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Melancholia – Lars Von Trier [2011]

23 ottobre 2011

Il sonno della Natura genera mostri

Melancholia

L’influenza degli astri sulla Terra e su ciò che la abita è conosciuta sin da tempi antichissimi, basti pensare agli egizi o ai maya.

Di tanto in tanto ci sono persino dei corpi celesti, degli asteroidi che sfiorano o addirittura impattano con l’atmosfera terrestre. Nulla di grave se si tratta di elementi di piccole dimensioni, così come se la traiettoria dell’asteroide in questione sia sufficientemente vicina alla Terra ma non così tanto da essere attratta dalla forza gravitazionale del nostro pianeta. La cosa si complica un po’ di più quando i due elementi, terra e asteroide, entrano in collisione.

Ma se a impattare la nostra cara e amata Terra fosse un corpo celeste di dimensione notevolmente più grande? E se questo fenomeno astrale accadesse proprio ora, durante il tempo della nostra vita?

E’ da questo cosmico pretesto che il buon Lars Von Trier parte per creare un’altra opera intima e densa di [non] significati.

Presentato alla 64a edizione del Festival del Cinema di Cannes, Melancholia esce nelle sale con sei mesi di ritardo a causa delle dichiarazioni provocatoriamente filo-hitleriane che sono costate al controverso regista danese la cacciata dal Festival.

L’opera si presenta, come di consueto per Von Trier, suddivisa in capitoli ma soprattutto parte di una trilogia per la quale non esiste consequenzialità narrativa ma soltanto di forma e tema di base. In questo caso ci troviamo di fronte al secondo episodio di quanto aveva iniziato due anni fa con il discusso Antichrist.

I temi che vengono affrontati sono strettamente rapportabili in entrambe le opere. Ruolo centrale è infatti riservato alla donna. Se in Antichrist però la proverbiale misoginìa vontrieriana era mitigata da un finale ai limiti del femminismo, in Melancholia il regista pare addirittura utilizzare il ruolo di una delle due protagoniste come suo alter-ego personale.

Melancholia

L’altro tema che segna una certa continuità con il suo predecessore è quello che vuole vedere la Natura, romantica Madre generatrice del Tutto, come essere atemporale e onnipresente votato al male. Anzi, ancor meglio, Von Trier identifica la Natura stessa con il Male. Non dunque una doppia indole panteista al contempo benigna e maligna, ma una Natura che è in quanto tale, ma nel suo essere non è propensa ad agevolare la formazione e la crescita della vita in alcun luogo. E’ la stessa bionda protagonista a sostenere con certezza che «Non esiste vita in nessun altro luogo che sulla Terra», ma anche che «La Terra è cattiva.».

Secondo Von Trier è la vita dell’uomo a essere superflua, non la Vita come essenza metafisica che muove ogni cosa. E’ la pretenziosità dell’uomo a rendere inutile la sua vita e quindi a giustificare l’azione assassina della Madre Natura nei confronti di uno dei suoi figli più cari, l’uomo. Sotto questo aspetto, dunque, il regista si rifà direttamente al tema mitologico di Saturno Che Divora I Suoi Figli perché gli era stato profetizzato che uno dei suoi stessi figli avrebbe cercato di prenderne il posto. Saturno, dio del tempo. Il Κρόνος che non può permettersi d’essere sottomesso all’infantile sete di potere altrui.

Un aggancio alla filosofia del mito, più che all’Apocalisse biblica dalla quale sembra invece ereditare ben poco se non l’idea della fine di ogni cosa per l’uomo in quanto essere composto di anima e corpo.

Per rendere ciò Von Trier utilizza anche una forma filmica molto simile a quella già utilizzata per Antichrist: una introduzione a suon di musica classica che si fonde in un’unica esperienza visiva di impareggiabile impatto con le immagini estremamente rallentate, dove ogni elemento in scena è avvolto da una luce che li rende quasi eterei, in uno spazio e in un tempo fermo, quasi come in un dipinto. La musica è quella meravigliosa del Tristano e Isotta di Wagner. Le immagini richiamano molte opere pittoriche da Pieter Brughel del quale viene “animato” Il Ritorno Dei Cacciatori a Caravaggio, da Millais a Kandinsky. La composizione, soprattutto della prima scena è una ricostruzione eccezionalmente riuscita di quella che sarebbe potuta essere una metafisica Piazza d’Italia di De Chirico, mentre L’Ophelia di Millais è citata talmente alla lettera da poter quasi essere considerata un tableau vivant visto da un altro punto prospettico.

A seguire questa sequenza d’immagini e musica dal lirismo esasperato e viscerale, dove sono condensate paure e visioni del regista stesso, si ha una prima parte interamente focalizzata sul personaggio di Justine, la bionda neosposina interpretata magnificamente da una Kirsten Dunst finalmente Attrice, degna vincitrice del premio come miglior interprete femminile al festival di Cannes. La Dunst è davvero strepitosa nell’inscenare il repentino cambio di personalità dal frivolo al profondamente cosciente dell’ineluttabilità della fine. Strepitosa, negli sguardi.

