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Cotton Club – Francis Ford Coppola [1984]

27 settembre 2011

Il Padrino 2.5

Cotton Club

Dopo l’exploit degli anni ’50, il connubio fra jazz e cinema subisce una forte battuta d’arresto. Con la rivoluzione culturale sessantottina si assiste infatti a un rifiuto di ogni aspetto della vita che fosse precedentemente apprezzato dai genitori della generazione ribelle.

Così anche il jazz viene messo in un cassetto dalle masse, mentre nell’élite culturale si sarebbe dovuta aspettare l’introduzione da parte di Miles Davis delle sonorità puramente rock elettrificate, per poter fare apprezzare alle nuove generazioni quello stesso jazz che viveva un momento di crisi.

Ecco dunque che in questo periodo i soli esempi di cinema fuso alla musica jazz sono rappresentati nel 1970 dai disneyani felini de Gli Aristogatti e nel 1974 dal biografico film Lenny diretto da Bob Fosse e interpretato da un magistrale Dustin Hoffman. Difficile trovare altro jazz nel cinema da qui in avanti.

Toccherà a Francis Ford Coppola re-introdurre a pieno titolo questo genere musicale nella settima arte, dando il via a un nuovo sottogenere che pur non avendo una continuità straordinaria apre la strada ai coevi [ma successivi] Round Midnight di Bertrand Tavernier nell’86 e Bird di Clint Eastwood nell’88 dedicato alla vita di Charlie Parker.

Cotton Cluba

Girato dunque nell’84 ma ambientato a cavallo tra la fine degli anni ’20 e l’inizio dei ’30, Cotton Club racconta le vicende vere e un po’ [ben] romanzate nate, maturate e concluse attorno al celebre club jazz di Harlem. Luogo d’incontro per l’alta società bianca, gestito da gangster senza troppi scrupoli, sfruttava il talento di musicisti, cantanti e ballerini di colore, vietando a questi stessi artisti e performer di poter entrare a far parte del pubblico.

In costante tensione per la questione razziale assistiamo principalmente alle [dis]avventure d’affari e d’amore di gangster in continuo contrasto tra di loro, di intrattenitrici dal cuore tenero ma dal cervello ancor più svelto e di musicisti e ballerini mai davvero considerati come tali.

Come il vero Cotton Club ebbe il merito di lanciare musicisti che sarebbero diventati grandi come Cab Calloway e Duke Ellington, il film in questione ha il merito di porre in bell’evidenza la musica e il balletto [tip-tap, perlopiù]. Duke Ellington fa da padrone nella colonna sonora, ogni brano è accuratamente selezionato ma tutto l’impianto sonoro è di notevole valore, basti osservare e ascoltare l’importanza che il suono delle scarpe dei ballerini di tip-tap producono, riveste all’interno della narrazione. Memorabile in questo senso è la scena costruita in montaggio alternato tra l’omicidio di un gangster e il balletto sfrenato del ragazzo prodigio di tip-tap.

Cotton Club

In questo film Coppola non eccelle come in altri film come i primi due della trilogia de Il Padrino, ma sa offrirci dei passaggi registici davvero pregevoli. Oltre all’appena citato, anche la scena finale è degna d’interesse costituendo un vero e proprio unicum all’interno della pellicola, con il suo carattere così onirico dagli echi marcatamente felliniani. E poi come non apprezzare le ripetute sovrapposizioni d’inquadrature in parziale trasparenza! Introdotte in maniera massiccia e sperimentale nel ’54 nell’occulto The Inauguration Of The Pleasure Dome da Kenneth Anger, vengono qui raffinate da Coppola che le epura definitivamente da tutti quegli sperimentalismi che a fine anni ’60 hanno caratterizzato buona parte della produzione cinematografica d’avanguardia.

Grande parte del merito della riuscita del film va però alle scenografie e ai costumi. Le ricostruzioni d’abbigliamento e d’ambiente sono di strepitoso livello. Ogni personaggio è meravigliosamente caratterizzato prim’ancora che dalle azioni, dai suoi vestiti.

Richard Gere è finemente abbigliato e malgrado non sia proprio un attore di primissimo livello, sa vestire bene i panni del musicista impigliato nell’ingranaggio attivato e gestito dai gangster locali.

Bob Hoskins, Fred Gwyne, un bravissimo James Remar, un poco più che adolescente Nicolas Cage e una mai così bella Diane Lane, costituiscono il fulcro di un eccezionale cast completato dal prematuramente scomparso maestro del tip-tap Gregory Hines e dall’affascinante Lonette McKee che due anni dopo si calerà nuovamente nelle atmosfere dei night newyorkesi, prendendo parte al cast del già citato Round Midnight.

La fotografia è estremamente efficace e talvolta positivamente ingegnosa.

Cotton Club

Purtroppo una sceneggiatura a tratti non proprio all’altezza del film e una trama inizialmente un po’ facilotta penalizzano un film che sarebbe potuto essere memorabile e che invece si fa ricordare senza però toccare lo spettatore nel profondo.

7,5

Danilo Cardone

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