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Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice) – Jan Švankmajer [1988]

17 ottobre 2011

Erano i capei d’oro di Alice sparsi

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

“Dovete chiudere gli occhi, altrimenti non vedrete niente…”

Inizia così Něco z Alenky [Qualcosa da Alice], uno dei film più sconvolgenti della storia del cinema.

Tutta l’essenza di questa complessa opera è contenuta all’interno della frase iniziale, in quanto l’approccio a questa pellicola non deve assolutamente essere un approccio convenzionale. Non ci si può sedere di fronte allo schermo pensando di vedere un film chiuso all’interno dello spazio ri-creato dal regista, ma vi è la necessità di lasciar aperti ampi spiragli all’opera stessa affinché possa penetrare dentro di noi, coinvolgendoci intimamente negli ambienti e nelle vicende che scorrono davanti ai nostri occhi, esattamente come se stessimo scrutando dentro ai nostri incubi infantili.

Chiudere gli occhi, dunque, ma solo metaforicamente. Trasformarsi, quindi, in spettatore passivo, come quando si osserva Persona di Bergman. Ciò che può danneggiare maggiormente la fruizione di questo film è proprio voler anticipare i tempi e voler capire nel dettaglio ciò che avviene. Questo non si può fare.

Švankmajer è riuscito nella difficilissima impresa di comporre un’opera di intimi ricordi, di fugaci visioni, di ancestrali paure che si riassemblano tutte, una dopo l’altra, nell’inesplorabile e inconoscibile spazio onirico.

Onirismo che per il regista non è un’entità astratta rilegata a notturne visioni, bensì è uno spazio che si sovrappone a quello reale da noi conosciuto, che nei momenti nei quali predomina non significa abbia oscurato lo spazio reale ma che vi abbia aderito completamente, fondendosi con esso, mescolando il possibile all’impossibile, il reale al surreale.

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

Tutto è percezione, e per alterare la percezione basta poco, è sufficiente avere una mente che recepisca gli stimoli esterni e che sappia elaborarli. Ogni essere umano è dunque creatore di mondi altri, perfettamente tangibili ed esperibili in ogni loro aspetto.

Ma questi aspetti non sono assolutamente rapportabili a quei favolistici mondi del sogno che si raccontano ai bambini. Per Švankmajer il sogno è trauma, ovvero un sogno atavico, il momento in cui si scava con forza dentro ai nostri ricordi fino a toccare il nostro “io”, l’intoccabile coscienza, che nel caso in questione è capace di integrarsi con quelli che Freud definiva “sogni d’ansia”.

Il “nuovo mondo” che si forma è dunque reale e fantastico al contempo e una volta addentrativisi non permette vie di fuga alcune. Trovarsi faccia a faccia con i propri [infantili] demoni è imbattersi senza schermi protettivi contro le proprie recondite paure, in un mistico e sconvolgente procedimento di aletheia [svelamento della verità] del sé.

Per rendere tutto ciò a livello cinematografico Jan Švankmajer rispolvera la [temporalmente] vecchia storia di Alice Nel Paese Delle Meraviglie, scritta da Lewis Carroll nel 1865, e la rilegge totalmente con l’incredibile merito di stravolgerne il classico punto di vista, quasi ribaltandolo completamente, pur rimanendo assolutamente fedele alla trama originale. Non inventa nulla, se non qualche fugace scena qua e là, ma estrapola ciò che era già insito nell’opera originale tramite un procedimento di analisi psicoanalitica tanto di Carroll, quanto di Alice, quanto del lettore, quanto di sé stesso, che con ogni probabilità avrebbe mandato in visibilio il già citato Freud.

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

Il regista cecoslovacco si attiene al romanzo passo dopo passo, ma pare evidente che nel leggerlo abbia adottato lo stesso trucchetto che lui stesso suggerisce ai propri spettatori: chiudere gli occhi e [nel caso] leggere.

Gli ambienti che la protagonista deve affrontare sono per ciò completamente nuovi. L’iconografia non pare desunta da alcun precedente né cinematografico né d’illustrazione. L’unica eccezione è data dalla bionda Alice, che è di diretta derivazione dall’Alice disneyana e, ancor prima da quella illustrata da John Tenniel nelle prime edizioni del libro, dove Alice è bionda non per scelta dell’autore ma perché Carroll venne accusato di pedofilia dai genitori della piccola Alice Liddell, bambina ispiratrice del romanzo, e quindi non ebbe il permesso di ritrarla per come realmente si presentava, ovvero con i capelli neri.

Eppure è necessario constatare come la bionda Alice, soprattutto nella versione svankmajeriana, abbia una duplice natura innocente e colpevole, paradisiaca e infernale, che affonda le sue radici nell’immaginario bassomedievale. Non proprio una femme fatale ante litteram, splendida d’aspetto ma crudele d’animo, piuttosto una piccola donna perfettamente rispondente ai canoni estetici di quell’amor cortese di derivazione provenzale tanto caro a Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti e che trova apice con la Laura del Petrarca, vera donna dalla natura angelica ma inevitabilmente portatrice di pena [per sé, in primis] per le azioni commesse in vita [e in morte].

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

E in un contesto di derivazione medievale, la Alice [in quanto opera] in analisi affonda lì altre radici profonde.