Melancholia

Questo primo capitolo è caratterizzato da una fotografia nitidissima, ma non per questo stabile e convenzionale. E’ qui segnato il ritorno al principio documentaristico teorizzato nel 1995 nel manifesto cinematografico ideato dallo stesso Von Trier, che prese il nome di Dogma ’95. In realtà le scene sono ben preparate, provate e riprovate, ma l’impressione che la macchina da presa a mano, instabile e costantemente traballante, ci dà è di essere parte del ricevimento matrimoniale. Estremamente efficace.

Il secondo capitolo è invece dedicato alla sorella di Justine, la mora e antitetica Claire, per il quale ruolo è stata assoldata la già protagonista di Antichrist Charlotte Gainsbourg. Non è probabilmente necessario sottolinearne la bravura.

In questo capitolo si ha un’inversione dei ruoli, le paure rimbalzano da un personaggio all’altro e il clima è opposto. Se prima l’affollato ricevimento era dominato dalla moltitudine di persone e dai bagordi, qui regna la solitudine dei personaggi, arroccati nella loro inutilissima casa/fortezza. Le scene degli invitati che sono di diretta derivazione da La Dolce Vita di Fellini sono l’esatto opposto della solitudine quasi bergmaniana del secondo capitolo dove “l’altro” non è altro che lo specchio che riflette la nostra personalità, che ce la rimbalza contro e ci mette in crisi intima con il nostro stesso io, e con il senso della vita stessa.

Questa crisi interiore, nel personaggio di Justine, assume caratteri apparentemente inconsueti e non moralmente corretti, tanto da poter essere senza troppi problemi paragonata all’inaspettato disinteressamento per il proprio partner che caratterizzava il punto focale di un film come Il Disprezzo, diretto da Jean-Luc Godard nel 1963.

Questi caratteri sono molto ben evidenziati su più direzioni [il disprezzo, la paura] dall’accentuata dicotomia delle due sorelle. Differenze polarmente opposte già nel fisico, sottolineate dalla visione universale della vita e del suo [non più] fluire.

L’aspetto astrologico del cosmo è finalmente indagato cinematograficamente in modo distinto da quello kubrickiano di 2001: Odissea Nello Spazio, malgrado anche qui sia la musica classica a far da colonna sonora all’inarrestabile movimento dei pianeti. Alcune scene di questa sezione sono davvero coinvolgenti e stupefacenti.

E poi arriva la fine.

Impossibile da evitare, pone termine anche al lungometraggio.

Pieter Brueghel - Il Ritorno Dei Cacciatori [1565]

Melancholia. Film catastrofico, per l’anima.

8,5

Danilo Cardone

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15 commenti leave one →
  1. 25 ottobre 2011 00:46

    Voglio leggermi questo post dopo che avrò visto il film… e non vedo l’ora che questo momento arrivi… 🙂

    Un bacione
    e buona notte!

    Paola

    • 25 ottobre 2011 01:19

      Spero per te che lo vedrai presto. Sopratutto se hai potuto apprezzare un film come Antichrist.

      Torna a farci sapere cosa ne pensi, Paola..

  2. fabio permalink
    1 novembre 2011 12:28

    Natura matrigna, indifferente all’uomo. La natura, per necessità della legge di distruzione e riproduzione, e per conservare lo stato attuale dell’universo, è essenzialmente regolarmente e perpetuamente persecutrice e nemica mortale di tutti gli individui di ogni genere e specie, ch’ella dà in luce; e comincia a perseguitarli dal punto medesimo in cui li ha prodotti. Ciò, essendo necessaria conseguenza dell’ordine attuale delle cose, non dà una grande idea dell’intelletto di chi è o fu autore di tale ordine, come diceva Leopardi.

  3. 4 novembre 2011 22:38

    Leggerò con attenzione la recensione dopo aver visto il film.
    Ma bastano il voto e le immagini della Dunst con l’elettricità tra le mani e come Ofelia per convincermi che non rimarrò delusa.

    • marco brenni permalink
      16 novembre 2011 08:07

      Non partire già prevenuta: va a vedere il film senza ascoltare le cavolate dei soliti denigratori di Von Trier (invidiosi?).

      E poi fattene un’idea personale: c’è ben altro oltre l’elettricità e il bel volto della Dunst !!

