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After.Life – Agnieszka Wojtowicz-Vosloo [2009]

13 aprile 2012

Neeson’s list

After.Life

Una ragazza ha un incidente d’auto. Quando si sveglia è all’obitorio. È davvero morta o è soltanto vittima di un dottore squilibrato?

La regista Agnieszka Wojtowicz-Vosloo ri-porta sullo schermo un tema caro a quella cultura decadentista di fine ‘800: la morte apparente.

Più che un tema ricorrente, in realtà, per l’uomo della seconda metà del XIXsec. la morte apparente rappresentava una paura vera e propria, tanto che dopo il dichiarato decesso il corpo del defunto veniva lasciato per alcuni giorni su un lettino con un campanellino legato al piede, nel caso in cui il malcapitato avesse ripreso le proprie funzioni vitali.

Purtroppo per noi la polacca regista dall’impronunciabile nome non opta per la via della filologica ricostruzione bensì cavalca l’onda del facile successo sostenuto da una cospicua produzione americana. In casi come questo non importa che il prodotto finito sia valido oppure no, tanto una pubblicità mirata e finemente architettata da esperti nel settore garantirà senza troppe difficoltà alle sale cinematografiche che sceglieranno di proiettarlo un folto numero di ragazzini in cerca dei primi brividi cinematografici adolescenziali nonché un considerevole sciame di spettatori della domenica pomeriggio.

Il tema potenzialmente interessante viene così scarnificato d’ogni suo pathos in privilegio di qualche labilissimo [qui meno che al solito, tra l’altro…] effetto per sorprendere repentinamente lo spettatore. Insomma, si cerca di spaventarlo con trucchetti d’infima fattura in scene progettate per questo scopo, che c’entrino o meno con il resto della narrazione.

Ciò che davvero emerge durante la visione di questo lungometraggio è il ruffianissimo tema dell’eros e thanatos che, ben lungi dal ricordare anche solo lontanamente i fasti del primo Bava, è qui totalmente affidato al sensuale ma ormai abusato corpo della cinerea Christina Ricci. Abusato ovviamente in senso metaforico, dal momento in cui la maggior parte dei film che possono vantare la sua presenza hanno al loro interno un considerevole numero di morti, risorti o meno, e la sua figura dai lunghi capelli neri con quell’espressione mai troppo sorridente è diventata quasi un marchio di fabbrica che significa “horror non troppo macabro, adatto a ragazzi di tutte le età”.

La sua interpretazione non è comunque così disprezzabile, soprattutto se paragonata a quelle dell’ormai spento Liam Neeson e di un Justin Long che fa quasi rabbia talmente è inetto nel cercare d’impersonare credibilmente il ruolo dell’attore professionista.

Tornando alle disfatte della director polacca non possiamo fare altro che annotare come il delicato tema del senso della vita e di quello del rapporto tra la vita e la morte sia talmente filosofico che nemmeno lei pare averlo minimamente compreso. La scelta di lasciare il finale parzialmente aperto non appare qui come un buon modo di non fornire risposte allo spettatore, piuttosto si palesa come l’assoluta incapacità di trovare un finale sensato.

L’attenzione estetica per l’immagine non è totalmente da bocciare, anche se un montaggio scellerato e una fotografia a tratti sufficientemente deplorevole sommergono senza troppa difficoltà quei pochi sprazzi di felice inventiva che di quando in quando s’intravedono nell’oblio creativo.

After.Life

After.Life è dunque un film, e fin qui non ci sono dubbi. Però esistono così tanti altri film al mondo, che non vedo proprio ragione alcuna per la quale dovrei consigliarvelo.

