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Source Code – Duncan Jones [2011]

22 novembre 2012

Return to forever

Source Code

La confezione è splendente, di quelle che luccicano subito nei trailer dei più grandi multisala del mondo.

Il pacchetto è completo: c’è la storia d’amore tra due belli di hollywood, c’è l’azione, c’è la componente fantascientifica e c’è il governo americano a muovere il tutto.

Insomma, l’americanata è pronta per essere [s]venduta.

Eppure sotto la superficie studiata in uno studio di produzione in qualche grattacielo vetrato, è ancora visibile in trasparenza l’anima dell’opera.

Il regista Duncan Jones, dopo il tentativo alla regia in Moon del 2009 che fece impazzire una critica forse troppo benevola nei suoi confronti, torna a dirigere un film di fantascienza che è ancor di più un azzardo cinematografico. Più soldi investiti nel progetto, protagonista famoso e meno libertà d’azione. Insomma, più scelta in un range di possibilità più limitato. Ma è qui che emerge la genialità di Jones, in quanto in un progetto che avrebbe sminuito le capacità di qualsiasi altro regista, lui s’impossessa della trama e la segmenta, la spezza, la cosparge di riferimenti creando un film, finalmente, fantascientifico che grazie al suo carattere fondamentalmente semplice sbaraglia tutti i suoi predecessori, simili nelle intenzioni ma ben più banali nella realizzazione.

Non che Source Code sia un capolavoro, ma il ritmo sempre alto basterebbe già a calamitare lo spettatore allo schermo.

Per giunta Jones avvia le indagini filmiche in maniera quasi hitchcockiana, focalizzando l’attenzione sui dettagli [e quant’è hitchcockiana la musica dei titoli di testa!] generando suspense e necessità d’indagine nello spettatore. Spettatore che non si limita a seguire le vicende che gli vengono proposte ma che cerca nella sua passività d’essere componente attiva. Insomma, il film stimola e coinvolge come da un pezzo a hollywood non riuscivano a fare.

La parte sentimentale è evidentemente stata imposta e scade spesso e volentieri nel banale, purtuttavia il regista, tranne nelle pessime ultime scene, sa infondere un’ironia che ben si amalgama all’amarezza insita nel film. In altre parole, nessuno tirerà fuori il fazzolettino per asciugarsi le lacrime eppure la storia che sta alla base delle vicende è degna di nota e si fa portatrice di spunti di riflessione ben più ampi che, acutamente, il film non indaga per non cadere in facili patriottismi e in discorsi retorici che avrebbero solo distolto l’attenzione dalla storia narrata. Le problematiche del protagonista sono tutte, e non solo figurativamente, nella sua mente e in essa amplificano la propria eco, avviando un procedimento di comprensione dell’io, dell’essere, del tempo, della morale e di quant’altro che, essendo il film prodotto in landa americana, portano a esiti molto superficiali ma che non limitano il potenziale intrinseco dell’opera.

A livello registico non ci sono picchi né cadute di stile, mentre è da sottolineare la buona prova del protagonista Jake Gyllenhaal più ancora nella gestualità che nella mimica facciale.

Source Code

Source Code non è il film del secolo ma, nel suo genere, sa mettersi in evidenza.

7,5

Danilo Cardone

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