Il sogno come visione reale e non come visione astratta è pensier comune in quel periodo storico e trova il suo più grande narratore in Dante Alighieri soprattutto nella Commedia ma anche nella Vita Nova. Ma questa è anche una Alice che “guarda e passa” attraverso folli gironi danteschi, epurati dalla legge del contrappasso in favore di una lugubre legge di sopravvivenza alla quale è impossibile sfuggire.

A livello iconografico un altro laccio [per dirla con Petrarca] lega questa Alice al medioevo: tutto il film è infatti un susseguirsi di creature reali e immaginarie, di creature vive e creature [non] morte, e Alice in tutto ciò non può fare altro che adattarsi e viver con loro, o meglio, visto anche il carattere fortemente ironico, giocar con loro. Giocare, come con le folli manie del Cappellaio Matto. Ma giocare anche come prendere parte a qualcosa che non è serio, che è bizzarro.

Il “nuovo mondo”, come ribattezzato poc’anzi, non è altro che un’interminabile pantomima contemporaneamente grottesca e terrifica, dove i personaggi s’agitano e si dimenano per nulla d’importante, se non per sport, per passatempo. In virtù di questo aspetto frivolo e ridicolo, è dunque possibile leggere l’opera come una messinscena, un balletto, una danza. E se parte dei partecipanti sono scheletri, ecco che la danza della vita si trasforma fulmineamente in danza della morte o meglio, in danza macabra. Danza Macabra che fu proprio uno dei temi iconografici più ricorrenti nella pittura tardomedievale in Occidente.

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

Questa Alice non è quindi come quella che la classica interpretazione del romanzo di Carroll vuole, non si limita a fare esperienze edificanti per il suo spirito infantile in fase di formazione. Questa Alice “danza coi morti” per salvare la pelle. E il carattere apotropaico che a rigor di logica dovrebbe assumere l’intera storia, ovvero “affronto il male per sconfiggerlo”, è qui assente. Alice combatte il male ma non può sconfiggerlo. Nel momento in cui si rapporta con il mondo tutt’altro che fatato, ben diverso da quello raccontato dalle favole, della nuova realtà non c’è modo per estirpare il maligno, anzi, paradossalmente, l’inevitabile fluire degli eventi non potrà portare ad altro che a contagiare ciò che nacque illibato.

La visione di Švankmajer è surrealista nella forma ma estremamente aderente alla realtà nei fatti. Non esiste una realtà pura e innocente, nemmeno negli spazi della mente. Esiste soltanto una realtà naturalmente onnicomprensiva del bene e del male, e sotto l’egida di questo Abraxas in ogni istante si deve giocosamente lottare per la sopravvivenza. Lotta che avviene nella materia che ci circonda ma che trova il suo più fertile campo di battaglia nella nostra mente.

Rattrista davvero al giorno d’oggi vedere un regista come Tim Burton, da sempre considerato l’erede hollywoodiano di Švankmajer, che nel 2010 realizza la più disgustosa della versioni cinematografiche delle avventure della piccola Alice. Nell’Alice di Burton tutto è banale e commercializzato, così persino la lotta interiore della protagonista diventa una deplorevole parata di figurine stereotipate già vista mille altre volte in altri mille film di genere fantastico.

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

A Švankmajer invece basta realizzare 3 secondi di ripresa in stop motion, sua vera cifra stilistica, in primo piano su un bianconiglio sottovetro che essendo impagliato si libera faticosamente dai chiodi che lo ancorano alla base in legno. In quel primo approccio all’inverecondo essere è già stata rappresentata più incredula tensione tra bene e male che in tutto il lungometraggio di Burton.

D’altronde il bianconiglio che nella versione disneyana fu simpatico tiratardi, si svelerà qui inquietante boia ritardatario che, quasi ci fossero dei fili invisibili, pare traghettare Alice nel “nuovo mondo” così come Caronte traghettava Dante attraverso l’Inferno.

La forma registica del quale Švankmajer è inventore e promotore è una commistione di personaggi reali [la sola Alice] e pupazzi appositamente creati che si animano improvvisamente grazie alla tecnica dello stop motion, ovvero una rapida successione di fotogrammi dove in ognuno di essi il pupazzo assume una posizione differente.

L’ingegno del regista è massimo e la riuscita totale. Non era mai stato creato nulla di simile prima d’ora.

La fotografia è tremendamente perfetta e funzionale.

L’impianto sonoro meriterebbe una lunga analisi a parte, in quanto ogni suono ambientale è estremamente amplificato. La colonna sonora è esente da musiche diegetiche, e ogni suono proviene dalla scena.

La piccola Alice interpretata dalla mai più vista al cinema Kristýna Kohoutová, è meravigliosa nel reggere da perfetta mattatrice della scena tutti gli 86 minuti del film.

Discorso a parte dovrebbe anche essere fatto per il montaggio, con quegli inserti così rapidi e ossessivamente ricorsivi sulle labbra di Alice che, in un altro gioco di ambivalenze, è al contempo protagonista e narratrice degli avvenimenti.

Něco z Alenky (Qualcosa Da Alice)

Něco z Alenky è un capolavoro assoluto, è un nuovo modo di fare cinema e di rileggere un’opera preesistente, è un innovativo modo di trattare l’infanzia e la sua fruizione.

Film per tutti, non da tutti.

10

Danilo Cardone

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