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La Maschera Del Demonio – Mario Bava [1960]

19 dicembre 2011

In sæcula sæculorum

La Maschera Del Diavolo

Una strega viene torturata assieme al suo compagno, ma lei prima di morire lancia un anatema contro i suoi giudici, promettendo vendetta alle future generazioni. E così sarà.

L’esordio registico di Mario Bava ha un’importanza straordinaria per la cinematografia.

Dalla seconda metà degli anni ’80 in avanti siamo abituati a intendere il genere horror al cinema come un’accozzaglia di immagini sempre più cruente basate su storie ultra prevedibili, dove la mano del regista che ci sia o che non ci sia ha poca importanza perché tanto tutti si rifanno a degli stilemi e dei metodi per spaventare fittiziamente lo spettatore, che nulla apportano a quanto visto fino a quel momento. Certamente ci sono delle validissime eccezioni, ma la tendenza è quella: vedere il genere horror come un prodotto di consumo per ragazzi in cerca di qualche brivido cinematografico.

Eppure proprio questo cinema fatto di violenza e ripetizione pare nascere in senso contemporaneo in un’opera come La Maschera Del Demonio. La differenza più macroscopica è l’intelligenza registica di quest’opera.

Basandosi su un racconto del russo Gogol, Bava ri-crea un intreccio narrativo che sarà un classico del genere, montato su ambientazioni dal gusto fortemente neo-gotico che agevolano lo spettatore a immergersi in un’atmosfera tetra ma non cupa, appassionata ma riprovevole che riflette nella decadenza della materia ma non della morale il romanticismo ottocentesco mittleuropeo.

Sin dalle prime battute ci troviamo immersi in un bosco composto per lo più da ispidi rami presagio delle mortali asperità della di lì a poco giustiziata strega, che non si discostano troppo da L’Albero Dei Corvi dipinto dal più grande rappresentate del romanticismo pittorico Caspar David Friedrich nel 1822 e ora custodito al Louvre.

La Maschera Del Demonio

Le architetture, ancora, ricordano quanto dipinto dall’intriso di devozione per la sublime Natura, Friedrich, che sembra intravedesse nelle rovine in decadenza i fasti d’una società realmente esistita ma troppo lontana nel tempo per poter essere ricreata. I silenti e monolitici rimasti de Abbazia In Un Querceto del 1809 e l’intima Visita alla Tomba di Hutten del 1823 sembrano esempi abbastanza calzanti dello spirito estetico che contraddistingue l’opera di Bava.

A differenza della visione romantica calma e pacata, se non nei tempestosi moti dell’animo, il regista italiano sceglie di permeare il film di fragranze orrorifiche che vedono nella contrapposizione tra desiderio dell’eros e thanatos il centro attorno al quale ruota la trasposizione emotiva dello spettatore.

Accanto a ciò, al temibile ma affascinante, Bava sviluppa un pregno percorso di elementi associati che nel loro essere doppi evidenziano continuamente la doppia natura d’ogni essere vivente. Due sono le uguali protagoniste, due i viandanti che s’imbattono in loro, due i figli del principe, due i cani, due i portacenere più volte inquadrati davanti al camino, due i secoli tra le due vicende, e così via.

La straordinaria tecnica del regista si assoggetta a tutto ciò ma ne emerge come pilastro portante.

La fotografia è meravigliosa grazie al suo bianco e nero contrastato e alle inquadrature estremamente ricercate, che vedono ancora nell’ingegno compositivo la loro principale ragione d’essere.

Sguardi in macchina e maschere che sembrano dover far tacere lo spettatore prima ancora che i condannati garantiscono un coinvolgimento totale e obbligato che non faticherà ad arrivare anche grazie alla bellezza estetica dell’immagine.

Sono alcuni movimenti della macchina da presa, però, a soddisfare maggiormente uno spettatore attento e interessato a questo tipo di analisi. Bava dimostra d’essere pienamente cosciente di cosa sia l’arte cinematografica e quali siano i precedenti. Osserviamo così un perfetto 360° quando i due viandanti entrano nella cripta della strega, una vera e propria danza della macchina da presa sulle note suonate al piano dalla principessa nel castello e rimaniamo persino deliziati nel rapido abbassamento del punto di vista quando dall’alto, inquadrando un personaggio visibilmente spaventato, la macchina s’abbassa definendo un ritratto sott’insù che dà autorità a chi è ritratto, proprio nei modi in cui Dreyer immortalava la Giovanna d’Arco e i suoi inquisitori nel celebre La Passione Di Giovanna d’Arco nel 1928.

La Maschera Del Demonio

La Maschera Del Demonio è un film godibilissimo grazie a tutto ciò e al suo ritmo incalzante, mai smorzato. Un must per gli amanti del cinema e del genere.

9

Danilo Cardone

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One Comment leave one →
  1. 20 dicembre 2011 11:57

    Grande. Senza dubbio uno dei punti più alti del cinema horror nostrano. E’ il suo capolavoro ma non certo l’unico suo grande film

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