  4. marco brenni permalink
    13 novembre 2011 11:20

    È un capolavoro assoluto: solo che non è un film per tutti; anzi, lo è solo per pochi che sappiano anche comprenderne soprattutto la filosofia intrinseca. Quindi non sarà mai un successo commerciale, e nemmeno Lars l’avrebbe voluto come tale. È una critica aperta contro la nostra società, in cui i straricchi ostentano la loro fortuna dissipatrice e sprezzante della Natura, senza pudore alcuno: v . le scene del matrimonio-farsa iper-borghese, dove la gente appare sempre più annoiata e disorientata, vuota insomma, ma di un vuoto pneumatico, assoluto! Quindi la seconda parte del film è del tutto coerente; una specie di desiderio di Lars : ben venga finalmente la catastrofe cosmica a spazzare via questa terra fastidiosa, abitata da zecche-umane solo parassitarie. E non ci sarà appello alcuno: nessun aldilà per questi miseri che pretendono pure di vivere in eterno ! Lars ha un passato luterano (la terra è cattiva e lo sono pure i suoi abitanti-peccatori) ma però lui non nutre più alcuna speranza salvifica. Dio e cosmo-natura sono la stessa cosa (è il “Deus sive Natura” di Spinoza). E sarà proprio la natura-cosmo a spazzarci via, senza lasciar traccia alcuna. E ovviamente per Lars non ci siamo meritati altro…
    Sintomatica la bellissima scena finale, dove i poveri umani finalmente si danno la mano attendendo la fine (ma è troppo tardi per esser solidali), sperando in un improbabile rifugio fatto di frasche (!). Il finale cosmico con la musica di Wagner è da antologia del cinema universale!

    • 13 novembre 2011 14:34

      Proprio così. che al grande pubblico [e sopratutto alla “grande” critica] piaccia o meno.
      La ineluttabile disillusione di Lars non lascia spazio ad altre analisi. E la possibile fine del Tutto, che esclude vite ultraterrene dell’io e dell’anima, è una verità che alle masse fa paura e per questo viene ripudiata.
      Ma chi non vuol vedere, non veda. Il solo fluire di ciò che è, paleserà la sua vera Natura.

  5. Luca permalink
    16 novembre 2011 03:42

    Sono un ritardatario e per problemi di tempo ho visto il film solo stasera.

    Ottima recensione. Condivido tutto.

    “Film catastrofico, per l’anima” . Questa frase racchiude perfettamente le mie sensazioni post-visione 🙂

    • 16 novembre 2011 12:44

      Mi fa piacere sapere della tua condivisone, Luca.
      😉

  6. marco brenni permalink
    16 novembre 2011 08:16

    Vero : un film catastrofico per “l’anima” , anche perché questa non esiste affatto, almeno come elemento “spirito” separato dal corpo. Fu proprio Platone a inventare quest’illusione
    dualistica che poi fu assunta dal cristianesimo; un mito del tutto falso, ma che per la moltitudine sussiste tuttora (perlomeno s’illudono…).

    È evidente: V. Trier spazza via tutta la metafisica tradizionale-ossia: l’ “Enorme Menzogna” come la definì acutamente Nietzsche…

  7. marco brenni permalink
    18 novembre 2011 09:26

    Precisazione: V. Trier aveva genitori ebrei, comunisti e nudisti; ma suo padre non era affatto quello naturale: solo sul letto di morte la madre gli confidò che il vero padre era un certo Hartmann, un tedesco, probabilmente pure anti-ebreo.
    Lars si è avvicinato solo dopo al cristianesimo luterano, sicuramente ispirato dai film del grande Dreyer, danese come lui e convinto luterano (lo si legge chiaramente nella filosofia religiosa che rappresenta nelle sue opere).

    Infine: Lars s’è rovinato con le proprie mani (!) per via del suo infelice discorso “filonazista” tenuto a Cannes ! Non è riuscito a spiegarsi, anche perché lui davanti al pubblico va nel pallone per eccesso d’ ansia e timidezza. Voleva dire: “Capisco Hitler , quando ormai rifugiato nel suo bunker a Berlino nella fase finale del conflitto, l’intero universo gli cadde addosso, annientando così il suo sogno di “grande Germania”. Per lui era una vera fine cosmica, un po’ simile per angoscia , a quella provata dai protagonisti nel film “Melancholia” nell’impatto finale.

    Senza queste infelici battutacce del suo discorso a Cannes, Lars avrebbe sicuramente vinto la Palma d’Oro !
    Ha rischiato così di rovinare non solo la carriera, ma pure sé stesso – autodistruzione ? Mah…

  8. dipecedindaco permalink
    30 novembre 2011 19:21

    http://www.cinemadelsilenzio.it/index.php?mod=special&idspe=31

    • 1 dicembre 2011 01:09

      Link? Blog? Cinema? Pensavo esistesse solo Cinefobie.. damn.

    • marco brenni permalink
      1 dicembre 2011 08:22

      A dipecedindaco:

      analisi in parte azzeccata, in parte nebulosa. Sembra rimproverare a V. Trier la propria depressione, e quindi pure, la sua visione pessimistica del cosmo. Ma ogni artista ha dato proprio il meglio di sé, esprimendo tramite l’arte, le proprie visioni o angosce esistenziali!
      E poi: cominciamo a separare le stupidaggini del suo discorso di Cannes dalla sua opera, che è grande e meritoria sotto molteplici aspetti: anche il nichilismo è legittimo, soprattutto se esprime una protesta di fondo !
      Marco

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