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Lettera Da Una Sconosciuta – Max Ophüls [1948]

29 novembre 2012

.30° Torino Film Festival

Echi

Lettera Da Una Sconosciuta

Si vive nell’assenza.

Come evidenziano gli attori in un celebre passo del film, tutti amiamo l’inverno. La primavera è più bella, più confortevole, ma proprio per questa ragione è più frivola, più superficiale. L’essere umano si fa sopraffare da tali prodigi e si dimentica d’essere egli stesso una primavera. Dunque l’inverno è più apprezzabile perché si guarda dentro sé stessi, ci si raccoglie in un intimismo che in previsione della futura nuova bella stagione scatena un florilegio di pensieri, caldi e amorevoli, che per il solo fatto di esser stati concepiti si fanno amare perché, in fondo, quando la primavera giungerà, non sarà mai così bella come ce la siamo immaginata.

Condivisibile o meno è questo il sentimento che trascina l’Ottocento nel XXsec. È il passionevole attaccamento a un decadentismo dell’anima che muove a compassione a contraddistinguere i rimasugli di un’epoca che in Francia volgerà nella frizzante e un po’ frivola gaiezza della belle époque, ma che nell’area germanica, e ancor più precisamente quella austriaca, preservò intatta la matrice simbolista.

Come analogamente fecero i letterati russi quali Dostoevskij e Gogol, la realtà quotidiana riveste una fondamentale importanza, ma è nella sua idealizzazione che essa prende vita, acquisisce colori e profumi permette di vivere un altro giorno in un contesto reale che con quell’immaginazione non ha molto da spartire se non ambienti e personaggi.

Questo è dunque lo spirito della protagonista Lisa. Romantica all’estremo eppure moderna, ragazza con il coraggio di emanciparsi quasi fosse una femminista sessantottina ante litteram ma con i saldi principi ottocenteschi, donna che in virtù di ciò si offre incondizionatamente all’uomo per servirlo e completarlo e al contempo donna che non scende a compromessi pur di perseguire i suoi [sentimentalissimi] obiettivi.

La storia propone dunque l’evoluzione delle vicende amorose della sempre meno giovane Lisa, incorniciate in un incipit e una chiusura dal fortissimo contenuto moralizzante che acquista forma e significati proprio in funzione del contenuto degli accadimenti narrati. È la bionda ragazza viennese a calamitare l’attenzione della macchina da presa che la segue dai primi attimi nei quali entra in contatto con gli oggetti appartenenti a un uomo che lei scoprirà di lì a poco essere l’uomo della sua vita. La struggevolezza e al contempo l’eterea beltà della storia risiede nel fatto che a prendere coscienza di questo intimo legame, è solamente la ragazza la quale inizia dapprima una sorta di timido ma deciso feticismo [tocca gli oggetti durante il trascolo, aiuta a trasportare i tappeti dell’uomo nonché si introduce nella di lui casa per guardare e sfiorare qualche altro oggetto] finendo per divenire un benevolo e autentico spionaggio amoroso che le toglierà appetito e famiglia ma che non può essere interrotto.

Lettera Da Una Sconosciuta

Ecco l’idealizzazione dostoevskiana de Le Notti Bianche e quella della Prospettiva Nevskij di Gogol.

Il tutto al ritmo della soave musica suonata dall’uomo, il pianista, che incanta inconsapevolmente la ragazza come un pifferaio incanta un serpente rannidato nella cesta.

Poi, d’improvviso, il repentino mutamento narrativo che dall’assenza frutto dell’aspirazione della giovane si volve in assenza intesa come vuoto della memoria. Dimenticanza, noncuranza. La superficialità delle azioni che incide come un macigno su ciò che ci circonda e che torna indietro come un boomerang sulla nostra coscienza.

È questa straordinaria commistione tra la cruda realtà e la sognante favola della “fatina” protagonista che costituisce il nucleo del magnifico melodramma che Max Ophüls sa definire con il suo classicissimo ed elegantissimo stile. I movimenti delle sue macchine da presa sono leggiadri, leggeri, soavi, accarezzano personaggi e ambienti proiettando lo spettatore dentro alla scena con una naturalezza strabiliante. La perfezione geometrica [ma non simmetrica] garantisce una estetica stabilità che non sconvolge lo spettatore tramite la tecnica, quindi tramite trucchi di scena, perché le turbe dell’animo non devono giungere dalla forma ma dalla sostanza. Non è l’occhio che deve essere ingannato e divelto, bensì i suoi sentimenti tramite la storia.

I perfettissimi ambienti inglobano senza fatica alcuna i personaggi, eleganti, proprio come i vestiti che indossano, sfarzosi, ultraelaborati e complessi, ma mai pacchiani, ridondanti ma non pesanti.

Ophüls non gioca con lo spettatore ma si immedesima con esso, lo comprende e lo asseconda. Ecco dunque quelle meravigliose dissolvenze e assolvenze che discernono il tempo presente da quello passato non costituendo una cesura netta tra i due tempi ma una fusione che pone su due tempi differenti vicende che costituiscono l’unicum che è la vita. E non è un caso se infatti tutta la storia sia fondata su livelli temporali differenti che, come a seguire l’eterno ritorno nietzschiano, tornano e ritornano trasformando il presente in un passato aggiornato, appesantito dal tempo passato. Nulla cambia, ma tutta cambia.

Ophüls fa il possibile per trasporre in versione cinematografica l’omonimo racconto di Stefan Zweig, ma il risultato finale è eccellente anche grazie agli attori, prima tra tutte la straordinaria Joan Fontaine che già otto anni prima seppe brillare, e non poco, in uno dei capolavori di Alfred Hitchcock, Rebecca, La Prima Moglie. E poco importa se Louis Jourdan non è Laurence Olivier, che comunque, per certi aspetti, ricorda.

Lettera Da Una Sconosciuta

Lettera Da Una Sconosciuta è un capolavoro del melodramma hollywoodiano, è una storia che strugge e si fa amare, che è una meravigliosa triste favola di quelle che si vedono solo nei film, ma che, in fondo in fondo, tutti sentiamo d’aver vissuto.

9,5

Danilo Cardone

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One Comment leave one →
  1. 1 dicembre 2012 01:23

    Impeccabile! 😉

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