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Factotum – Bent Hamer [2005]

11 marzo 2012

Musica per organi tiepidi

Factotum

Questo lungometraggio presentato alla 58a edizione del Festival del Cinema di Cannes propone le quotidiane vicende di Henry Chinaski, personaggio simbolo nonché alter ego di Charles Bukowski, celebre scrittore che nel ’75 diede alle stampe l’omonimo romanzo che è la fonte d’ispirazione per il film.

Da un lavoro all’altro, da una casa all’altra, da un letto all’altro, da una donna all’altra. Henry Chinaski cambia tutto e non cambia nulla ogni giorno. L’importante, per lui, è avere sempre con sé una bottiglia di una qualsiasi bevanda alcolica.

Matt Dillon si cala davvero bene nella parte del beone principe dei bassifondi statunitensi, perfetto teatro della totale distruzione del sogno americano, dove un whiskey vale l’altro e il lavoro è solamente una distrazione dalla propria inevitabile autodistruzione.

Purtroppo tutti gli sforzi d’un appesantito Dillon, dall’incerta camminata e dallo sguardo sempre distaccato ma presente, vengono distrutti dal suo volto. Nulla che non vada in lui, ma il Chinaski di Bukowski, come Bukowski stesso, ha il volto più stanco e segnato. Dillon è molto credibile nelle movenze ma nei primi piani restituisce un personaggio ben interpretato ma edulcorato dall’aver veramente vissuto le situazioni raccontate.

D’altronde anche la forma registica ci dà la stessa impressione.

Nessun movimento di macchina monumentalmente sbagliato o azzardato, così come ogni inquadratura è al suo posto ma, aldilà di un piano sequenza degno di nota, tutto è troppo estetizzato. La ricerca geometrica nella costruzione delle scene è spesso ben visibile e se dal lato puramente estetico non ci dispiace, toglie vigore alle vicende che più che inquadrature perfette e vestiti sempre lindi necessiterebbero d’essere dense di polvere d’asfalto e di fumo di sigari e sigarette rese ancor più secche dagl’innumerevoli whiskey e dagli altri superalcolici trangugiati dai personaggi in scena. Manca davvero la forza sovversiva degradante che trasuda dal confortevole squallore che emerge dalle letture dei testi bukowskiani.

Factotum

In questo film ci vorrebbe un po’ più di crudezza nel raccontare la cruda vita di Chinaski&Co.. Quando Annibale Carracci negli anni ’80 del ‘500 dipinge tele come Il Mangiafagioli o La Bottega Del Macellaio, non usa una tecnica perfetta e pulita come per quella utilizzata per la ritrattistica, bensì abbassa la tecnica pittorica al livello del soggetto così da conferire ancora maggior forza espressiva all’opera nella sua interezza. Il regista Bent Hamer invece sembra proprio voler partecipare al festival di Cannes, e quindi non azzarda nulla in quel senso, se non qualche rappresentazione “svaccata” di donne a letto o sedute a gambe larghe che da una parte rimanda intelligentemente agli strepitosi ritratti del da poco scomparso Lucian Freud, ma dall’altro rivelano sempre la loro natura finta, costruita ad hoc per poter essere ripresa dalla macchina da presa.

Più interessante risulta dunque il paragone che si può avanzare con i dipinti di un altro caposaldo della pittura del XXsec., l’americanissimo Edward Hopper. Con le sue tendenze parigine tutte sottomesse dalla fredda e vuota vita americana che costringe gli individui a privarsi prima d’ogni altra cosa, di noi stessi, si avvicina, anzi anticipa da vicino ciò che sfocerà in puro nichilismo con Bukowski. Nel film questa solitudine dell’anima non è sempre assente, e questo crea uno dei pochi punti di forza di quest’opera che risulta così un po’ superficiale nella forma e nella resa degli episodi, ma che qualcosa sa lasciare allo spettatore.

Factotum

Factotum è un film guardabile senza troppo impegno ma, potendo scegliere, leggetevi il libro.

5,5

Danilo Cardone

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