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George Harrison: Living In The Material World – Martin Scorsese [2011]

4 dicembre 2011

.29° Torino Film Festival

While his guitar gently weeps

George Harrison: Living In The Material World

Quanto tempo è necessario per raccontare la storia di George Harrison dai tempi dei Beatles alla sua morte?

Secondo il celebre regista Martin Scorsese 3 ore e 28 minuti possono essere sufficienti. Questa è infatti la durata del suo ultimo documentario dedicato alla vita del “terzo” Beatles, il chitarrista, colui che più di tutti gli altri ha saputo defilarsi dalle scene in favore di un percorso spirituale intimo e irripetibile.

Dopo i documentari che il cineasta newyorkese ha diretto a riguardo di altri mostri sacri della storia del rock come i Rolling Stones e Bob Dylan, questa volta è l’Inghilterra ad attirare le sue attenzioni.

Il film è suddiviso in due parti nettamente distinte tra loro. La prima è incentrata sul George Harrison come “vertice di un quadrato”, come lo ha definito Paul McCartney, indispensabile a reggere il gruppo dei Beatles, i fab four che emergono qui come gli inseparable four. È lo stesso Harrison a dire “How many Beatles does it take to change a lightbulb? Four.” [“Quanti Beatles (scarafaggi) servono per cambiare una lampadina? Quattro.”].

È il racconto della rivoluzione culturale e musicale apportata dai quattro di Liverpool nella prima metà degli anni ’60, quando l’idea di un gruppo senza il solista scandalizzava ed Eric Clapton ebbe a definire i quattro Beatles come “un’unica persona”.

George Harrison: Living In The Material World

La seconda parte, invece, è totalmente focalizzata su George Harrison, sul musicista ma ancor più sulla persona.

Dopo aver lasciato i Beatles, Harrison ha potuto esprimersi maggiormente come singolo, attraverso alcune sue indimenticabili canzoni che nel gruppo non riuscivano a emergere a causa dello strapotere dei due frontman Paul McCartney e John Lennon. È lui il compositore di brani indimenticabili come While My Guitar Gently Weeps [con tanto di Eric Clapton alla chitarra], Something, Here Comes The Sun e My Sweet Lord, eppure sarà soltanto la lontananza dalle pressioni mediatiche alle quali era sottomesso con i Beatles a conferirgli una certa stabilità e libertà d’espressione.

L’aspetto sul quale Scorsese si sofferma con particolare attenzione è quello spirituale.

In seguito all’assunzione di sostanze stupefacenti come marijuana prima e lsd dopo, tutti e quattro i membri dei Beatles hanno intrapreso un percorso interiore di elevamento spirituale. Molto evidente è in John Lennon con tutte le sue battaglie per la pace e l’amore cosmico, mentre risulta meno visibile ma non per questo assente in Paul McCartney e in Ringo Starr.

È però proprio George Harrison a dedicarsi più d’ogni altro alla meditazione e alla preparazione ad una trascesa della coscienza.

Grazie a ripetuti viaggi in India Harrison incontra il più grande suonatore di sitar vivente, Ravi Shankar, il quale utilizza la musica come mantra per astrarsi dalla realtà materiale delle cose. Poi anche Maharishi e Mukunda Goswami, ma è proprio Ravi Shankar ad iniziare Harrison alla meditazione e al relazionare la forma espressiva musicale con la trascesa dello spirito.

George Harrison: Living In The Material World

Spiritualismo, misticismo e musica entrano così in contatto tra loro in un miscuglio d’estrema efficacia che segna la vera svolta per l’ex chitarrista dei Beatles. È qui che risiede il nucleo della dicotomia e del contrasto che caratterizzerà l’intera vita di George: vedere [in accezione spirituale] con sufficiente nitidezza la Verità, l’essenza di tutto ciò che ci circonda, comprendere di poter entrare in unione con esso ma soltanto a fronte di un totale distacco dalla materialità delle cose.

Come già professato da influenti personaggi spirituali orientali come Jiddu Krishnamurti, Sri Aurobindo e Paramahansa Yogananda, anche Harrison vivrà in eterno contrasto interiore tra le catene materiali del corpo che ci costringono a rapportarci con il continuo divenire fisico della materia e l’eterea libertà dello spirito, d’una coscienza talvolta in grado di sopraffare l’arroganza del pensiero, dell’egoistico strapotere della mente e della sua razionalità contro la metafisica irrazionalità dell’incomprensibile.

Il documentario diventa minuto dopo minuto sempre più interessante, però non sarei così sicuro nell’affermare che in tutto ciò ci sia un gran merito del regista. George Harrison si fa amare come lo hanno amato tutti quelli che lo hanno conosciuto di persona, grazie alla sua capacità di coinvolgere ognuno dentro sé stesso ancor prima che nelle azioni, mentre il prezioso lavoro di Scorsese appare talvolta come un po’ fuori dal discorso.

L’impostazione documentaristica è classica, con interviste in primo piano a chi Harrison lo ha conosciuto veramente, senza quindi nulla aggiungere e nulla sottrarre alla regia del genere. Ampio uso viene fatto del materiale d’archivio e le musiche accompagnano lo spettatore per tutto il viaggio attraverso la vita di Harrison. Il montaggio è però un po’ troppo frenetico, quasi stessimo guardando il concerto degli Stones, e se da un lato ha il merito di non annoiare durante la lunga durata del film, dall’altro rende tutto un po’ confusionale.

Non era comunque facile raccontare una vita così pregna di avvenimenti e cambiamenti, e a Scorsese bisogna riconoscere il fondamentale merito di avercela narrata.

Sulla scena oltre a George Harrison e agli altri tre membri dei Beatles, si susseguono il già citato Ravi Shankar, Eric Clapton, Jackie Stewart, Terry Gilliam, George Martin, Jane Birkin, Yoko Ono, Klaus Voorman, Phil Spector, Tom Petty e altri ancora, compresi moglie e figlio di Harrison.

George Harrison: Living In The Material World

Presentato in anteprima italiana al 29° Torino Film Festival, George Harrison: Living In The Material World è già uno dei documenti più importanti per tutti i fan dei mitici Beatles.

8,5

Danilo Cardone

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