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Il Laureato – Mike Nichols [1967]

30 giugno 2012

Incipit d’una rivoluzione

Il Laureato

Un giovane ventunenne fresco di laurea è celebrato da tutti per aver conseguito un risultato che non porta ad altro che a un inserimento completo nella serialità standardizzata e standardizzante di una società che pare possa decidere lei stessa il nostro futuro.

Spaesamento.

Ecco cosa prova il protagonista all’inizio del film. Spaesamento.

La macchina da presa stringe su di lui in un primo piano dinamico all’interno della villa dove vecchi parrucconi fanno a gara per congratularsi con lui, per stringergli la mano e cercare di accaparrarsi i suoi giovani e ingenui servigi. L’obiettivo della macchina lo segue, lo tallona, lo incalza, ora in camera da letto, ora per le scale, ora al bordo della piscina e ora di nuovo sulle scale e in camera.

In Benjamin Braddock, questo il nome del protagonista, vi è racchiusa l’intera società occidentale [soprattutto statunitense] del 1967. Alla vigilia del ’68 e delle rivoluzioni socio-culturali che ne conseguiranno Mike Nichols firma un capolavoro che diventa un instant classic e che rimarrà il punto di riferimento per generazioni e generazioni a venire.

Dopo anni e anni di preparazione al consumismo irrazionalmente più sfrenato dove l’uomo deve studiare per trovare un lavoro, ricevere uno stipendio e quindi consumare, il 1967 rappresenta l’alba del rifiuto giovanile e non, di questo sistema. La destrutturazione [che poi non sarà tale, ma questo all’epoca non lo potevano sapere] dell’imposizione societaria a riguardo di ciò che sarà la vita di ogni giovane al raggiungimento della maggiore età è ai suoi albori. I giovani stanno prendendo sempre più coscienza, giorno dopo giorno, della lenta e subdola asfissia che è perpetrata nei loro confronti e questa repressione/soppressione della libertà non può essere tollerata.

Il Laureato

Benjamin Braddock non ha ben chiare le idee su cosa fare e dove andare come lo avranno i suoi colleghi protagonisti dei film degli anni a venire che perlomeno erano coscienti di doversi opporre a qualcosa più grande di loro. Benjamin Braddock è un eroe che ha ancora più importanza di altri che saranno riconosciuti come tali perché lui non sa di essere uno dei primi fautori del rifiuto di un sistema di gabbie poste sopra di lui a mo’ di matrioska. Lui agisce per istinto. Sbaglia più d’una volta, ma lo fa in maniera autentica perché dal suo torpore post-infantile dal quale si risveglia improvvisamente al raggiungimento della maggiore età [21 anni, in America] scaturisce un malessere conscio dell’esser parte di un qualcosa che non punta ad elevare l’individuo come vorrebbe fargli credere ma invece mira a illuderlo d’essere e d’avere.

Benjamin Braddock vaga. Nella giungla d’asfalto e ipocrisia che lo circonda, lui vaga. A bordo della sua Alfa Romeo Spider “Duetto” delineerà un modello che s’imprimerà con forza sin da subito nell’immaginario collettivo. Ma quel suo salire a bordo dell’auto rossa fiammante e fuggire per le arterie di Pasadena è il sintomo d’una forza ruggente che arde in lui e che non può aver sfogo se non nell’esperire ciò che la vita gli propone.

Così avrà le sue edipiche esperienze con la Signora Robinson che tanto fecero scalpore all’epoca e che così prepotentemente emersero come tema portante d’un film che effettivamente lascia affiorare questa atipica storia nella prima metà del lungometraggio come la vera chiave di [s]volta per la psicologia del protagonista e di un’intera generazione. Tra fantasia e utopia è lo stesso Benjamin a rifiutare l’approccio maturo della Mrs. Robinson, ma è con incoscienza e necessità di provare che può dare il la alla sua maturazione, giustificando così in parte gli eccessi che caratterizzeranno i futuri sessantottini.