4,5

Danilo Cardone

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13 commenti leave one →
  1. Leda ad amo permalink
    19 giugno 2013 14:47

    Non sono affatto d’accordo… Dovresti prima leggere il libro tibetano dei morti…nel film c’è’ molto più’ di quello che tu vedi

    • 19 giugno 2013 15:23

      Il Libro Tibetano Dei Morti ha plasmato parte dell’immaginario collettivo così come altre fonti, dunque io credo che in questo film non ci siano che reminiscenze di quelle cose là. D’altronde nel lungometraggio non ci sono riferimenti diretti al Libro, ma soltanto la riproposizione di elementi a metà tra eros e tanathos che si sono già visti innumerevoli volte nel cinema di genere. In altre parole: a me è parso che la regista volesse spaventare e stupire un pubblico “basso”, primariamente giovane, che si ciba [giustamente] volentieri di questi piccoli brividi da sala cinematografica.

      Tu cosa hai riscontrato di così interessante, tanto da vedere in quest’opera una riproposizione ragionata [spero, altrimenti si torna al “caso” dettato dall’immaginario collettivo] del Libro Tibetano Dei Morti?

  2. Leda Adamo permalink
    19 giugno 2013 14:49

    Dimenticavo…. Leggi la recensione di ” light sensitive”

    • 19 giugno 2013 15:32

      Intendi l’intervista alla regista?
      Sai, un artista [regista, pittore, scultore, scrittore, etc..] ha delle idee in mente e, a meno di casi scellerati, cerca di dare significati ai simboli che inserisce nella sua opera. Il fatto che la regista abbia trovato il padre morto a dieci anni non significa che questo film sia per forza valido, malgrado il tema della morte la ossessioni da sempre; il fatto che il vestito rosso della protagonista simboleggi determinate cose e che quando le venga sfilato assuma ulteriori significati, non significa che quella simbologia sia così degna d’interesse, né originale, né ancorata a ragionamenti degni di nota; e così via..

      Dunque è questo quel che credo. Volendo andare a cercare motivazioni alle scelte si finisce per giudicare anche un film di moccia un buon film, perché va a indagare la sfera adolescenziale, magari anche là secondo le sue esperienze pregresse, etc etc..

      ..o no?

  3. Leda Adamo permalink
    19 giugno 2013 20:27

    Il film mi è’ piaciuto perché l’ho trovato vero, misurato,senza retorica, con un ritmo interessante. Non penso che la regista indulga nell’horror… mi pare invece che cerchi di assolvere al delicato compito di descrivere uno scenario autentico di vita spirituale ( e per vita spirituale mi riferisco in questo caso a ciò che sembrerebbe attenderci al trapasso). La sua visione non mi pare affatto scontata o ruffiana, anzi…
    In Liam Neeson ho visto la sofferenza e l’insofferenza di chi è cosciente del bizzarro mondo di morte in cui viviamo, una reazione molto umana e per nulla banale.Tutto il film e’ un invito a vivere pienamente la vita, e se indulge nei primi piani dei cadaveri mi pare lo faccia senza esibizionismo, con gli occhi di una bambina che guarda con curiosità e meraviglia la morte .Trovo apprezzabile che la regista si sia cimentata su un terreno così difficile , e davvero non capisco come possa essere accostata a Moccia.
    Riguardo ” light sensitive” mi riferivo al l’introduzione dell’intervista. Infine , per quel che riguarda il Libro tibetano dei morti, o altri testi orientali, o una certa lettura del Cristanesimo, ciò che mi ha colpito come una rivelazione abbagliante e’ stato arrivare a comprendere che quando moriamo ci portiamo dietro la nostra emozione, il senso tutto della nostra vita , cui non possiamo davvero sfuggire.

