Skip to content

Charlot – Richard Attenborough [1992]

8 aprile 2012

Charlie, l’umanista

Charlot

La verità è così noiosa…

Effettivamente non è questa la frase con la quale si dovrebbe rappresentare una biografia, tanto meno quando è tratta da una auto-biografia. Eppure, con certi personaggi, tali geni compresi nelle loro maschere ma mai nel loro essere intimo e quotidiano, è proprio la finzione quella che rappresenta al meglio la realtà.

Charlie Chaplin era una maschera. Per il grande pubblico Charlie Chaplin è quasi sempre e solo stato Charlot, il vagabondo perennemente ingenuamente immischiato in affari ben più grandi di lui.

Dunque è normale che lui stesso si identificasse con tale maschera di fronte al pubblico, quasi fosse una corazza, un lasciapassare. E se il pubblico diventa la sua stessa famiglia, anzi, se lui stesso finisce con essere il pubblico di sé stesso, diventa oggettivamente arduo discernere la realtà dalla finzione. D’altronde, se prendiamo per valida la teoria di Jiddu Krishnamurti per la quale tutto ciò che sta nelle mente di un uomo sia reale, dunque rappresenti una parte della realtà, ecco che la finzione dell’apparenza si trasforma magicamente in essenza della realtà.

Perché affrontare la noiosa verità, dunque, se eluderla ci permette d’essere reali nel mondo in cui viviamo?

Charlie Chaplin sapeva benissimo che la sua maschera sarebbe finita, che il pubblico si sarebbe stufato e l’avrebbe chiusa in un ripostiglio con abiti vecchi e dismessi. Charlie Chaplin vedeva nel sonoro la fine di Charlot, dunque la sua fine, e cercava intimamente di trovare ciò che lo avrebbe reso davvero parte di qualcosa, parte di qualcuno, e non soltanto un divertente animatore di folle estasiate dal nuovo mezzo espressivo cinematografico.

A suo dire, mai ci riuscì.

Charlot

Ed ecco da dove parte l’impostazione di questo film: da un Chaplin vecchio e stanco, che non può fare a meno che guardare al suo celebre e glorioso passato come a una straordinaria occasione mancata. Nei suoi dialoghi con il biografo [unico personaggio inventato in questa storia] interpretato dal sempre convincente Anthony Hopkins, tanti sono i dettagli della sua vita che sceglie deliberatamente di omettere o sui quali giudica più opportuno soprassedere. Con un po’ di arroganza nell’eliminare e un po’ d’infantile malizia nell’eludere un argomento girando semplicemente lo sguardo da un’altra parte e cambiando discorso nemmeno fosse lui stesso ora un birichino monello, sono soltanto alcuni dettagli ad emergere della vita di Chaplin.

Purtroppo in questo film sono quelli dei suoi travagliati rapporti con le donne a prendere il sopravvento. Purtroppo non perché sia noioso o cos’altro, ma perché allo spettatore avrebbe sicuramente interessato di più assistere al processo creativo di Chaplin piuttosto che essere testimone di come abbia sedotto e abbandonato donne a manciate.

Non importa, l’opera è comunque riuscita, e non è da disprezzare l’idea di relazionare la creazione di un film a un singolo evento della vita privata dell’attore-regista in questione.

Si vede così pochissimo de Il Monello, pochissimo di Luci Della Città, pochissimo di Tempi Moderni e altrettanto scarso è il tempo dedicato a Il Grande Dittatore. Ma va bene così, perché quando nella scena finale, di fronte a un vecchissimo e commosso Chaplin, magistralmente lasciato solo e nell’ombra, vengono proiettate alcune scene dei suoi film più importanti per lo spettatore significa quasi una liberazione, come se fossimo rimasti silentemente e pazientemente in attesa per i 120 minuti che hanno preceduto questa sequenza.

D’altronde le due ore appena trascorse sono state tutt’altro che noiose.

Charlot

A parte qualche tentativo mal riuscito di riproporre gag come se ci trovassimo di fronte a una nuova slapstick comedy, ci pensa uno stratosferico Sven Nykvist a rendere il tutto esteticamente straordinario. Nykvist, ovvero lo stesso direttore della fotografia di film come Persona e Sussurri E Grida di Ingmar Bergman e L’Inquilino Del Terzo Piano di Roman Polanski, e tanto dovrebbe bastare a illustrare il personaggio a chi non ha ri-conosciuto il suo nome.

E poi la splendida e doviziosa ricostruzione degli ambienti mai stona con i personaggi e la storia narrata.

Non posso però non evidenziare, mio malgrado, come il montaggio lasci un po’ a desiderare e come i passaggi da una scena a un’altra siano una vera e propria parata del surplus tecnico, con tutte quelle dissolvenze e transizioni che non hanno alcuna funzionalità e che per noi oggi, nell’epoca del montaggio digitale, rappresentano le basi della creazione dei filmati delle nostre vacanze estive.

In ogni caso, pleonasmi registici a parte, ciò che dà pregio a questo buon film è l’eccezionale Robert Downey Jr.. È lui il Chaplin della situazione, un Chaplin umano e malinconico che sa far divertire nei momenti giusti. E Downey Jr. sa davvero come immedesimarsi in un ruolo difficile e delicato anche, e in certi casi soprattutto, nelle movenze e nelle gestualità che hanno fatto di Charlie Chaplin-Charlot un’icona non solo del cinema ma della cultura della nostra società.

La prima parte del film, effettivamente più brillante e interessante, offre anche qualche spunto che va oltre la mera biografia del personaggio, mostrandoci qualche trucco di scena del cinema muto e dandoci qualche informazione a riguardo di cosa significasse produrre un film all’epoca. Degne di nota sono anche le apparizioni di altri personaggi celebri nel cinema dell’epoca come Mary Pickford non propriamente apprezzata dallo stesso Chaplin, e lo stiloso Douglas Fairbanks qui ben reso dall’atletico Kevin Klein. Nel corso dei 143 minuti del film c’è anche spazio per una diciassettenne Milla Jovovich, per Dan Aykroyd nei panni di un produttore cinematografico, per Diane Lane che nel cinema non è mai stata davvero sfruttata come forse avrebbe meritato [si escluda l’eccezione costituita da Cotton Club di Francis Ford Coppola], per James Woods, per David Duchovny e anche per la figlia di Charlie, Geraldine Chaplin, qui nei panni della pazza madre del protagonista, che nella realtà non era altri che la sua stessa nonna.

Charlot

Charlot è un film che merita d’essere visto per i motivi sopra elencati e perché al termine della visione lo spettatore avrà una gran voglia di andare a recuperare perlomeno i film più famosi del genio di Londra.

8

Danilo Cardone

No comments yet

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: