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Wladyslaw Starewicz: una panoramica sui suoi lavori

21 aprile 2012

The puppet show

Al giorno d’oggi è molto semplice diventare registi.

Ci s’iscrive in un laboratorio o in un corso di direzione cinematografica qualsiasi, s’impara a utilizzare una macchina da presa compatta, che non costa nemmeno cifre esorbitanti se la si volesse acquistare, e il gioco è fatto. Certo, poi trovare una casa produttrice o di distribuzione è altro affare, ma potenzialmente tutti possiamo essere dei registi.

Nel 1910 invece, la storia era leggermente differente.

C’era chi approdava alla cinematografia dalla fotografia, dal teatro, dall’illusionismo, dalla letteratura, dalla pittura e chissà ancora da che altra professione. Le regole non erano determinate come oggi e le case di produzione prettamente cinematografiche stavano cominciando a nascere in quegli anni. Chiunque aveva qualche buona idea poteva, trovando chi avesse l’attrezzatura necessaria, provare a metterla in scena. Si sperimentava in molte vie e tutto veniva valutato secondi criteri artistici e non solamente finalizzati alla distribuzione planetaria del prodotto.

Wladislaw Starewicz era un entomologo. Lui studiava gli insetti, li osservava per ore e annotava i loro comportamenti. Non è dunque così strano che decise di utilizzare il mezzo filmico per documentare ciò che era solito osservare. Fissare su pellicola i movimenti e le azioni dei piccoli insetti, ecco cosa gli interessava. Il documentarismo dedicato agli animali nasce proprio in quegli anni e anche in Italia ne abbiamo diversi esempi, dunque non c’è da stupirsi.

C’era però un problema che ostacolava il lavoro dell’intraprendente scienziato russo. Il suo obiettivo principale era quello di documentare la conquista della femmina e l’accoppiamento tra scarabei. Dove sta il problema? Semplice: quei combattimenti sono notturni e nel momento in cui il futuro regista andava ad accendere le luci per illuminare la scena, gli insetti si immobilizzavano immediatamente.

Dunque come fare?

Il buon Starewicz s’ingegnò fino al punto di arrivare a decidere di lavorare con insetti imbalsamati. Un po’ di cera su una zampetta, un po’ sull’altra ed ecco che con la bellezza di cinquecento fotogrammi [quindi cinquecento posizioni diverse degli insetti] si potevano girare trenta miseri secondi. Un lavoro immenso. Immenso ma soddisfacente, tant’è che nel 1910 il suo cortometraggio sull’accoppiamento degli scarabei, riuscì e venne pubblicato con il titolo di Lucanus Cervus.

Eppure c’era ancora qualcosa che non quadrava agli occhi del buon Wladislaw.

Un tale mezzo espressivo, solamente finalizzato a documentare ciò che avviene in natura. Pare un po’ riduttivo.

Ecco dunque che Starewicz trasferisce la sua tecnica in stop-motion dal documentario alla fiction, ricreando dei piccolissimi teatrini dove poter inscenare delle favole moralizzanti in piena regola.

Purtroppo gli studi sull’apprezzatissimo al suo tempo, ma ben presto dimenticato regista in questione sono quasi assenti, però potrebbe essere davvero interessante indagare il rapporto tra le sue opere e, ad esempio, le favole di Jean de La Fontaine nonché le relazioni iconografiche e stilistiche con quello che fu il più grande illustratore proprio di La Fontaine, ovvero J.J. Grandville.

Tra i suoi primi cortometraggi forse il più interessante e rappresentativo è The Cameraman’s Revenge del 1912, dove viene inscenata una storia di amore e tradimenti tra scarabei e cavallette che sta in bilico tra dramma e ironia, sempre sottostando a una salda morale di fondo.

La naturalezza e la fluidità con le quali il regista anima i piccoli insetti è sbalorditiva, così come è sorprendente la fantasia delle situazioni, basti pensare che tra i personaggi in scena c’è anche una cavalletta dotata di macchina da presa, e la penultima scena si svolge in un cinema per insetti…

Genialità varie di Starewicz che si reiterano nei successivi cortometraggi, come il natalizio The Insects’ Christmas del 1913 e soprattutto The Frogs Who Wanted A King del ‘22, dove la morale è esplicitata anche tramite la parola nell’ultimo cartello dell’opera. Questo corto racconta la storia di una comunità di rane in cerca di un re che a questo scopo scomoda ripetutamente il dio Giove che più che curarsi di cosa succede sulla Terra preferisce leggersi il giornale e lanciare saette un po’ a caso, così, tanto per cercare di mantenere l’ordine.

Il 1923 è l’anno del bellissimo Voice Of The Nightingale ovvero tredici minuti a colori di straripante dolcezza, accentuata dal fatto che i protagonisti sono una bambina e degli uccellini.

Cortometraggi su cortometraggi dunque, che a nessuno parevano dispiacere se non a qualcuno altolocato nel regime russo che costrinse il nostro Wladislaw a emigrare in Francia nel 1919.

Malgrado venne pubblicato diversi anni dopo, è del 1930 il primo lungometraggio in stop-motion della storia. Si tratta di Le Roman De Renard [Una Volpe A Corte è il titolo della versione italiana] basato su un racconto di Goethe il quale a sua volta si era ispirato a un racconto popolare francese del XIIsec.

Questa è un’epoca particolare per il cinema, perché viene introdotta la possibilità del sonoro, non da tutti recepita e non da tutti sfruttata a dovere. Starewicz senza sbilanciarsi in maniera esagerata non preclude al suono di fare parte delle sue favole animate ed ecco che nel 1933 gira The Mascot. Nulla di entusiasmante, a dir la verità, in quanto ci troviamo di fronte un po’ a una summa della sua tecnica senza per questo sfociare nel capolavoro. È interessante notare come di quando in quando qualche personaggio accenni qualche breve battuta, è un segno dei tempi che si evolvono.

La cosa più sbalorditiva da evidenziare di The Mascot è l’inizio della storia che anticipa il celebre Toy Story disneyano di ben 62 anni. I giocattoli in fuga che fuggono da un camion che li trasporta per tornare a casa, pare proprio la stessa trama.

D’altronde l’influenza di Starewicz sul cinema che lo ha succeduto è molto forte anche se non così costante. L’esempio meno famoso ma più calzante è sicuramente quello del ceco Jan Švankmajer, che ha portato lo stop-motion a livelli di pregevolissima fattura e che con gli insetti ha addirittura costruito alcune fra le scene più memorabili del suo film più famoso Něco z Alenky [Qualcosa Da Alice] dell’88.

L’esempio invece più famoso è ovviamente quello di Tim Burton che, come nota Laura Brusa, omaggia direttamente Starewicz già nel titolo di uno dei suoi più celebri lungometraggi, in quanto «The Nightmare Before Christmas (1993) si rifà palesemente a The Night Before Christmas (1913)».

La lunga e prolifica carriera artistica di Wladyslaw Starewicz è dunque tutta da riscoprire, con un occhio alla sua epoca per lasciarsi trasportare nei suoi fantastici micromondi, e un occhio alla nostra per non lasciarsi troppo attrarre da quei registi che a volte costruiscono la loro fortuna sull’ignoranza altrui.

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