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Harry A Pezzi – Woody Allen [1997]

21 luglio 2012

Woody a pezzi

Harry A Pezzi

Insomma, parliamoci chiaro: chi è che non conosce Woody Allen? Chi è che non ne ha mai nemmeno sentito parlare e non ha mai visto la sua faccia?

Dunque, Woody sa bene che tutti lo conoscono. Attenzione, non che tutti lo apprezzino, cosa che a lui poco importa. Se uno non l’ha mai apprezzato è ovvio che continuerà a non apprezzarlo. In fondo Allen gira e rigira sempre gli stessi temi più o meno allo stesso modo. Dicevo, o meglio scrivevo, che Woody sa perfettamente che la sua faccia, le sue espressioni, i suoi occhiali, le sue incertezze, le sue fobie, la sua misantropia e tutte queste cose qua, tutti nel bene o nel male le conoscono. Dunque, lui sa benissimo che se continua a riproporre quegli elementi la gente va nei cinema e parla di lui. La sfida per Woody Allen regista diventa: come propongo questa volta le mie fobie, le mie ansie, i miei sogni, le mie utopie, ovvero: come ri-propongo me stesso?

La sfida è registica e al contempo di contenuti.

Anche inventato un modo per riproporre le stesse cose, come le faccio sembrare nuove? Oppure: ora che ho rigirato i contenuti in modo tale da farli sembrare nuovi, come li insceno pre essere all’altezza del mio nome?

In Harry A Pezzi Allen ha sicuramente trovato la formula perfetta, l’alchimia magica per soddisfare i requisiti. Dunque Harry A Pezzi è uno dei più riusciti film di Allen.

Il protagonista è sempre lui, l’Allen sociopatico psicanalizzato ogni cinque minuti che ama la vita perlomeno tanto quanto la odia, anzi, forse un briciolo di più, dal momento in cui le sue insofferenze non lo hanno ancora seppellito.

Sicuramente in Harry A Pezzi l’unico che viene macellato, segmentato o meglio, fatto a pezzi, è Allen stesso. Come sempre. Però qui lo fa dannatamente bene! La sceneggiatura non perde un colpo e riporta alla mente in più di un’occasione i suoi grandi successi del passato Io e Annie del ‘77 e Manhattan del ’79, tant’è che si rivede persino la Mariel Hemingway musa proprio di Manhattan. E poi che brillantezza alla regia! Che gran spolvero per un regista da qui in avanti quasi sempre appannato.

Appannato? Offuscato. Sbiadito. Annebbiato. Fuori fuoco… fuori fuoco! Proprio come [nemmeno l’avesse profetizzato lui stesso] il protagonista di uno dei mini-racconti dai quali è costituito Harry A Pezzi! Nel caso è [un vago] Robin Williams che è semplicemente fuori fuoco. È sfuocato, così, di punto in bianco. Nessuno lo riesce più a vedere nitidamente. Come per magia. L’unico rimedio per poterlo vedere bene è indossare un paio di occhiali da vista. Morale della storiella: non si può costringere tutto il mondo ad adattarsi alle nostre stramberie, al nostro essere particolari e un po’ fuori dal mondo. Proprio come sarà lui in film come Anything Else e Incontrerai L’Uomo Dei Tuoi Sogni. L’episodio dell’uomo fuori fuoco ha del geniale, non c’è dubbio.

Harry A Pezzi

A dir la verità tutta la struttura del film è di primissimo ordine. Harry A Pezzi fonda tutta la prima metà del film su una struttura “a cornice”, un po’ come lo è quella del Decameron di Boccaccio e ancor prima del Libro Del Filosofo Syntipas, libro di probabile origine persiana scritto in lingua pehlevi nell’VIIIsec. d.C. che ha dato origine al più famoso Le Mille E Una Notte. Una storia principale, dunque, che ne contiene altre minori, più brevi che compaiono di quando in quando sotto forma di racconti. Tutto sarebbe in linea con la tradizione se non fosse che dalla metà circa il buon Woody sceglie di cambiare un po’ le carte in tavola fondendo i racconti contenuti nella cornice narrativa, con la cornice stessa generando paradossi che solo nella fantasiosa mente d’un sognatore possono sopravvivere.

La struttura si frantuma così, senza troppi patemi di fronte a un impotente spettatore che perde il centro della narrazione e si assoggetta alla realtà alterata che gli si para davanti.

D’altronde tutto ha una spiegazione, e se anche non ce l’avesse è Allen stesso a suggerirci di continuare a sognare perché solamente nel sogno si può trovare la piena soddisfazione della mente. Nella realtà si combatte per arrivare a obiettivi sterili, mentre nel sogno ogni strada è spianata anche per l’obiettivo più appagante.

Dunque l’arte, la creazione di un ipotetico onirico subconscio mediato dalla mente, può essere la vita stessa. L’arte, secondo Allen, aiuta a vivere, stimola la mente e la coscienza cosicché mente e coscienza cerchino e a loro volta generino nuova arte. Insomma: l’arte per l’arte, laddove anche l’uomo sia parte dell’arte.

