore a osservare non come se fosse al cinema né come se fosse a teatro ma come se si trovasse in un ibrido itinerante, pregno di sensualità estetica.

A ciò si associ una coralità straordinaria, un senso d’insieme che funziona alla perfezione a livello visivo e anche a livello sonoro, come quando alcuni suoni ambientali come dei semplici timbri assumono cadenze ritmiche reiterate, musicali che, in tutt’altri modi, richiamano alla mente le fantasie mentali di Selma, la protagonista interpretata da Björk nel capolavoro Dancer In The Dark di Lars Von Trier, dove persino una fabbrica poteva trasformarsi nel palco d’un fantastico musical.

Così funziona anche il montaggio, lineare ma a tratti fantasioso, evocativo, come quando il movimento ciclico e possente delle ruote di un treno in montaggio parallelo diventano metafore di voglie represse, e più non aggiungo.

Tutto è perfetto dunque, tranne la superficialità dell’interpretazione del testo originale, ridotto a una serie di corteggiamenti e fughe impossibili in nome dell’amore, vero o presunto.

Tre sono i protagonisti assoluti della scena. La prima è la già citata Keira Knightley, l’Anna Karenina del caso che appare sempre molto decisa e convincente. Jude Law interpreta il marito di lei, Aleksei Aleksandrovič Karenin, in una prova attoriale buona, ma contrariamente a quanto annunciato non eccelsa. La sua parte la fa molto bene, ma non è incisivo come forse ci si potrebbe aspettare. Il terzo incomodo, l’amante, è interpretato da Aaron Taylor-Johnson, il John Lennon di Nowhere Boy che appare davvero inconsistente, limitandosi a qualche sorrisetto malizioso e a poco altro.

Anna Karenina

Anna Karenina in questa nuova versione ammalia. L’impianto visivo attrae e la regia è attenta e a tratti strabiliante. Manca qualcosa che coinvolga davvero lo spettatore, quel qualcosa che tiene alta l’attenzione per tutta la durata del film e che lascia il segno anche una volta usciti dalla sala, ma forse questo non ha molta importanza. Questo è quanto ed è giusto apprezzarne i meriti.

8

Danilo Cardone

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