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The Oregonian – Calvin Lee Reeder [2011]

27 novembre 2011

.29° Torino Film Festival

The sorcerer

The Oregonian

«Capisco che i suoi film siano criptici, ma se non li spiega, noi come facciamo a capirli?»

Il regista prende gentilmente il microfono in mano, alza lo sguardo verso la signora seduta a metà della sala del cinema, e alza le spalle con aria di cortese indifferenza.

È così che si conclude la serata al Cinema Massimo di Torino, sede principale del 29° Torino Film Festival. C’è il regista, Calvin Lee Reeder che non cerca di vendere il suo film a un pubblico più vasto. Lui non cerca di dare inutili spiegazioni a un pubblico che vorrebbe comprendere l’incomprensibile.

Calvin Lee Reeder sa che il film che è appena stato proiettato, il suo film, The Oregonian, non è un film normale. Indice di ciò sono anche le grida che si sono levate sporadiche durante la proiezione, e le risa isteriche di spettatori che, improvvisamente, si sono ritrovati a temere il buio della sala.

The Oregonian, malgrado la generalizzante dicitura della guida del festival, non è un film horror. Il regista stesso che non ama le definizioni, azzarda la categoria dello psycho mystery, un nuovo genere che potrebbe indagare i misteri, i nascondigli segreti della psiche umana.

In realtà non è una definizione propriamente calzante nemmeno quella del regista in quanto The Oregonian non è un film minimamente racchiudibile in categorie.

C’è del sangue, molto sangue, eppure non è un film violento. Fa paura, si, perché no, eppure non è un horror.

The Oregonian, e di qui non si scappa, è un film estremamente mistico, allegorico, esoterico.

Ogni elemento in scena, è simbolo. Ogni simbolo in scena, è allegoria. Incomprensibile, forse, nel dettaglio, ma proprio per questo potente nella sua espressività.

The Oregonian

Ecco perché fa paura, dunque: The Oregonian è un film che incute paura, fino a quando continuiamo a considerarlo come facente parte della sfera dell’ignoto. Nell’istante in cui si accetta ciò che si sta osservando come realtà unica e incontrovertibile, perlomeno nello spazio filmico, ecco che anche noi diveniamo parte di quel mondo.

Reeder cita Tarkovskij, Antonioni, Nicolas Roeg e il Jim Jarmusch di Dead Man come principali influenze per i suoi lavori, ma è solo dopo la proiezione che gli sfugge il nome chiave per comprenderlo: Kenneth Anger, il regista più satanico della storia del cinema. Sperimentale all’estremo per l’epoca, è evidentemente il riferimento costante di Reeder. L’oscuro, l’occulto. Lui cita a parole Scorpio Rising. È a quello che bisogna guardare.

È dunque Reeder un satanista? Direi di no. Scambiando quattro chiacchiere informali con lui fuori dal cinema scopriamo che ama la Natura e ciò che essa nasconde. Sicuramente è un cultore dell’occulto, di ciò che sfugge ai sensi umani, di ciò che si può percepire ma non afferrare e comprendere.

The Oregonian, primo lungometraggio del regista, è una sorta di iniziazione inversa della protagonista. Non c’è un iter d’esperienze per introdurre il personaggio a pratiche massoniche sapientemente tramandate nel corso dei secoli, bensì c’è un’unica esperienza continua suddivisa in singole azioni, derivante dalla Natura stessa, atta a far sprofondare il personaggio negli inferi più profondi.

Perché ciò avvenga non è dato saperlo. È una nuova nascita [che per i satanisti potrebbe coincidere con una nuova morte], esattamente come quando siamo nati fisicamente. Il mondo, ciò che ci circonda, è così, funziona così come funziona, per il semplice fatto che è così. Ci sono leggi fisiche e societarie che regolano loro malgrado il nostro agire e percepire. Bene, e così è anche per la protagonista, con la differenza che agire e percepire avvengono in un luogo “altro”, indefinibile, inconcepibile, incomprensibile, ma che è in quanto tale.

Il percorso inverso è un dato obbligato, è un avvenimento che sta nell’ordine del caos. La protagonista è quasi una illuminata, una prescelta privilegiata nel poter sostenere delle prove di coscienza per entrare sempre più a fondo nel nuovo mondo. Eppure la luce non è quella del sole ma è una luce di un sole altro, una fonte di energia che dà nuova linfa vitale, sottraendo la precedente.

