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Paris Blues – Martin Ritt [1961]

11 ottobre 2011

Jazz di fine XIXsec.

Paris Blues

Nella Parigi notturna degli anni ’60 una coppia di musicisti jazz deve vedersela oltre che con la propria musica, anche con l’avvento di due vacanziere americane.

Film largamente incentrato sulla figura di Paul Newman, pone in primissimo piano il jazz. E’ la musica a legare tutte le vicende fra i personaggi e, ancor prima, a scuotere e placare l’animo dei due protagonisti.

Il Newman mitizzato, qui come in altre occasioni, come genio, bello e dannato, è davvero bravo nell’interpretare la parte da leader della scena e del complesso musicale, che sa come conquistare pubblico e donne. Un giovane Sidney Poitier gli fa da contrappunto, al sax e nelle notti brave.

In realtà la descrizione stereotipata dell’artista/musicista jazz è troppo esagerata per risultare credibile agli occhi dello spettatore del XXI secolo. E’ vero che il “nero” jazz nel ’61 non era ancora stato totalmente sdoganato in giro per il mondo, ma è anche vero che la caratterizzazione dei jazzisti è fuorviante, laddove vengono descritti come animali notturni, solitari ed incomprensibili ai più, dove la minaccia della droga [cocaina] pare essere una piaga difficile da estirpare.

Bisogna ammettere che il regista Martin Ritt lancia vari spunti per criticare la società su vari temi, primo fra tutti il patriottismo deliberatamente [ma elegantemente] scardinato, e poi la famiglia, i figli, la questione razziale. « Si può dormire anche da svegli » dice un decisissimo Paul Newman alla sua nuova fiamma, troppo chiusa in una visione tradizionalistica della famiglia. E’ apprezzabile questa inversione del punto di vista classico della società, ma è altrettanto affrontata in maniera superficiale, abbozzata, mai approfondita.

Ciò che rende davvero interessante questo film è la musica. Interamente composta da Duke Ellington è onnipresente durante il film ed è di straordinaria efficacia nel definire al meglio il Club 33, il jazz club dove i nostri si esibiscono.

Duke Ellington dunque, ma anche Louis Armstrong, nella colonna sonora e sulla pellicola. Più volte appare infatti, tromba alla mano, a dar manforte a Newman e Poitier regalandoci una jam session che vale da sola la visione del film.

Paris Blues

Purtroppo l’insopportabile porsi delle due americane a Parigi con il loro moralismo preconfezionato, infastidisce un po’ lo spettatore. Ma è un film del ’61, non esisteva ancora la malizia societaria e cinematografica alla quale noi siamo abituati al giorno d’oggi.

E poi il finale salva l’animo dei sognatori. E tanto basta.

7

Danilo Cardone

3 commenti leave one →
  1. 11 ottobre 2011 18:11

    Decisamente un gran film, nonostante i difetti che rilevi, ma lo star system di Hollywood, anche trattandosi di Martin Ritt (spesso sceneggiatore di Losey) non poteva permettersi di affondare troppo il bisturi. Dovevano arrivare molto più tardi Eastwood con Charlie Parker (F. Whitakere) e Tavernier con Dexter Gordon per dare una visione più coerente con la realtà. Un bellissimo bianco e nero, tra l’altro.

    • 11 ottobre 2011 19:38

      Concordo pienamente con ciò che scrivi. Non era ancora il tempo del realismo crudo [se non in Francia e in Italia tempo prima], ma forse la malinconia presente nei due film da te citati non sarebbe potuta esistere senza la disillusione di fondo che sta alla base di questo bel film.

      ^_-

  2. 11 ottobre 2011 19:51

    Giusto.

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