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Rebecca, La Prima Moglie – Alfred Hitchcock [1940]

8 gennaio 2012

Bisogno d’una notte di mezza estate

Rebecca, La Prima Moglie

Un attraente ed elegante nobiluomo di mezza età, vedovo da circa un anno, trova apparente pace in sé stesso sposando una giovane e timida ragazza di umilissime origini, ma le aspettative si tramuteranno ben presto in armi a doppio taglio, e l’ansia aleggerà pesantemente tra i personaggi, fino all’inaspettato epilogo.

Tratto [come sarà per Gli Uccelli] da un romanzo di Daphne du Maurier, Rebecca, La Prima Moglie è uno dei punti cardini della geniale e apprezzata filmografia del cineasta britannico Alfred Hitchcock.

Con questo film il regista dirige per la prima volta sul suolo americano, malgrado sia forse la sua opera più “british” e malgrado lui stesso individuava qualche mancanza proprio a causa della trasferta d’oltreoceano. La realtà è che, che Hitchcock lo voglia o meno, questo film è tremendamente riuscito ed è uno dei suoi più significativi momenti cinematografici.

Suspense, intrigo, amore, commedia, ansia, paura, sospetto, follia, ricordo, omicidio: c’è tutto questo e molto altro. Nulla manca e tutto è in perfetto stile hitchcockiano.

È sin dalla prima scena che si capisce il valore inestimabile dell’opera che sarà una delle più apprezzate dai registi della nouvelle vague, che prim’ancora ch’essere registi furono critici cinematografici.

Il prologo è una carrellata a mezz’aria attraverso tutto il podere della famiglia de Winter dal cancello d’ingresso oltrepassato con un espediente che tanto ricorda quello utilizzato nell’ultima scena di Professione: Reporter dal più ispirato Antonioni, fino ad arrivare al castello di Manderley, spettrale luogo di nefasta memoria che lo spettatore non conosce e che proprio per questa ragione si ritrova gettato a due mani in un sentimento di mortale angoscia che caratterizzerà tutta la durata del film.

Basterebbe soltanto questa intro goticheggiante a valere il prezzo del biglietto, ma è interessante notare come l’acuto e ingegnoso regista l’abbia realizzata, ricostruendo un modellino perfetto del luogo e muovendo la macchina da presa con agilità tra gli spazi, sopperendo così all’insormontabile problema dell’ingombro della macchina da presa stessa, potendo creare una scena contraddistinta da un’eterea presenza sfuggevole a ogni razionale comprensione, ma di straordinaria efficacia.

Rebecca, La Prima Moglie

È la dimensione onirica a emergere con forza sin da questi primissimi istanti del film. È un ricordo che riemerge impetuoso durante il sogno, garantendo l’alone terrificante d’una tagliente visione indesiderata e la realisticità della memoria che la àncora al realmente vissuto.

D’altronde per tutta la durata del film non sarà svelata la posizione geografica del castello né il nome della giovane nuova Cenerentola, come amò definirla lo stesso regista, accentuando ancor di più l’aspetto straniante e irraggiungibile che soltanto le storie della favole e dei sogni [e degli incubi] hanno.

Ed è proprio l’evolversi astratto nel suo realismo che la vicenda ha che offre lo spunto per individuare tre tipologie di sogno che si rispecchiano nei tre stati di coscienza della protagonista, nostra alter-ego nella scena. Dal sogno della prima parte si passa infatti all’incubo della seconda, che ci trascina al fondo di un baratro esistenziale che può essere superato solamente con la piena persa di coscienza d’esser giunti a quel punto. Ecco quindi il sogno lucido, la presa di coscienza di sé nel sogno, dove poter far emergere tutto il carattere finora ingenuamente lasciato sopire in qualche recondito anfratto del sé.

L’intera vicenda è un intimo viaggio itinerante all’interno di noi stessi, così come itinerante è la messinscena con forti reminiscenze delle rappresentazioni delle pièce teatrali ma con il dinamismo che soltanto l’arte cinematografica può offrire. Le stanze all’interno del castello sono tutte accessibili, ma ognuna a suo tempo perché alcune emanano angoscia e paura, e noi con lei, la timida protagonista, fatichiamo a visitarle una per una, come lei con noi, fatica a scoprire mano a mano verità nascoste nelle quali non vorremmo essere incappati.

Rebecca, La Prima Moglie

Come è classico per il cinema di Hitchcock c’è sempre da chiedersi: Chi è il cattivo? E chi è il buono della situazione? E in tutto ciò, come eviterà di essere smascherato?

È su questo terreno che emerge maggiormente la mano del maestro del brivido, quando deve imbastire arditi intrighi nei quali lo spettatore si ritrova magicamente impantanato senza apparenti vie di fuga.