    • 19 giugno 2013 21:47

      Guarda, non saprei se il film possa essere considerato “vero”, dal momento in cui tratta un tema soprannaturale che non può essere verificato, per l’appunto.
      La regista non indugia nell’horror inteso come genere concluso nello splatter, nel dato sanguinolento, e nemmeno soltanto nell’horror come genere che sfrutta lo spavento come momento portante. Piuttosto ricrea l’atmosfera dell’horror, del soprannaturale che si palesa come naturale, della morte che non è tale agli occhi dello spettatore. L’horror è evocato nei modi, nella fotografia contrastata, nell’inserimento di simboli come la bara e il colore viola che richiamano immediatamente a un clima sepolcrale, tipico per l’appunto del genere horror. D’altronde è anche dal tema della morte apparente che molti scrittori ottocenteschi [Poe, Shelley, Stoker, etc..] hanno delineato il genere horror in senso moderno.
      Lo scenario autentico di vita spirituale che citi tu a me non pare così “autentico”, non vedo ricerca in tutto ciò, né espressionismo. Dal Sesto Senso in avanti molti registi hanno variato sul tema, senza che per questa ragione si debbano scomodare ogni volta ragionamenti di fondo troppo complessi.

      Riguardo a Moccia, io non ho proposto alcun accostamento tra la regista e il suddetto pseudo-scrittore-regista ultra raccomandato per questioni genealogiche. Ho soltanto rilevato come in ogni espressione si possano trovare giustificazioni atte a elevare la portata psicologica e analitica dell’opera stessa.

      In merito al Libro Dei Morti sono d’accordo con te sulla fascinazione del trapasso, sull’immanenza dell’uno nel tutto.

  4. Leda Adamo permalink
    20 giugno 2013 08:55

    Le lezioni mi annoiano un po’ , così come il linguaggio che ci parla anziché farci parlare… Al da la’ di ogni valutazione estetica, che può anche essere personale, vorrei farti rispettosamente notare le tue contraddizioni: dici che il tema soprannaturale non può’ essere verificato ,dunque non può in tal caso parlarsi di “vero” . Prima però scrivi:
    “Tornando alle disfatte della director polacca non possiamo fare altro che annotare come il delicato tema del senso della vita e di quello del rapporto tra la vita e la morte sia talmente filosofico che nemmeno lei pare averlo minimamente compreso. ”
    Sembrerebbe dunque che tu invece possieda queste chiavi..e .che dalla regista desideravi conferme…
    .
    Insisto, e ti invito a riflettere, mi pare che la regista abbia invece notevoli chiarezze , che non possono aversi senza autentica ricerca interiore…
    hai notato come questo film sia incredibilmente scevro da narcisismo?

    • 20 giugno 2013 10:29

      Leda, non volevo dare alcuna lezione, soltanto specificare perché questo film per me sia associabile al genere horror dal momento in cui mi sembrava tu avessi le idee un po’ confuse in merito.

      In merito invece a quella che tu identifichi come una mia contraddizione, io noterei piuttosto come soprannaturale e filosofia siano due concetti ben distinti, dove uno può parzialmente inglobare l’altro, ma che non sono sovrapponibili.
      Dunque ragionamenti sul senso della vita, sulla vita stessa e sulla morte possono essere fatti senza per questo doversi obbligatoriamente richiamare a un soprannaturale che, lo ripeto, non può essere verificato. La filosofia si conclude nel ragionamento generalmente scaturito in seguito a un’esperienza, oppure si può concretizzare in un atto conoscitivo. Nel primo caso il carattere è astratto, di pura supposizione, tant’è che nel corso dei secoli i filosofi han detto tutto e il contrario di tutto.
      Dunque non parlerei di “vero” in merito a un film che, come molti altri, girovaga intorno al tema della vita e della morte, proponendo un finale a mio avviso perfettamente in linea con un modus operandi ormai vecchio di quarant’anni e che non è altro che una delle caratteristiche principali del così detto cinema della modernità.

      Ripeto, questo non per fare lezioni a qualcuno, assolutamente, bensì per evidenziare con estrema serenità come After.Life, a mio avviso, s’inserisca, con le sue proprie caratteristiche, in un contesto cinematografico ampio e già largamente sondato nel quale emerge a tratti per un gusto estetico non trascurabile ma che non riesce a lasciar trasparire una vera ricerca sottostante, se non attraverso labili simbologie nemmeno troppo originali.