Nel fare ciò Allen si denuda, si stende su un comodo lettino e si fa serenamente fare a pezzi. Anzi, si fa a pezzi da solo, ma non è questo il punto. Il punto è che se Allen si analizza non possono che saltare fuori le sue basi, ciò che lo costituisce nel più profondo. E se nel suo profondo c’è un nucleo da fervente sognatore che genera visioni a livello registico non può che esserci un chiaro riferimento a Federico Fellini, un maestro di sogni e visioni cinematografiche.

Il riferimento più evidente al cinema felliniano è sicuramente costituito dal capolavoro 8½ del ’63, film irto di oniriche visioni [in]coscienti nel quale il regista utilizza un ineguagliabile Marcello Mastroianni come suo alter ego nel ruolo d’un regista in preda al blocco creativo. Mastroianni per Fellini, Allen per Allen. Già, perché anche il protagonista di Harry A Pezzi è un “creatore” di professione, per la precisione uno scrittore, in preda al classico blocco dello scrittore.

Due modi diversi di [non] ri-trovare sé stessi, sé stessi all’interno della società, e dunque d’ingannare ancora una volta tramite le proprie abilità, l’ammaliato spettatore.

Ma il citazionismo di Allen, passati i fasti del film-citazione pe antonomasia che è Amore e Guerra del 1975, torna prepotente in questo Harry A Pezzi e se Fellini è stato ampiamente omaggiato come si poteva escludere colui che lo stesso Allen ha definito come uno dei suoi più grandi maestri ispiratori?

Harry A Pezzi

Dunque, ecco Ingmar Bergman, infinitamente e variamente rivisitato da Allen nel corso degli anni [si veda la scena dei volti sovrapposti delle due donne sul finale di Amore e Guerra così come Bergman li sovrappose nel finale di Persona] che torna in Harry A Pezzi più che nella regia e nei movimenti di macchina nel tema.

Bergman nel 1957 creò Il Posto Delle Fragole, Allen quarant’anni dopo crea Harry A Pezzi.

Il parellelismo è quasi perfetto se non fosse che i due film sono esattamente speculari nei significati. Se il professor Borg de Il Posto Delle Fragole intraprende il viaggio per accrescere il proprio spirito, la propria morale, il professor Block di Harry A Pezzi intraprende il viaggio per destrutturarsi nel più profondo non per riconquistare la stima degli affetti perduti, ma per perderla definitivamente. Ad attendere Block/Allen c’è una sorella convertita all’ebraismo che dopo anni che non lo incontra gli chiede di andare via da casa dopo pochi minuti a causa delle divergenze religiose. Il caro e amato professor Borg/Sjöström incontrava l’anziana mamma, pronta a tirar fuori dal cassetto vecchi giocattoli e a dispensare un po’ del suo sempre vivo amore incondizionato verso tutti i propri parenti.

E ancora, entrambi i professori, quello di Bergman e quello di Allen, viaggiano per giungere a ricevere una prestigiosa onorificenza per il lungo e professionale operato nel campo della scienza, ma mentre il professor Borg verrà celebrato in pompa magna in una cattedrale gotica, il povero professor Block verrà arrestato subito prima di ricevere il riconoscimento. D’altronde per lui non c’era uno stuolo di teste coronate d’alloro a presenziare alla cerimonia, bensì un figlio rapito in fretta e furia all’uscita da scuola, un amico morto nel viaggio, e una prostituta di colore.

Ma a chi pensa che Woody il citazionista si fermi qui, si sbaglia.

Notevole è senza ombra di dubbio il jump cut, il montaggio che salta dei pezzi di pellicola in maniera deliberata e a tratti persino fastidiosa, introdotto da Jean-Luc Godard nel capolavoro della nouvelle vague A Bout De Souffle del ’60.

Degna di nota è anche la rappresentazione che Allen fa dell’Inferno sul finire della pellicola. Non analizzando la straordinaria ironia che contraddistingue ogni scena di questo film, dunque anche nell’Inferno, è lodevole come la panoramica sull’inferno riveli un luogo sostanzialmente circoscritto, dove il male peggiore è il caldo.

Questa interpretazione dell’inferno dantesco [perché è Dante l’evidente modello per questo inferno] è in perfetto accordo con la misantropa ironia del filosofo Emil Cioran quando nel 1952 nei suoi Sillogismi Dell’Amarezza afferma che «L’Inferno – esatto come un verbale. Il Purgatorio – falso come ogni allusione al Cielo. Il Paradiso – sfoggio di invenzioni e di insulsaggini… La trilogia di Dante è la maggiore riabilitazione del diavolo che un cristiano abbia intrapreso.»

Inoltre, a livello stilistico, richiama le prime rappresentazioni hollywoodiane dell’Inferno dantesco, ovvero un colpo d’occhio che ricorda da vicino quanto inscenato da Henry Otto nel 1924 e da Harry Lachman nel ’35 nei due omonimi film intitolati con non troppa fantasia Dante’s Inferno.

Harry A Pezzi

Harry A Pezzi è un film completo nei limiti [se così possiamo definirli] del classico cinema alleniano, è una straordinaria lucida e confusionale panoramica sulla società contemporanea, inscenata con sentimento e tagliente ironia.

9

Danilo Cardone

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