Il Laureato

Il Laureato è dunque un film che potrebbe tranquillamente essere datato quattro o cinque anni più tardi da chi non è a conoscenza della reale data di produzione. Un po’ per il tema, un po’ per come viene trattato e un po’ per la regia.

Vincitore del premio oscar, Mike Nichols assembla scena dopo scena il capolavoro che mai sarà capace di ripetere nelle sue opere future.

Straordinario davvero è l’utilizzo della profondità di campo che viene fatto in questo film. Ogni immagine tiene conto degli spazi che intercorrono tra i vari personaggi in scena e al contempo di quello che separa i personaggi stessi dall’obiettivo della macchina da presa. Obiettivo che non è mai statico ma che anzi esalta [talvolta fin troppo] le potenzialità del “neonato” zoom e degli schiacciamenti prospettici che ne derivano. Il Dustin Hoffman che corre come un forsennato dal fondo della via per recarsi in tempo al matrimonio che deve cercare di guastare è un modello assoluto in questo senso, ma sono molte le scene in cui in un battibaleno ci troviamo da un campo lungo a essere faccia a faccia con i protagonisti e viceversa.

E poi le transizioni, le sovrapposizioni. In certe scene si assiste a un giubilo del montaggio che stupisce lo spettatore e allo stesso tempo muta ambienti e personaggi.

Il tutto al ritmo strabiliantemente inarrivabile delle semplici e sommesse musiche composte ed eseguite dal duo Simon & Garfunkel. The Sound Of Silence, Mrs. Robinson e Scarborough Fair sono i tre assi portanti di una colonna sonora tra le più meritatamente famose e apprezzate della storia del cinema.

Tanta musica, dunque, che Nichols ha il buon gusto di far scorre interamente affidandogli [e chissà cosa ne sarebbe stato del film altrimenti!] un’importanza centrale all’intero della poetica del film.

Il Laureato

Il tutto non risulta comunque perfetto a livello registico e i limiti di Nichols emergono soprattutto con certi scivoloni un po’ banalotti qua è là dove non pare avere esattamente a fuoco il fulcro della narrazione. Ma poco importa a fronte di un’opera che sa offrire momenti di pura e intelligente ironia nonché [forse troppo pochi] momenti di intima riflessione.

Straordinaria è la scena di un Hoffman vestito da sub con tanto di pinne e maschera che giace in piedi sul fondo della piscina di famiglia mentre i genitori, da sopra, lo subissano di chiacchiere. L’isolamento folle nel quale viene indotto non ha solo un’importanza estetico-visiva non da poco ma è il vero indice metaforico di una situazione pressante e opprimente dal quale pare non esistere via di uscita. Qualcosa di simile a livello visivo [e uditivo] è stato proposto nel 2010 nell’unica scena veramente valida nel film Somewhere di Sofia Coppola dove l’apatico protagonista si sottopone a una lungo e anche qui apparentemente folle trattamento al viso per la creazione di una maschera.

Tornando a riferire in merito al film di Mike Nichols è ancora da notare come il finale del film giunga un po’ troppo affrettato ponendosi anche in contrasto con la logica delle scelte dei protagonisti.

Nel cast spicca la bravissima Anne Bancroft nel ruolo della seducente Signora Robinson ma il vero protagonista della scena è l’incommensurabile Dustin Hoffman, qui nel suo primo ruolo davvero importante in quel di Hollywood. La sua anonimissima normalità è la nuova forza della generazione che sta per emergere. Il suo anti-divismo estetico è ciò che in quel momento il cinema necessitava. E lui non può che eccellere in ciò.

Il Laureato

Il Laureato è uno dei film più significativi di tutti gli anni ’60, un must che per le sue riflessioni insite e un po’ acerbe sa egemonizzare parte dell’attenzione del pubblico in ogni epoca.

9

Danilo Cardone

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