      Le chiarezze di cui tu parli, sinceramente, non riesco a identificarle..

      Cosa intendi con “scevro da narcisismo”? Io noto un gusto estetico a tratti preponderante, che per attenzione fotografica ad alcuni dettagli potrebbe persino richiamare alla mente, con tutt’altri modi e intenti, la prima Kathryn Bigelow, che nacque come artista visiva..

  5. Leda permalink
    20 giugno 2013 15:52

    Questa nostra conversazione mi diverte…parliamo linguaggi differenti, non ci comprendiamo, eppure siamo ancora qui…
    Riassumendo: sottoscrivo per brevita’ ogni singola parola dell’articolo di “light sensitive”, che riassume ,meglio di quanto possa poveramente fare io ,il mio pensiero sul film e la regista.
    Posso assicurarti che ,guardando il film, ho provato tutte le suggestioni che la regista descrive nell’intervista, per questo mi ha colpito. Credo non sia un caso.
    Sul narcisismo ci sarebbe tanto da dire,e non voglio annoiarti.
    Mi viene in mente una frase di Brodskji che cito a memoria, perciò’ prendila col beneficio dell’inventario, a proposito della poesia di Auden: ” e’ una poesia che non ti dice quanto sia bravo lui, ma ti fa sentire quanto sia umano tu..”
    Ecco , per me e’ questa la distinzione tra un’opera d’arte narcisistica o riuscita.
    Ma tu..dubbi mai? (… io si, sempre…)

    • 20 giugno 2013 22:00

      Sai, andare un po’ più nel dettaglio piuttosto che rimanere nella vaghezza mistica dell’astrazione non significa non porsi dubbi, bensì mettere alla prova i ragionamenti.
      E, se devo dirla tutta, non mi sembra che tu ti stia ponendo troppi dubbi..

      Ognimodo, mi fa piacere che tu abbia provato le suggestioni descritte dalla regista, e mi fa piacere che tu veda un disegno nascosto in tutto ciò.

      Sul narcisismo ci sarebbe molto da dire, però non riesco a collegarlo al film in questione per come l’hai introdotto tu. Dici che il film è espressione delle esperienze personali della regista ma poi noti come il film sia scevro da narcisismo. Insomma, i due concetti parrebbero essere un po’ contrastanti tra loro..

      Riguardo alla citazione di Brodskji, la condivido in pieno, e mi fa piacere che tu l’abbia ritrovata nell’esperienza visiva di questo film. A me solitamente succede con Kubrick.

  6. Leda permalink
    21 giugno 2013 13:30

    Io i dubbi li ho invece… cerco sempre di imparare dagli altri e di confrontarmi. Questo non vuol dire che non formulo mai un mio pensiero; tu sei un tecnico, un esperto di cinema. Io una dilettante. È chiaro che mi esprimo come posso… Devo confessarti che per capire meglio le tue posizioni ho letto qui e la’ il tuo blog.
    Dai giudizi molto alti per esempio a “shame'” o a ” la pelle che abito” di Almodovar….è chiaro che già questo implica un nostro sguardo differente, non perché io non possa riconoscere il valore di questi films, ma perché mi basò su elementi che evidentemente sono più consoni al mio vissuto. Perciò forse rimaniamo ancorati alle nostre posizioni. Un po’ come uno scontro tra un amante del noir e uno del western …
    Sul narcisismo mi pare tu faccia confusione: tutti si rifanno alle loro esperienze personali in arte ( tranne salgari ..forse) , e’ il modo di elaborarle e porgerle che fa la differenza.
    Così’ trovo “after.life” scevro da narcisismo perché non m’e’ parso ci sia compiacimento nel descrivere il rapporto personale della regista con la morte, ma piuttosto la voglia di far riflettere sul l’importanza di non sprecare gli attimi della vita, un discorso sulla paura di vivere… Ricordi quando Neeson spalanca la porta alla Ricci e le dice: vuoi andare, vai.. Prova vivere.. lei si smarrisce e capisce che non ha la forza, non ce l’ha fatta prima, e neanche adesso… È più facile per lei rassegnarsi ad essere morta…

    Ieri sera ho visto finalmente ” departures” , l’ho trovato in streaming in giapponese ,coi sottotitoli in inglese. Tu che ne pensi?

