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O Gebo E A Sombra – Manoel de Oliveira [2012]

11 settembre 2012

La notte dei senatori

O Gebo e a Sombra

Presentato quest’anno alla 65a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia come film fuori concorso, O Gebo e a Sombra [Gebo et l’Ombre il titolo in francese, lingua nel quale è recitato] si palesa come l’ennesima lezione di cinema impartita dal centoquattrenne regista portoghese Manoel de Oliveira.

In quest’occasione per rispondere a qualche critico che aveva notato come de Oliveira non avesse mai narrato le vicende dei poveri, di chi abita i bassifondi [che poi non è propriamente vero], proprio lui che è sempre stato così attento alla politica e alla società portoghese, de Oliveira rispolvera il vecchio testo omonimo [datato 1923] dello scrittore anch’esso portoghese Raul Brandão e ne fa una vera e propria pièce teatrale da grande schermo.

Il che non significa che si limiti a fare teatro e a filmarlo, anzi!

L’impostazione è quella teatrale tanto cara al regista che da tempo immemorabile la rivisita un po’ in tutte le salse ma, qui ancor più che in altre occasioni, pone un’attenzione straordinaria a tutta la parte registica del film. Non siamo in presenza di un teatro filmato ma di lunghissime scene finemente studiate e architettate per il cinema che vengono riprese a mo’ di teatro grazie ai tantissimi piani frontali che caratterizzano la linearità, anche visiva, del film.

O Gebo e a Sombra

Il piano sequenza è dunque la chiave di volta registica del film. Minuti e minuti di pellicola fluiscono [per usare un termine caro al regista] mentre i protagonisti recitano la loro vita. Stasi totale dell’immagine e stati totale dell’azione. Un film che è un azzardo alla noia e che sgretola minuto dopo minuto tutta la dinamicità che affligge il cinema contemporaneo, che la ridicolizza di fronte all’Opera cinematografica e che lascerà senza troppe parole e senza piena convinzione tutta quella parte di critica che nell’intrattenimento cinematografico non è solita far rientrare la non-azione.

Eppure quella totale assenza dinamica della macchina da presa, della narrazione e dei personaggi ha significati ben profondi che, come già aveva intuito Aleksandr Sokurov in film come Madre E Figlio del 1997, non devono essere esclusi dalla cinematografica, anzi, esaltati laddove ve ne sia la necessità.

E qui così è. La lentezza e la ricorsività d’ogni movimento prende lo spettatore e lo trascina in un opprimente baratro di assenza, di incredibile mancanza che non è altro che la mancanza derivante dalla sottomissione alla quale quasi tutti noi siamo inconsapevolmente affetti. La monotonia del lavoro, la monotonia delle chiacchiere prive di veri significati, la monotonia dei ricordi, la monotonia delle afflizioni della mente, la monotonia delle gelosie, la monotonia delle avarizie, la monotonia dell’ipocrisia.

Non c’è vita vera nella famiglia di Gebo, il vecchio contabile assillato da una moglie che lo accusa di non riportare a casa il figlio scappato otto anni prima e di dedicarsi solamente a un suo mutismo interiore che non fa che esacerbare la solitudine della donna. Accanto a loro l’asservente moglie del figlio che, come una vera figlia, cura e accudisce quel flebile alito di vita che ancora rimane nella casa.

O Gebo e a Sombra

Ma d’improvviso il figlio torna, irrompe nella scena con la violenza della rivoluzione che deve smuovere un’intera nazione e con i suoi modi rudi e moralmente condannabili saprà dare un senso a tutto quanto.

Un’ennesima riflessione morale di Oliveira, dunque, che in queste complicate vicende interiori vede il denaro come meschino oggetto diabolico che corrompe ogni uomo già soltanto con la sua presenza. È lo stesso regista ad aver dichiarato che se a qualcuno manca del denaro è perché qualcun altro lo ha rubato. Ecco dunque la sua critica agli strati sociali, alle imposizioni morali e ai servilismi incoscienti ai quali l’uomo povero deve sottostare.

Per rappresentare questa pacatissima microsocietà del nulla de Oliveira si avvale di attori strepitosi. Il vecchio e affaticato Gebo è un fenomenale Michael Lonsdale. Sua moglie è la più brava attrice italiana secondo il gusto del regista: Claudia Cardinale. La moglie del figlio è la costante del cinema di de Oliveira degli ultimi anni, Leonor Silveira, mentre il figlio della coppia è il nipote del regista già visto in molte altre occasioni a lavorar per lui compresa Singolarità Di Una ragazza Bionda, Ricardo Trepa. E infine c’è spazio per l’ottimo Luis Miguel Cintra e soprattutto per l’icona del cinema francese di fine anni ’50 e inizio anni ’60 Jeanne Moreau.

Una bravura disarmante degli attori lucidissimi nell’interpretare e nel ricordare le lunghissime battute che viene bissata dal regista e dal fotografo del film.

Non c’è da nasconderlo: la parte estetica di questo film e forse la più determinante per la riuscita dell’opera.

O Gebo e a Sombra è uno dei film luministicamente più belli che si siano mai visti prima d’ora.

O Gebo e a Sombra

Utilizzando [o almeno così pare] solamente luci diegetiche alla scena, ovvero luci che fanno parte degli spazi ricostruiti che noi vediamo filmati come seppe magistralmente e pionieristicamente fare Stanley Kubrick nel 1975 nel capolavoro Barry Lyndon, vengono ricreate scene d’un calore e d’un’intimità ineguagliabili.

Le candele illuminano [e rabbuiano] la scena con una delicatezza inesorabile che da un lato riscalda flebilmente i personaggi dal freddo del gelido inverno a cui spesso accennano e dall’altro ne riscalda gli animi.

La stupenda esile lampada a olio che viene posta al centro del tavolo è onnipresente sulla scena. A livello estetico è un magistrale tocco di classe mentre a livello narrativo è metafora d’un faro, d’un sole che attrae a sé i personaggi che altrimenti non saprebbero dove andare. È il calore fittizio che sostituisce quello naturale che il vero sole può dare ma per loro, i protagonisti, poveri di spirito e di materia, quella lampada è vita e il perno gravitazionale d’ogni vicenda della vita.

Da un punto vista meramente estetico questa illuminazione calda e ovattata richiama direttamente tutta una seria di opere pittoriche secentesche soprattutto di area fiamminga come quelle di Gerrit Dou e Gerard van Honthorst, il caravaggista che venne soprannominato non a caso Gherardo Delle Notti, ma anche, e forse ancor di più, quella pittura di genere che prolifera sempre in area fiamminga verso la metà del XIXsec. e che vede una esemplare rappresentazione nelle scene notturne di mercato di Petrus van Schendel seguito a ruota da altri validissimi artisti come Johann Mengels Culverhouse e Johannes Rosierse, tanto per fare due nomi semi-sconosciuti ma che reggono bene il paragone.

O Gebo e a Sombra

O Gebo e a Sombra è un’estasi per l’occhio e contemporaneamente una carezza sul cuore e un pugno nello stomaco. Insomma, opera vera.

9,5

Danilo Cardone

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