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The Brown Bunny – Vincent Gallo [2003]

27 aprile 2012

Il girotondo dell’ignavo

The Brown Bunny

L’attore, regista, direttore della fotografia, musicista, pittore, modello e ancora un paio di altre cose Vincent Gallo, già solo per il fatto di essere Vincent Gallo fa parlare di sé.

È dunque stato molto facile per la critica prenderlo come bersaglio additandolo senza mezze misure di egocentrismo e totale autoreferenzialità. Quando venne presentato al festival di Cannes nel 2003 qualcuno lo definì il film più brutto mai visto in quella “prestigiosa” sede.

Chi oserebbe mai contraddire tale austera autorevolezza nel giudicare!

Certo, non chiedetemi di essere d’accordo con quegli stessi individui che qualche anno dopo sono stati pronti a mitizzare quell’accozzaglia pseudo-pretenzioso-filosofica che è stata The Tree Of Life di Terrence Malick…

In effetti The Brown Bunny è un film brutto. Specificando come per il sottoscritto sia impossibile definire in maniera assoluta cosa sia il concetto di bello e di conseguenza quello di brutto, è innegabile che la forma registica di Gallo sia aspra, ridotta ai minimi termini, ma ciò non significa bassa qualità del prodotto finale.

Soltanto i più [volutamente o meno] ciechi non avranno potuto notare come negli ultimi anni si sia sviluppata una vera e propria corrente cinematografica del lo-fi, di quel cinema che mette in evidenza la grana della pellicola e che poco si cura di giocare con le luci di uno studio cinematografico.

Vincent Gallo prende la sua macchina da presa, un operatore di macchina, e qualche attore e parte per un viaggio.

La forma prosciugata da qualsivoglia orpello non è una scelta “da fighetto” anticonformista, bensì perfettamente funzionale a quello che si presenta come un personalissimo dramma che trova il suo meravigliosamente tragico sfogo nell’ultimissima scena del film.

La macchina da presa che segue ogni momento del viaggio del protagonista [che è sempre Gallo, per l’appunto] è una scelta obbligata che nemmeno dispiace, d’altronde non è la prima volta che viene portato sullo schermo un viaggio a protagonista unico e inequivocabile, ma chi per un Sean Penn di This Must Be The Place hai mai parlato di egocentrismo del protagonista? Nessuno. Pare ormai evidente come il nome di Vincent Gallo sia per molti pseudo-intellettualoidi del cinema sinonimo di egocentrismo fine a sé stesso, compromettendo incontrovertibilmente il giudizio critico a riguardo.

The Brown Bunny

La parola è quasi totalmente esclusa. Moltissimi sono i silenzi che condivideremo con il protagonista nel suo camion o sulla sua moto da corsa, e devono pensarci delle musiche fantastiche come Milk And Honey del quasi dimenticato Jackson C. Frank [che si risentirà nella scena finale di Electroma, film con il quale c’è effettivamente qualche affinità] a riempire quegli spazi vuoti che in realtà vuoti non sono.

Tutto il film è impostato come un road movie, contrariamente a quanto affermato da Luca Giglio che invece lo vorrebbe leggere come l’anti road movie perché dall’inizio alla fine non c’è una evoluzione della condizione del protagonista. Sorgono due problemi: in prima battuta quella definizione di road movie mi sembra assolutamente discutibile, in quanto road significa strada e il processo di formazione del protagonista mi pare sia escluso dal nome del genere. E poi c’è un netto cambiamento nella sfera psicologico-percettiva del protagonista. Forse non è una evoluzione se per e-voluzione intendiamo un cambiamento in meglio, ma bisognerebbe definire cosa sia “meglio” e cosa sia “peggio”. Sicuramente c’è una voluzione, e che sia e- o in- poco cambia.

Oltretutto che importanza può avere la definizione di un genere cinematografico?

Mi trovo in ogni caso d’accordo con Giglio quando reputa questo viaggio un viaggio che deve essere vissuto in prima persona dallo spettatore. La totale assenza di elementi narrativi preponderanti nello svolgimento di quanto raccontato è rappresentativo della disperata vacuità del personaggio che vaga alla ricerca di qualcosa che non è altrove che dentro di lui. Il minimalismo bressoniano unito a un amore per la donna che affonda le radici tanto nella nouvelle vague di Godard quanto in quella di Rohmer, fanno di questo film un apprezzabilissimo nulla che può solo essere esperito e non raccontato.

La fotografia, come già accennato, è anticonvenzionale. I flare si sprecano sull’obiettivo della macchina da presa e le luci vanno un po’ come vogliono, anche se non è tutto da bistrattare essendo presente un gusto estetico personale ma non assente che si palesa in alcune scene qua e là durante la visione del film.

Verso il finale c’è anche una scena che inquadra in tutto e per tutto un rapporto orale che Chloë Sevigny concede a quel duro di Vincent Gallo. Tanto ha fatto parlare e nessuno mette in dubbio l’azzardo compiuto, però è bene pensare al film non come a quella singola scena ma come all’intero non-percorso del protagonista.

The Brown Bunny

The Brown Bunny è un film lento e stantìo ma che proprio per questo sa farsi apprezzare. Con colpo di scena finale che dà un senso al tutto. Ammirevole.

8

Danilo Cardone

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