    • 21 giugno 2013 17:43

      Guarda, Departures sono mesi che ce l’ho sulla scrivania pronto per essere visto, subito dopo La Pianista di Haneke. Il problema è che s’inframezza sempre qualcos’altro e dunque non sono ancora riuscito a vederlo.. A te è piaciuto? Ha saputo suscitare qualcosa in grado di oltrepassare la mente?

      In merito al discorso che portiamo avanti [con molto piacere] da qualche messaggio, mi spiace un po’ aver dato l’impressione d’essere un tecnico, da un lato perché significherebbe che la mia [non]formazione è scivolata sull’abusato campo accademico, e dall’altro lato perché non mi sento un esperto di cinema, bensì un eterno dilettante con una mole spropositata di film da vedere, dipinti da guardare, musica da ascoltare, paesaggi da contemplare, persone da approcciare con e senza l’uso della parola..

      Purtuttavia, evidentemente, questo è quanto.

      Il gusto personale, tautologicamente, è personale, dunque non criticabile. Sono d’accordo con te quando ancori lo sguardo personale al proprio vissuto, però, al contempo, è un indice molto forte del nostro approccio alla vita, a ogni cosa che ci circonda.

      Sul narcicismo, sono d’accordo con te, infatti non credo affatto After.Life sia un film narcisista. Credo ci sia una ricerca estetica della regista che si conclude un po’ nel suo esser tale all’interno di un corto circuito di stilemi di genere difficile da interrompere. Ripeto, non vedo una riflessione profonda sul senso della vita così come tu fai, però non posso negarla in senso assoluto.

  7. Leda permalink
    22 giugno 2013 10:25

    Sia “departures” che “La pianista” mi sono piaciuti molto,pur essendo film assolutamente diversi. Prendono e non annoiano mai. Uno e’ poetico, lieve e profondo. Ci regala finalmente un personaggio, quello della giovane moglie, delizioso. Come non amare una donna così? la storia ti prende per mano e ti porta nel luogo dell’eterno presente, in cui vi è’ finalmente accettazione, pace e i nodi si risolvono con la compassione, l’amore umano. La mente viene vinta. Ne”la pianista” e’ tutto il contrario, la strada e’ di non ritorno, la mente e le sue malattie trionfano, i vampiri producono vampiri, ma in qualche modo il regista riesce a simpatizzare coi personaggi, ne svela tutta l’umanità’. Direi che uno e’ un discorso sul peccato, l’altro sul perdono e la redenzione.
    Quello che io ho visto in “after.life” e’ la trasposizione cruda e direi diretta e crudele di una visione cui sono giunta dopo averla cercata davvero a lungo. Cioè che questo, per me, e’ quel che accade davvero dopo la morte. Tutte le religioni, in maniera diversa, utilizzando mezzi e linguaggi variegati, dicono per me questa cosa: che quando muori il processo continua, la coscienza porta con se’ esattamente lo stato d’animo e il sentimento che si prova in quel momento. Così vi è’ insistenza sul come prepararsi ad affrontarlo. Il pentimento di cui parla Cristo e’ la presa di coscienza, e implica il perdono, pertanto ci salva, cioè porta l’anima verso un cammino evolutivo molto più semplice.Neeson e’ una figura umana, e nello stesso tempo divina. Discorre con la donna come Dio coi suoi figli. Vi ho dato il libero arbitrio e cosa ne avete fatto?
    Può darsi che vi siano altri film che dicano le stesse cose e che io non ho visto, dunque tienine conto. Un abbraccio.

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