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Il Rifugio – François Ozon [2009]

3 luglio 2012

Un racconto morale

Il Rifugio

Un uomo muore per overdose di eroina, lasciando sola la sua compagna incinta. Attanagliata da dubbi e speranze, lei cerca rifugio in una villa in riva al mare.

Questo è proprio un film di François Ozon. Le tematiche sono sempre quelle, c’è poco da fare. Eppure come ci si fa a stancare del suo cinema?

Come in Swimming Pool la protagonista s’isola in una villa dove troverà molte più emozioni nel giro di pochi giorni che in tutta la sua vita. Torna in questo film anche il tema del lutto, già visto in molti suoi film, nonché il tema della nascita di un bambino. E, ovviamente, il tema dell’omosessualità, onnipresente nel cinema ozoniano.

Alcune scene sembra persino di averle già viste in altri suoi film. La villa sembra quasi quella di Swimming Pool, così come il bar del paese. La scena della disco ricorda quella [edulcorata] di Potiche. E poi “il terzo uomo” che compare all’improvviso nella villa, e ancora la protagonista che si affaccia alla finestra per spiare il nuovo coinquilino, e il fugace frugare nei suoi effetti personali.

Eppure è un film tutto nuovo che dal pretesto della droga che avvia tutte le vicende trae spunto per narrare le vicende [interiori] d’una donna sola, totalmente slegata da rapporti di parentela, ma che ha la particolarità d’essere incinta. Quasi una chimera per Ozon, che ha inseguito per anni l’idea di fare un film con protagonista una donna in dolce attesa e che in questo film trasforma le ben ponderate idee in immagine di sensibile sensibilità. Leggeri tocchi, sfiori, richiami al movimento e al suono. Per tutto il film ci viene proposta una meravigliosa [neo-nouvellevaguiana per molti versi] Isabelle Carré in tutta la naturalezza, pancione senza veli compreso.

Il Rifugio

D’altronde la sensibilità del regista francese non era mai stata messa in dubbio, ma qui, forse anche complice la lentezza del film, raggiunge uno dei suoi apici. La scena finale, scevra dalle banalità dei cliché, è una gentile carezza allo spettatore.

Cliché che, è bene evidenziarlo, nelle mani di Ozon si trasformano in argomenti nuovi, riflessioni sommesse ma profonde che in un film come questo diventano quasi un’autobiografia dell’anima, come se il regista stesso ci permettesse di spiare dentro al suo diario [non troppo] segreto in cui vi sono annotati i suoi desideri, i suoi timori, le sue speranze per il futuro. Un grido strozzato in gola che si palesa sul suo viso come un sorriso amaro, consapevole di ciò che rimarrà nella sfera dell’impossibile e di ciò che continuerà a concedere momentanei piaceri.

Questa dicotomia dell’animo, del volere e del potere, del sapere e del non sapere, del vedere e del non vedere, è inscenata qui come in altri suoi film con una lucidità splendente e proprio per questo estremamente frastagliata. Con l’onestà che lo contraddistingue, Ozon non fornisce alcuna risposta alle tematiche che solleva. Lui prende una tematica delicata [qui ben più d’una direi], la racconta tramite una storia-esempio, e chiude il tutto con un finale. Dentro a questo plot d’una semplicità disarmante [e qui si pensi alla scuola fatta da Eric Rohmer, maestro indiscusso del nulla narrativo] c’è di tutto. In primis vi è l’ambiguità dei rapporti tra le persone. La definizione formale dei soggetti non è complicatissima, bensì lo è il loro rapportarsi, scoprirsi, integrarsi, scindersi. La definizione dei personaggi così come quella delle vicende è costantemente in bilico tra realtà e fantasia, laddove per fantasia si intende ciò che la mente fantastica a riguardo dell’altro, nel bene e nel male. I rifiuti si sprecano e si intercalano alle attrazioni. Persino la sessualità dei personaggi è soggetta a queste calamite stravaganti che paiono risiedere insite in ognuno di noi.

È impossibile chiudere i protagonisti dei film di Ozon, e tantomeno in questa occasione, in categorie predeterminate, di quelle che solitamente si utilizzano nel delineare la sfera psico-attitudinale della maggior parte dei personaggi cinematografici.

Il Rifugio

L’elaborazione di un lutto e di una nuova nascita, condite dall’istinto umano per il rapporto fisico, sono gli elementi fondamentali di una metafora del ciclo della vita che nel suo essere così scarna trova la sua efficacia. L’episodio dell’impudico rimorchiatore al bar ne è il più evidente esempio.

Ed è qui che Ozon si scopre amante di una ragione che apparentemente ripudia in favore del sentimento. È la mente che con i suoi incomprensibili meandri modifica il nostro agire quotidiano, permettendoci di non sfociare in una realtà astratta che altrimenti porterebbe solamente follia e morte [ed ecco giustificato l’episodio iniziale dell’eroinomane].

Come conseguenza di ciò, la donna. Da sempre regina delle scene del talentuoso regista francese torna qui come nei suoi film migliori a essere l’accentratrice cosmica di emozioni e sensazioni che la innalzano su un esile piedistallo, in perenne bilico tra la malignità d’una ribelle Lilith e tra la bontà e la pietas d’una Madonna contemporanea.

Non c’è pace per le instabili definizioni nella narrazione e nella psicologia nel cinema ozoniano, mentre c’è una pacatezza straordinaria a livello registico.

Come sempre la fotografia non delude, ma è con una perfetta mimesi della macchina da presa negli ambienti che sa come imprimere naturalezza alle scene e al contempo caratterizzarle senza mezzi termini. Un diligente lavoro che non paga tra il grande pubblico sempre in cerca di nuovi funambolismi tecnici ma che esalta l’occhio dello spettatore cinematograficamente un po’ più esperto.

Come sempre però l’opera non è perfetta e se in più punti il montaggio lascia a desiderare è anche la messa in campo di molti temi scottanti come la droga, l’omosessualità, l’adozione da parte di individui omosessuali, a far storcere un po’ il naso. Il regista non fallisce nella sua impresa, eppure certi dettagli da soap opera come l’adozione del fratello del morto da parte proprio della famiglia del deceduto paiono come fuori luogo e un po’ troppo forzati verso un sentimentalismo spicciolo che in un cinema di questo livello stride leggermente.

Gli attori sono tutti bravi, più di tutte l’onnipresente Carré che col pancione in mano immersa in una vasca da bagno o nei perfetti primi piani si dimostra sempre più che all’altezza della situazione. Ad appagare l’occhio del pubblico femminile, maschile omosex e dunque dello stesso Ozon, ci pensa Louis-Ronan Choisy che per l’occasione scrive e canta anche parte della colonna sonora.

Il Rifugio

Il Rifugio è dunque al pari del nascondiglio di Amanti Criminali e della villa di Swimming Pool un film-luogo di formazione dove l’io si amplifica e si riflette, in attesa del prossimo rifugio.

7,5

Danilo Cardone

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