Skip to content

The Artist – Michel Hazanavicius [2011]

12 dicembre 2011

Tempi moderni

The Artist

Dicembre 2011: è da un paio d’anni che buona parte della critica e del pubblico identifica il futuro dell’arte cinematografica come una costante evoluzione inevitabilmente destinata a una totale conversione al cinema 3D.

Avatar, Transformers e persino i Puffi, ormai quasi tutti i film sentono la necessità di fornire l’intrattenimento in tre dimensioni, ma il cinema con gli occhialini è una forma differente di espressione artistica rispetto al classico cinema bidimensionale, come quando s’introdusse la fotografia e la si affiancava alla pittura: entrambe le forme d’arte forniscono un’immagine fissa rappresentante qualcosa, ma la forma è ben diversa.

Il cinema in 3D, dunque, può essere considerato come Cinema al pari dei capolavori che hanno contraddistinto la settima arte durante l’intero corso del XX secolo?

Michel Hazanavicius non si pronuncia direttamente su questo tema, lui preferisce far parlare le immagini, nel vero senso della parola.

The Artist, il suo ultimo acclamato film, è un film muto e in bianco e nero.

Muto e in bianco e nero.

The Artist è il totale ritorno al cinema esattamente per come lo si realizzava fino agli anni ’20, termine ultimo della fase di gloria del cinema muto che verrà ben presto soppiantato dal cinema fatto d’immagini visive e di annessa colonna sonora.

Questo passaggio fondamentale per il Cinema è esattamente il tema centrale di questo film.

The Artist

È dunque questo un film teorico, comprensibile solo da pochi iniziati alla storia del cinema? Assolutamente no, e qui sta un altro dei punti di forza di quest’opera. Proprio come per il pubblico degli anni ’20, già abituato a fruire delle immagini in movimento ma non così esperto da poter creare una vera e propria critica attorno ad esso, il cinema di Hazanavicius sa fornire uno spettacolo consumabile da una vastissima fascia di spettatori non dimenticandosi d’essere forma d’arte, legata al passato ma proiettata verso il futuro.

Il futuro, per il regista in questione, è la forma stessa. Eliminando [quasi] totalmente il suono diegetico, direttamente derivante dalle immagini in scena, Hazanavicius esclude anche la parola nella sua forma di comunicazione orale reintroducendo così il cartello con le didascalie sulla scia di quanto prodotto dal cinema del primo ‘900. Charlie Chaplin, Buster Keaton, ma anche qualsiasi altro regista dell’epoca compreso il Pastrone di Cabiria che nel ’14 realizzò il primo kolossal della storia per il quale incaricò addirittura Gabriele d’Annunzio, nessun film poteva esentarsi dal presentare almeno qualche piccola riga d’introduzione e/o di dialogo attraverso le didascalie proiettate sulle schermo.

Ecco dunque che le ritroviamo qui, in The Artist, belle limpide e non troppo invadenti, a renderci partecipi delle vicende escluse dalla colonna sonora, la quale [è vero, sarebbe stato preferibile la musica dal vivo..!] racchiude musiche classiche con qualche divagazione sul jazz degli anni ’20 per creare ancora meglio l’atmosfera da proiezione cinematografica di anni ormai troppo distanti da noi.

Il bello è che l’esperimento è perfettamente riuscito! Malgrado in molti osservino inizialmente lo schermo spaesati quando il protagonista apre la bocca per parlare e si sente solo musica classica come sottofondo, bastano poche immagini per trasportare il moderno spettatore nel metodo percettivo d’inizio ’900 in riferimento alle opere cinematografiche.

The Artist

A supportare questo delicato passaggio vi è la bravura degli attori, su cui spicca lo strepitoso Jean Dujardin con una vera interpretazione magistrale che gli è valsa il premio come miglior interpretazione maschile alla 64a edizione del Festival del Cinema di Cannes, che sanno utilizzare alla perfezione il linguaggio del corpo e mimico facciale per trasmettere sensazioni, azioni ed emozioni a uno spettatore solitamente abituato a usare il canale uditivo per comprendere la narrazione anche soltanto di una singola scena.

La straordinaria bravura del regista risiede anche in questo, nel portare tutto ciò che è necessario evidenziare in un’opera filmica a un livello visivo.

E questo viene fatto con un’intelligenza registica di altissima caratura, andando a riprendere tutti i caratteri contraddistintivi del vero cinema muto.

Malgrado l’impostazione della macchina da presa sia già distante da quel cinema di diretta derivazione teatrale che nelle ragioni della staticità della macchina da presa comprendeva anche e soprattutto il peso e la mole della macchina stessa, non disprezziamo assolutamente come Hazanavicius decida di muoverla negli spazi, anzi. In molte scene possiamo ritrovare uno stile che va direttamente a citare le migliori opere dell’Hitchcock degli anni ’30 e ’40, che vede in Notorius, L’Amante Perduta uno dei suoi apici.

A inquadrature che si piegano un po’ a destra e un po’ a sinistra e a statici primi piani tanto sui protagonisti quanto su occasionali comparse in scena, si affiancano lenti movimenti che si complicano soltanto quando Hazanavicius decide di dimostrare d’essere regista contemporaneo, capace non solo di imitare uno stile ma anche d’integrarlo nella giusta misura.

The Artist

Il formato assolutamente non panoramico è già sintomo dell’attenzione posta nei confronti d’una ricostruzione filologica dell’epoca e del cinema dell’epoca, i costumi ne sono una riprova ma il cartello del ciak senza il “ciak”, il pezzetto che sbattendo provoca il classico suono, è il vero tocco di classe, la ciliegina su una torta finemente decorata anche se non troppo farcita. Nel cinema degli anni ’20 con l’assenza di una colonna sonora dove registrare il suono era inutile essere forniti di un ciak atto a produrre quel suono, in quanto il “ciak” nasce per agevolare il compito del montatore in fase di montaggio per il quale sarà molto più semplice individuare una scena e separarla dall’altra identificando dove sono posti i ciak all’interno del rullo della pellicola.