The Oregonian

La protagonista, con il suo girovagare per mondi che sembrano funzionare al contrario, mondi popolati da personaggi quantomeno inusuali, è la nuova Alice non più nel paese delle meraviglie come in Walt Disney, non più nel paese delle intime paurose esperienze come in Svankmajer, bensì nel regno dei morti viventi [e che non li si intenda come zombie!]. E’ un’Alice tetra, cupa e paranoica.

Per lo spettatore tutto ciò si traduce in inquietudine. Una incredibile luciferina inquietudine come non la si provava dai tempi di Shining.

Se per molti questo è un problema, un ostacolo troppo grande da superare per la coscienza, per altri è finalmente il ritorno dell’opera cinematografica come pura esperienza evocativa.

Tutto è evocativo. Ogni cosa è evocativa. E questo grazie al doppio inappagabile potere dell’immagine e del suono.

In barba ai puristi dell’immagine che auspicano sempre in un ritorno del cinema muto, perché il cinema è immagine, Reeder travalica il limite della forma dell’espressione creando un’opera pluriespressiva che integra forma sonora e forma visiva al fine di ricreare un’esperienza totale e totalizzante, tant’è che è sua la firma sulla colonna sonora. Una colonna sonora che si avvicina molto a quella creata nel ’95 dal già allora sperimentale Neil Young per il film Dead Man di Jim Jarmusch.

Ma non è solo la musica a far parte della colonna del suono. Suoni, rumori, respiri, grida improvvise, nulla è lasciato al caso ma nulla appare in ordine. Il canale uditivo è sfruttato al meglio di come lo si possa sfruttare, in un’esperienza piena, colma di sensazioni e inquiete paure delle quali se ne rimane ammantati per molto a lungo dopo la visione dell’opera.

Non solo musica e suoni, ma anche il cosidetto “noise”, il rumore, il disturbo che porta alla follia di protagonisti e spettatori.

The Oregonian

Altrettanto, e forse ancor di più, Reeder fa per quanto riguarda la parte visiva. C’è una riscrittura a tratti radicale del linguaggio tecnico registico, da poter quasi competere con le rotture godardiane rispetto alle tecniche registiche classiche [malgrado, bene inteso, Godard è sempre Godard e su come rifondare la teoria cinematografica non lo batte nessuno].

La macchina è nel 99% dei casi una macchina a mano, costantemente traballante eppure ben lontana dall’utilizzo “blockbuster” che se ne è fatto nel vuoto The Blair Witch Project e nel riuscito Cloverfield.

Reeder sa muovere la macchina da presa, e lo sa fare molto bene, tant’è che l’opera è cosparsa da improvvise accelerazioni, rallentamenti, zoom improvvisi e interrotti a metà. Tutto è fatto con cognizione di causa, con un preciso intento funzionale. È evidente, ma è la stessa attrice protagonista Lindsay Pulspiher a confermare che l’improvvisazione c’è stata, ma tutti dovevano strettamente seguire quanto era stato progettato.

Altro indice di ciò è il montaggio. Che sia un rapido jump cut o per un campo e controcampo fuori dalle regole, l’importante è che sia evocativo. Se amate notare queste sottigliezze registiche, avrete qui di che divertirvi, mentre se non le avete mai notate, rimarrete profondamente colpiti da queste insolite costruzioni delle scene.

Nemmeno la messa a fuoco rimane risparmiata da quello che il regista non ama definire “cinema sperimentale”. Molte sono infatti le scene meravigliosamente e sempre funzionalmente fuori fuoco, completamente sfuocate. Allo stesso modo tornano più volte le sovraimpressioni delle inquadrature, con una tecnica che fu proprio l’amato dal regista Kenneth Anger a introdurre in opere più o meno discutibili come Inauguration Of The Pleasure Dome del ’54.

Ma tutto ciò non basta al regista e allora ecco che la pellicola viene letteralmente bruciata e la vediamo accartocciare sullo schermo, come già fecero similmente altre personalità folli come Bergman e Carmelo Bene.

The Oregonian

La protagonista è la già citata Lindsay Pulsipher che aldilà della dolce, gentile e innocente apparenza, bionda e bella com’è, nasconde un vero e proprio demone dentro di sé, e ci regala un’interpretazione fantastica, grintosa, difficile e perfettamente riuscita, in evidente aperta sintonia con il regista.

E’ inevitabile, avendo visto l’opera nel contesto di un festival, non paragonare The Oregonian con Wrecked, opera presentata con un solo giorno di anticipo rispetto a questa, dove anche lì si aveva un personaggio solo, inspiegabilmente solo, abbandonato nel mezzo di un bosco. Beh, non c’è davvero paragone tra la superficialità comunque ben interpretata da Adrien Brody e questo capolavoro assoluto del Cinema.

