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Holy Motors – Leos Carax [2012]

24 novembre 2012

.30° Torino Film Festival

Dogmi e rituali

Holy Motors

Holy Motors è un film strano.

Strano ai limiti della comprensibilità. Il pubblico in sala, accorso numeroso al primo giorno di proiezioni del 30° Torino Film Festival per questo attesissimo film, segue volenteroso tutte le due ore della durata ma, detto tra noi, sono in pochi quelli che sembravano aver compreso l’essenza di questo film anomalo. Molti ridevano. Sguaiatamente. Eppure non c’era nulla da ridere.

Le situazioni più strambe, le più inaspettate non erano altro che indispensabili per la sopravvivenza del protagonista, mansioni da svolgere anche controvoglia e anche mettendo a rischio la propria vita. Qualsiasi fosse il tema del momento in scena, è sempre il dramma a reggere le redini di questo film profondamente disilluso, catastrofico ai limiti della follia.

Eppure in molti ridevano, evidentemente partecipi del solo strato superficiale dell’opera, ancor più superficiale di quello bidimensionale dello schermo cinematografico. Però è importante che abbiano assistito a tale spettacolo.

Il film mostra le vicende d’una giornata tipo di Monsieur Oscar, uomo e basta. Costui non pare aver altro, nemmeno i vestiti che indossa. Però a sua disposizione ha tutto. Il suo lavoro è quello di portare a termini i suoi appuntamenti, ovvero missioni diversissime tra loro totalmente slegate l’una dall’altra, dalla realtà.

Nell’arco di questa giornata Monsieur Oscar indossa i panni d’un mendicante, d’un danzatore ricoperto di luci, d’un assassino, d’un barbone folle, d’un padre, d’un marito di una scimmia, e via dicendo.

Holy Motors

Non c’è apparente senso logico.

Non c’è. Le vicende sono un piccolo mondo a sé stante che nasce si sviluppa e muore nel tempo necessario a terminare il lavoro.

Ma che senso hanno questi appuntamenti? E chi li commissiona? E perché?

A che importa. Il film è la parabola della follia di Monsieur Oscar, dell’essere umano, della specie, del fallimento totale di quella che qualcuno osa ancora chiamare intelligenza. Gli appuntamenti sono i nostri vari momenti della giornata nei quali dobbiamo rapportarci con i nostri simili, con ciò che ci circonda, e per far ciò, tema caro alla filosofia greca, si indossano maschere, abiti e atteggiamenti che non sono i nostri ma che sono necessari alla situazione. Dunque ecco che Carax da regista si trasmuta in filosofo, divinità creatrice di scene che sono l’espressione più cristallina del nonsense che acquista senso proprio nel suo non averne.

Il suo uomo, esempio d’un’intera specie, perde la forma d’uomo, la sua personalità, la sua identità per sottomettersi al servizio di ciò che lo circonda. È la dogmaticità del lavoro, delle religioni. Chi si pone domande è perduto in un labirinto di pazzia, chi non se le pone sviluppa un’altra pazzia, quella subdola della sottomissione consenziente che si trasforma in forma di prostituzione societaria. Si agisce perché non si può fare altrimenti e che della coscienza ne sia fatta la volontà di qualcun altro.

Carax modella ciò in una forma filmica non stravolgente ma straordinariamente funzionale, dove tutto è cupo, è ovattato da una frigidità interpersonale che è il nuovo standard societario in cui persino l’insano occhio spiatore dell’uomo perde interesse in questo ludibrio perverso.

Holy Motors

Il regista francese tredici anni dopo il suo ultimo lungometraggio torna con una ferocia incontrollabile tutta nascosta in una splendente scatola dorata, cosparsa di citazionismo a vari momenti della storia del cinema, diffondendo così il proprio messaggio e al contempo riportando il film ad essere non [solo] svago ma arte. Si va dal poliziesco in stile anni ’70 al musical, dalla maschera di Occhi Senza Volto di Georges Franju del 1960 fino alla citazione dell’Entr’acte di René Clair del 1924.

Mattatore assoluto della scena: Denis Lavant, istrionico protagonista polifunzionale che si esalta come non mai in un trasformismo repentino e vincolato che sfiora tutte le sfumature dell’uomo. Mendica con la stessa facilità con la quale danza macabramente tra le tombe d’un cimitero. E la statuaria, quasi fosse una dea, mai così bella e affascinante, Eva Mendes, rimane impressa nella mente dello spettatore con la sua perfettissima atonalità espressiva, come di chi non si cura, di chi sta svolgendo un lavoro come un altro: posare come modella, vivere, cantare.

Oltre a una fotografia d’incanto è da notare come Carax ponga l’attenzione sul corpo di Lavant. Le trasformazioni dei personaggi sono documentate, filmate nelle loro transizioni, e quando non rimane che il nudo corpo, ecco che il regista pare impugnare lo stesso pennello adoperato da Lovis Corinth per dipingere i suoi corpi così inquietamente espressivi, così matericamente psicologici che qui paiono fondersi con l’insostenibile strazio del Cristo crocefisso da Nikolaï Gay sulla tela del 1892 ora custodita al Musée d’Orsay di Parigi.

E come non notare l’irruenza orrifica con la quale alcuni personaggi entrano in scena nel film così come emergevano da sanguigni tendoni nelle ipnagogiche visioni dipinte da un maestro come Johann Heinrich Füssli?

Holy Motors

Holy Motors è un film che si avvale di una narrazione atipica ma non per questo disprezzabile, straordinariamente acuta ma accuratamente mascherata sotto il velo della forma. Meglio la prima parte più stupefacente, che la seconda [comunque ottima] più introspettiva. Le poche imperfezioni le tralascio, perché è di vitale importanza che questo film esista.

9

Danilo Cardone

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