Bellissima anche l’introduzione con un primo piano che richiama subito alla mente Metropolis di Fritz Lang e che nelle immagini immediatamente successive girate all’interno di un cinema dove si vedono contemporaneamente sala e schermo, richiamano il cinema degli anni ’10 dove si sperimentava con le prime sovraimpressioni e si era soliti stupire lo spettatore con sovraimpressioni parziali di una determinata parte dello schermo. Ad esempio per rappresentare il sogno di un personaggio addormentato s’inquadrava quest’ultimo nel suo letto e in una porzione del muro bianco a lui sovrastante si sovrapponevano le immagini del sogno, quasi come nella nuvoletta di un fumetto.

Da non tralasciare nemmeno l’uso del fuoricampo, ovvero di come si attivi nello spettatore la consapevolezza di che cosa stia accadendo in una zona non rappresentata nella realtà filmica dell’inquadratura. La scena del protagonista che riconosce una ragazza soltanto osservando i suoi piedi danzare [e viceversa] è assolutamente memorabile e non si allontana davvero di molto da quanto sarebbe stato in grado di creare un genio come Charlie Chaplin con la sua continua commistione di sentimento e ironia.

The Artist

Purtroppo [consapevoli del fatto che non si possa aver tutto in una sola opera già pregna come questa] non ci sono troppe scene sullo stile delle slapstick comedy di Charlie Chaplin, Buster Keaton e Stanlio&Ollio, dove la disgrazia e la goffa interazione fisica tra i personaggi creava scene di esasperato umore. Scrivo “purtroppo” per il solo fatto che nella seconda metà del film la narrazione diventa un po’ troppo prolissa e se invece che avere 100 minuti ne avessimo avuti soltanto 80 di film, forse saremmo stati maggiormente soddisfatti a fine proiezione, anche perché il film è deliziosamente diretto ma non c’è il pathos d’un capolavoro come Metropolis di Lang o Nosferatu di Murnau.

La storia è tutta una còlta metafora del passaggio del cinema da muto a sonoro, con tanto di ricambio generazionale e creazione moderna dello star system. La storia d’amore che crea il filo conduttore tra le varie scene è soltanto un pretesto, molto ben rappresentato ma pur sempre un po’ frivolo.

In questo gli echi delle forme proprie del cinema di Ernst Lubitsch sono ancora ben evidenti, ad esempio nella contrapposizione anche visiva [una in bianco l’altra in nero, una bionda l’altra mora e via dicendo…] tra la moglie del protagonista e la sua nuova fiamma.

Buono e diligente anche se non sempre eccelso il montaggio, che contribuisce a raccontarci il passaggio da un cinema senza suono direttamente derivante dalla scena a un cinema che farà di quel suono il suo punto di forza, e in questo non può non venire in mente come nel bel Pleasantville di Gary Ross del ’98 i personaggi riprendevano colore man mano che la fine del lungometraggio si avvicinava.

Il finale è un altro vero tocco di classe che risolleva definitivamente il film e che lascia lo spettatore con il sorriso sulle labbra, un po’ nei modi in cui Francis Ford Coppola faceva finire il suo Cotton Club nel 1984.

The Artist

The Artist è dunque uno dei film più interessanti degli ultimi anni, probabilmente destinato, nostro malgrado, a rimanere un esempio più unico che raro nel panorama del cinema contemporaneo.

9

Danilo Cardone

7 commenti leave one →
  1. 12 dicembre 2011 16:02

    io ho sognato, ogni singolo minuto di quei 90. A casa ho guardato le mie scarpe da tip tap e ho sorriso. Cosa volere di più?

  2. elisa permalink
    22 dicembre 2011 10:18

    visto ieri sera🙂 l’ho trovato molto emozionante… divertente, ma non stupido nè banale… mi sono piaciute molto anche alcune “scene-simbolo”, molto significative. Andando un po’ oltre, offre alcuni spunti di riflessione sul come evolvano la società e i suoi gusti insieme alla tecnologia e più in generale all’andare dei tempi, non solo per quanto riguarda il cinema.
    Intanto faccio i complimenti per il post e più in generale per il blog, grazie di avermelo fatto conoscere. è davvero interessante e ben fatto!

    • 22 dicembre 2011 19:04

      Poni bene l’accento sull’aspetto societario! Porta un po’ di nostalgia osservare certi modi di rapportarsi, non è vero?
      Poi c’è tutto il discorso della mitizzazione del divo che oggi è ridotta a puro gossip di ultimo grado. Manca tutta l’idealizzazione derivante dall’inarrivabilità dell’icona.

      Sentitamente, ringrazio, Elisa

  3. cecilia permalink
    27 dicembre 2011 15:09

    qualcuno mi saprebbe dire chi è l’attore che interpreta un cameo nella parte iniziale quando Peppy fa l’audizione?

    • 27 dicembre 2011 17:26

      Ciao Cecilia!🙂

      credo tu faccia riferimento a Malcom McDowell, l’attore che nel 1971 diede vita all’indimenticabile protagonista di Arancia Meccanica di Stanley Kubrick.

      • cecilia permalink
        30 dicembre 2011 17:38

        esatto!
        grazie

  4. 14 maggio 2012 15:17

    Grande Danilo, recensione perfetta! E visto che siamo in accordo, ti linko la mia del medesimo film:

    http://nehovistecose.wordpress.com/2012/05/13/the-artist/

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: