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Present Tense – Belmin Söylemez [2012]

29 novembre 2012

.30° Torino Film Festival

Estraneità

Present Tense

I giovani hanno un futuro?

La regista Belmin Söylemez non avverte positività in riferimento alla situazione turca. Nei suoi personali fondi di caffè assiste a laureati che non possono trovare lavori dignitosi, a giovani intraprendenti che non possono avviare i loro progetti, a menti brillanti confinate nello scarno territorio nazionale.

Parte proprio da qui la storia, che poi è anche esperienza personale della regista e, per coincidenza, dell’attrice protagonista: la stupidità delle domande contenuto nel modulo e nei documenti richiesti per poter andare all’estero.

Mina, misteriosa protagonista priva di passato e di futuro, è ancora attratta dall’american dream. Chicago, New York, San Francisco sono le sue mete utopiche, dove poter ricominciare una vita ridotta all’osso dalla situazione decaduta di Istanbul. L’utopico viaggio rimarrà tale e la nuova vita nella terra della felicità continuerà a essere materia onirica.

Cosa non soddisfa Mina? Cosa la trascina in un baratro esistenziale? È la situazione generale dalla quale non può fuggire stando nella capitale turca. Nell’eterno present tense, il presente, nel quale vive, non ha persone a lei vicine, non ha un lavoro e ha uno sfratto dall’abitazione perché il proprietario ha venduto l’edificio. Nulla insomma è suo, tranne i suoi sentimenti.

Ed è su questi che la regista si sofferma. Moltissimi sono i primi piani atti a mettere in risalto l’anima di Mina, la sua malinconia che trasuda con una forza straordinaria dal volto della mancanza dell’attrice Sanem Öge. La sua recitazione è tremendamente intensa, empaticamente coinvolgente.

Per mantenersi Mina trova lavoro come lettrice dei fondi di caffè in un bar, pratica molto diffusa in Turchia. Ha esperienza? Pare di no, malgrado affermi il contrario. Riesce a leggerli? La regista glissa totalmente sulla veridicità di tali verdetti lasciando in eterna sospensione un giudizio che nemmeno azzarda su tale pratica. Le frasi che Mina dispensa alle sue cliente sono un po’ vaghe, si adattano un po’ a chiunque si faccia leggere i fondi di caffè, eppure tutte le clienti annuiscono, confermano, piangono, e la stessa Mina le recita con una tale intensità che non sembrano altro che racconti emotivi di spaccati intimisti della propria esistenza.

Present Tense

Nelle sue parole si riconosce lei, le clienti e non c’è da dubitare, anche gli spettatori. Söylemez non rilega dunque la lettura dei fondi del caffè a pratiche stregonesche e nemmeno a ciarlatanerie da bancarella. Il potenziale magico che si sprigiona da quei fondi è lasciato tale, non mediato da giudizi. Può essere, può non essere, in ogni caso Mina parla, noi la ascoltiamo e osserviamo quei fondi sui quali la regista indugia, si sofferma con la macchina da presa. I disegni astratti composti dal caffè non dicono nulla a noi, e forse nemmeno a Mina, eppure si è attratti dall’evocatività delle forme, dalla possibilità di utilizzarli come uno specchio, per noi stessi, per gli altri.

Accanto alla protagonista gravitano una collega e il datore di lavoro. Non ci sono altri per Mina, perché non c’è un passato ad ancorarla a qualcosa. Eppure è lei con la sua elegante delicatezza che appassiona lo spettatore e la regista che con una certa rarefazione e un gusto fotografico che sublima l’immagine la eleva a icona d’un’intera società.

È la stessa regista, sollecitata dalla domanda di uno spettatore, a sottolineare a fine proiezione al 30° Torino Film Festival dove spera di vincere il premio come miglior lungometraggio, come questo sia un film sulla speranza. Malgrado l’atmosfere caduche e stantie, la ciclicità dell’opera garantisce che quella porta dell’illusoria speranza non si serri condannando definitivamente la protagonista.

La meravigliosa interpretazione di una Öge che sarebbe piaciuta ad Antonioni è ammantata da luci, diffuse, soffuse che seppur non appartengano sempre alla diegesi filmica infondono naturalezza agli ambienti, alla protagonista, ai suoi sentimenti. Anche il taglio fotografico, spesso reso geometrico da finestre e fondali, è degno di nota. È alla nouvelle vague francese che paga il debito. Un po’ Rohmer, un po’ Truffaut, sicuramente Godard, già dall’inizio, quando, ma con più ironia, la protagonista viene sistemata da una voce fuori campo per scattare una fototessera.

E poi la scena finale, splendida nei significati e nei modi.

Preent Tense

Present Tense è un film delicato, lento e gradualmente disilluso, ma che proprio per questo permette all’animo dello spettatore d’identificarsi. Non siamo qui gli invincibili eroi hollywoodiani e nemmeno i giudici di qualcosa che avviene fuori dalla nostra sfera. Siamo noi, anime afflitte da insoddisfazione, che lo si ammetta o meno.

8,5

Danilo Cardone

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One Comment leave one →
  1. groupage permalink
    17 maggio 2013 04:44

    Bell’articolo!

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