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Io Ti Salverò – Alfred Hitchcock [1945]

1 agosto 2012

La persistenza della memoria

Io Ti Salverò

Una psicanalista, ligia al suo lavoro tanto da esser fredda e distaccata in ogni occasione, s’innamora d’un suo nuovo paziente, che forse è un omicida…

Hitchcock, un solo anno prima del capolavoro Notorius, ci dà un assaggio di come possa dirigere la strepitosa Ingrid Bergman, in un film tutto fondato sulla psicanalisi. Freud intride ogni dettaglio in ogni scena di questo film.

La psicanalisi, la memoria, il sogno. Tutto è sviscerato secondo traumi e necessità della mente, celato da incomprensibili segnali che si stringono sempre più come un nodo alla gola attorno ai protagonisti.

Ma chi psicanalizza chi?

Hitchcock, come al solito, non definisce il protagonista, sfumando ora verso il bene ora verso il male un personaggio emblematico, forse non troppo bene interpretato da un Gregory Peck ingessato, ma che richiama alla mente il modello Il Gabinetto Del Dottor Caligari di Robert Wiene del ’20.

La non definizione psichica del personaggio, alcuni scorci luministici e alcune atmosfere tetre dove un lungo personaggio senza espressione in viso s’avvicina alla possibile vittima, sono nella stessa linea spianata come con uno schiacciasassi da Wiene.

Eppure Hitchcock in quest’opera che ha del meraviglioso non affonda totalmente il colpo, concentrando buona parte delle sue attenzioni sulla storia d’amore e dipanando ogni dubbio narrativo nella scena finale.

Io Ti Salverò

Scena finale che ha del geniale, pura inventiva registica che strabilia lo spettatore dell’epoca così come nel 1903 strabiliò il cowboy che spara verso la sala di The Great Train Robbery di Edwin S. Porter [no, là decisamente di più, ma qui non sconvolge con quell’intensità solo per l’esperienza cinematografica accumulata negli anni dallo spettatore medio].

L’estrema chiarificazione delle sfumature della trama crea un eccezionale colpo di prestigio narrativo ma al contempo esclude la possibilità di “continuare” il film fuori dalla sala. Tutto è detto nel tempo filmico, Ingrid Bergman ne esce moralmente esaltata e tutti sono contenti così.

Amen. La storia d’amore potrà non appassionare ogni spettatore ma è narrata con estrema maestria, alternando una psicanalisi che lo stesso Hitchcock tenterà di riportare prepotentemente in Marnie diciannove anni dopo, a scene di eleganti fughe tra la folla come si rivedranno in Intrigo Internazionale nel ’59.

Aldilà della trama, una delle più complesse viste nei film del cineasta inglese, l’immenso Hitchcock stupisce in maniera infantile lo spettatore. Trucchi meccanici di primissimo livello si susseguono con eccellenti movimenti di macchina che, come di consueto in questa fase del regista, simulano quello che anni e anni dopo verrà chiamato “zoom”. Ma non soltanto questo. La costruzione delle scene è impeccabile e la definizione degli ambienti perfetta. Ogni luogo è un piccolo microcosmo che serve per definire i personaggi che lo abitano.

E che dire della componente metaforico-visionario che caratterizza alcune fondamentali scene di questo lungometraggio? Le porte che alludono allo “sverginamento” sentimentale della protagonista potranno avere del retorico, ma quando sono filmate così, con tale perizia fotografica, che emergono dal nulla come in un sogno, non c’è proprio nulla da fare: si osserva e si zittisce ogni possibile critica.

Io Ti Salverò

Sogno che, oltre ad essere uno degli elementi fondamentali per la trama, torna più e più volte a livello visivo, addirittura seguendo i dettami illustrati dall’estemporaneo Salvador Dalì che dopo le follie rivoluzionarie di Un Chien Andalou realizzato in coppia con l’altro folle surrealista Luis Buñuel nel 1929 torna a definire luoghi altri, dove geometrie metafisiche come nei quadri di De Chirico si fondono, è proprio caso di dire, con le mollezze della fisica daliana. Ruote deformate tanto da non esser più ruote ma simbolo di un gioco di parole, tendoni che non sono tendoni ma sono occhi che si sovrappongono quasi come visto in Metropolis di Fritz Lang, pura metafora dell’indiscrezione. E ancora, uomini senza volto che giocano con carte senza numeri e che inducono impotenti personaggi/statuette a compiere folli gesti sotto l’egida di architetture naturali che hanno l’unico significato di non avere significato.

Il sogno, il più intimo tramite dell’uomo per ri-trovare sé stesso, torna dopo l’esperienza del cane andaluso ad affiorare nel buio della sala cinematografica che per Dalì non era altro che il miglior ambiente per poter sognare a occhi aperti perché le condizioni d’oscurità e silenzio mentale s’avvicinano a quelle del sogno notturno, con la differenza che il sognatore mantiene gli occhi perfettamente spalancati.

Strano, per Hitchcock, sfociare nel più profondo surrealismo, ma lui sa come gestire ogni elemento, e dunque il sonno non è più momento di pura esperienza della coscienza bensì la chiave psicoanalitica per risolvere il caso.

A ciò si associ una colonna sonora che incalza là dove c’è da incalzare, incute là dove deve incutere e si fa romantica là dove l’amore è inscenato.

Io Ti Salverò

Io Ti Salverò non è il top della filmografia hitchcockiana, ma poco ci manca.

8,5

Danilo Cardone

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