Con ciò però non si disprezzi una prima parte più sobria e frivola, irta di gag da commedia intelligente che se da un lato ci fa conoscere e amare i personaggi dall’altro assicura una fedeltà alla storia originale che altrimenti verrebbe stravolta nei suoi significati. Ma, anche questa volta, malgrado Hitchcock abbia un po’ preso le distanze da questa imposizione del produttore, lo schema che antepone la parte da commedia a quella tutta thrilling e suspense pare cifra stilistica abbastanza chiara e inconfondibile del nostro regista che la utilizzerà senza mezze misure ancora in film più tardi come Caccia Al Ladro del ’55 e L’Uomo Che Sapeva Troppo del ’56.

In ogni vicenda del film in questione, comunque, è sempre ben evidenziata l’instabile inquietudine del dubbio che diverrà minuto dopo minuto paranoica e angosciosa paura di ogni cosa. È la spaesata figura della protagonista, una dolce e un po’ goffa [ma quanto brava!] Jean Fontaine, a fare da sprecher, da indicatore d’emozioni per lo spettatore. Lei è sicuramente troppo debole e sottomessa per buona parte della vicenda, ma la nostra empatia è tutta condivisa con la sue paure.

Paure forse ingiustificate ma sicuramente instillate, goccia dopo goccia, da personaggi e oggetti che ci circondano. Paure che s’infiltrano nella nostra mente non abituata a quel tipo di vita, vita non desiderata da quei luoghi e da quei personaggi.

Rebecca, La Prima Moglie

Il castello di Manderley è la fortezza custode del fantasma del passato, un luogo attraente ma irraggiungibile nella sua essenza. Un luogo dotato di un’anima e di un carattere più forti di quelli dei personaggi che lo abitano, dove spiriti e ricordi del passato costituiscono un’imbattibile immanenza che sa imporsi su ogni nuova anima che con lei, in lei, si confronta.

La forza d’imposizione è così tanto vigorosa da attuare un meccanismo di trasformazione obbligato e imposto nei confronti della povera protagonista al punto che arriverà a disconoscere la propria identità per compiacere ad altri individui, ad altri spiriti. Bisognerà attendere fino al 1976 quando Roman Polanski dirigerà l’inquietantissimo L’Inquilino Del Terzo Piano per veder nuovamente attuato un processo così dis-identificante per il sé, e anche nel caso dell’allucinato Polanski il tutto avverrà sotto l’egida di una persona morta che prima del protagonista abitava quegli stessi spazi dove la vicenda filmica trova il suo sviluppo.

Altro straordinario merito di Hitchcock in Rebecca, La Prima Moglie risiede nell’aver creato un’opera d’indiscutibile eleganza, forse la sua più elegante, dove un perfetto Laurence Olivier dal baffetto furbesco interpreta il nobile padrone della vastissima tenuta architettonicamente più che lodevole.

È il neo-gotico lo stile scelto per il castello, dove un’atmosfera vittoriana garantisce un romanticismo dall’estetica meravigliosa e fiabesca velato da una decadente malinconia che tanto sarebbe piaciuta a John Ruskin. È una scenografia davvero incantevole e angosciante al contempo.

Rimane da lodare, infine, l’interpretazione magistrale di Judith Anderson nel ruolo della folle domestica della stregata Manderlay. La sua Mrs. Danvers rimane ancor’oggi, senza ombra di dubbio uno dei personaggi più inquietanti dell’intera storia del cinema.

I ricercati giochi di luci e ombre valsero al film un Oscar per la fotografia, riconoscimento che si è andato ad affiancare a quello per il miglior film dell’anno.

Rebecca, La Prima Moglie

Rebecca, La Prima Moglie è un film non più così attuale se confrontato con quelli più recenti e dinamici di Hitchcock come possono essere Intrigo Internazionale e Il Sipario Strappato, eppure la sua forza psicologica è indiscutibile e, a tratti, difficilmente ripetibile. Sono questi 130 minuti da godere tutti d’un fiato.

10

Danilo Cardone

2 commenti leave one →
  1. 24 marzo 2012 18:10

    Non è più tanto attuale magari come lunghezza filmica e per alcuni aspetti formali però in quanto a paure e angosce femminile è attualissimo e perfetto. Affronta con anticipo quello che i più grandi registi ancora affronteranno con grazia nel corso dei decenni. Ieri ho rivisto Domicil conjugal e ritrovo le stesse identiche gelosie e paure (della protagonista senza nome di Rebecca e di Christine, compagna di Doinel) verso figure femminili precedenti e magari più mature d’età, il tutto trattato ovviamente con la classica leggerezza di Truffaut, l’insicurezza e l’incapacità costante di accettare l’esistenza di altre concorrenti, prima di tutte la madre, spesso iconizzate come (irreali) immagini di perfezione.

    Un saluto,
    complimenti per il blog,
    Emerald

    • 25 marzo 2012 01:41

      Ottimo spunto!
      D’altronde è ben nota la devozione di Truffaut per Hitchcock🙂

      Grazie mille, Emerald

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