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Blueberry – Jan Kounen [2004]

10 marzo 2012

Blueberry e la pozione magica

Blueberry

Far West. Un ragazzo è protagonista di un omicidio dal quale scappa profondamente traumatizzato. La sua rinascita è merito di una tribù di indiani pellerossa delle montagne che gli insegneranno atavici segreti e gli sveleranno ancestrali verità. Pronto per tornare a far parte del “mondo” il rinnovato Blueberry dovrà confrontarsi con i banditi e con il suo passato.

Tratto da un fumetto francese degli anni ’60, questo film delude e soddisfa allo stesso tempo.

Punto centrale del lungometraggio sono infatti le scene mistiche di trip extrasensoriale del protagonista, che giungono in seguito all’assunzione del sacro peyote. Questo potere derivante dalla pianta indiana sarà anche al centro di molte delle vicende raccontate dal 1969 in avanti dall’antropologo Carlos Castaneda grazie al quale sono entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo durante il periodo post-sessantottino. L’interesse dimostrato dunque dal regista a questo preposito è di tutto rispetto e il suo modo per renderlo a livello cinematografico è degno di nota.

Effetti speciali di discreta fattura prendono prepotentemente posto sullo schermo obbligando lo spettatore a percorrere [visivamente] quello stesso viaggio nel micro-macrocosmo della non-materia.

Ciò che non funziona è la ripetitività degli effetti proposti, nonché la loro natura che pare più cibernetica che naturale. Inoltre la lunga sequenza che anticipa il finale affonda molto chiaramente le radici nel viaggio interstellare di coscienza che il maestro Kubrick realizzò in 2001: Odissea Nello Spazio.

Tutto bello, dunque, ma anche un po’ noioso e in fondo in fondo un po’ fine a sé stesso, vista anche la mancanza di ritmo del film.

Blueberry

Il western è infatti mistico, fantastico e chi più ne ha più ne metta, ma sempre un western rimane e gli stilemi classici del genere sono tutto ben disposti come su un vassoio durante la durata del film. Ogni elemento classico dei film western è qui dentro, ma, sorge spontanea una domanda: piuttosto che applicare così tanta dedizione alla citazione, in fin dei conti, accademica del genere, non era meglio soffermarsi su un’unica storia e delinearne bene i confini, esaudendo ogni elemento che si propone allo spettatore? Non c’è una storia che predomina veramente sulle altre, se non un filo conduttore che poi non viene nemmeno così risolto.

È un problema non avere una conclusione ben spiegata di un film? Assolutamente no, ma allora risultano un po’ inspiegabili i tentativi di mantenere ogni vicenda legata alla spina dorsale che è rappresentata dalla storia personale del protagonista.

Tutto rimane dunque su un livello abbastanza banale malgrado le potenzialità latenti riescano a manifestarsi con una certa frequenza.

Così anche a livello registico troviamo tante scene che non avremmo voluto vedere realizzate in una determinata maniera, ma ne vediamo altre che hanno del lodevole come ad esempio le rotazioni della macchina da presa e alcune sovraimpressioni di inquadrature.

Banale la caratterizzazione del personaggio “in formazione” che riscopre la Natura e la propria vera natura selvaggia, ma non disprezzabile il finale che richiama l’oltre-uomo nietzschiano [e quindi 2001: Odissea Nello Spazio].

Anche le interpretazioni hanno alti e bassi. Alta sicuramente quella di Vincent Cassel, altissima quella di Michael Madsen, ma sottotono [forse più per la parte che per demerito dell’attrice] quella di una Juliette Lewis che appare come troppo distante dal fuoco che ardeva in lei in Natural Born Killers di Oliver Stone del ’94.

Assolutamente positive invece le musiche associate alla pellicola. Il brano che accompagna lo spettatore dal film ai titoli di coda è uno dei pochi momenti imperdibili di quest’opera.

Blueberry

Blueberry è un film che difficilmente non piacerà in senso assoluto ma che, aldilà d’ogni considerazione, lascerà un marcato senso d’incompiuto, d’occasione sfiorata ma purtroppo mancata.

6,5

Danilo Cardone

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