Da segnalare la presenza di molte scene a base di sangue, malgrado non ci sia praticamente mai esplicita violenza.

A fine proiezione in sala si sono levati pochi e timidi applausi. Eppure la gente non ha abbandonato la sala, è rimasta seduta al proprio posto in evidente stato di shock. Forse anche questo è indice di un’opera riuscita: suscitare qualcosa di molto forte. Alla maggior parte non piacerà perché dagli oscuri significati, ma per altri risulterà opera d’esasperato valore.

A porte chiuse a film terminato Calvin Lee Reeder si dimostra non solo cortese con noi, ma persino interessato a intraprendere una discussione che riesca a travalicare i confini del suo film. E in questo clima sereno è lui stesso a dirci in anteprima che a marzo uscirà il suo nuovo film che sarà intitolato The Rambler, un’opera ancora più ricca di significati nascosti, e ci risulta davvero difficile immaginarla più densa di così.

The Oregonian

The Oregonian è un film tremendo e tremendamente riuscito. È forse il film più disturbante e disturbato che mi sia mai capitato di vedere all’interno di una sala cinematografica. Ma questo è positivo, straordinariamente positivo. Nuova linfa sta scorrendo nelle vene del cinema, e quella linfa è meravigliosamente infetta, potenzialmente in grado di scombussolare e sovvertire lo statico vegetare del suo organismo.

10

Danilo Cardone

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12 commenti leave one →
  1. 27 novembre 2011 18:54

    leggere la tua recensione è stato molto interessante. Io non sono proprio riuscito ad apprezzarlo, anzi non mi ha ne’ disturbato ne’ confuso ne’ spaventato, solamente a tratti, divertito. Forse perchè devo recuperare ancora molto dei modelli ispiratori che hai citato. Sicuramente è una pellicola che fa discutere, e non può non essere un pregio, sicuramente è un film coraggioso. Non posso proprio dire che mi sia piaciuto. Ma è un oggetto curioso. Forse dovrei rivederlo

    Interessante il tuo blog. Visto altro al Festival?

    • 27 novembre 2011 23:20

      Molto bene! Forse avrei bisogno d’una seconda visione anch’io.. era molto criptico.

      Grazie, mi fa piacere tu abbia trovato motivo d’interesse in questo blog. 🙂

      Si si, al TFF ne ho visti altri. Tutti gli ultimi articoli e i prossimi fino al 3 dicembre, sono tutti film del festival.
      Tu invece? hai visto altro? qualcosa d’interessante?

  2. 28 novembre 2011 13:20

    Oltre a The Oregonian ho visto Attack the Block, nulla di eccezionale ma godibile, e the Dynamiter, che è molto bello.

    • 28 novembre 2011 18:16

      The Dynamiter mi ispirava, mentre Attack The Block un po’ meno, effettivamente..

  3. federica permalink
    28 novembre 2011 21:37

    bisogna dunque, andarlo a vedere!!!

    • 29 novembre 2011 00:32

      si, ma solo se ti senti fuori di testa come il regista ! =P

  4. 30 novembre 2011 00:01

    è questo il film di cui mi parlavi? raramente hai dato un 10…Hai trovato corrispondenze, affinità, con i tuoi demoni? Non so se andrò a vederlo, ma non sentirti offeso. Non è certo colpa della tua recensione:-) Evito solo ulteriori meravigliose inquietudini.

    • 30 novembre 2011 02:01

      Si, il film è proprio questo e, si, le affinità ci sono.

      Sei libera di vedere ciò che vuoi. Non è ancora giunta l’ora in cui obbligo i lettori a vedere i film dei quali scrivo a riguardo! Purtroppo..

  5. marco permalink
    22 febbraio 2012 17:20

    molto bello. L’ho visto tre volte di fila e hanno riaperto un manicomio apposta per me

    • 22 febbraio 2012 18:37

      ahaha anch’io sono arrivato alla terza visione.. ma non di fila !

      molto bene, Marco, davvero, molto bene..

  6. marco permalink
    22 febbraio 2012 17:21

    e comunque sono in buona compagnia. Al manicomio c’è pure il regista e l’attrice che interpretava il film.

    • 22 febbraio 2012 18:38

      l’attrice è carinissima e il regista è totally out of mind.
      quasi quasi uno di questi giorni passo a farti un salutino lì al manicomio.. 😉

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