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Ascensore Per Il Patibolo – Louis Malle [1958]

3 settembre 2011

Vertigo o La Coppia Che Visse Due Volte

Ascensore Per Il Patibolo

L’amore d’un uomo e di una donna che può concretizzarsi solo a fronte di un omicidio. Un ascensore bloccato con lui dentro. Una Parigi notturna con lei dentro. Coincidenze, distanze.

L’esordio registico di Louis Malle è subito pronto per giocare il ruolo di pietra miliare sulla lunga e trafficata strada della storia del cinema. E’ un indicatore che chi si troverà a percorrere quell’insidioso percorso, dovrà prendere in considerazione.

Uscito nel 1958, ovvero un anno prima de I 400 Colpi di François Truffaut, può a ragion veduta essere considerato dalla critica come il precursore diretto di quella che un anno dopo verrà chiamata nouvelle vague, ovvero il nuovo cinema d’avanguardia francese.

Lo stile è infatti un po’ troppo rigido per far ancora parte di quel cinéma du papa che i futuri nouvellevagueiani Godard, Rohmer e soci ripudieranno con forza, ed è altrettanto precoce per poter essere considerato un film di rottura e ridefinizione delle regole di messinscena.

Sicuramente questo film presenta dei caratteri decisamente insoliti per i lungometraggi dell’epoca.

Innanzitutto le molte scene in strada, con la macchina da presa a seguire la protagonista vagar per la città o direttamente montata sulle automobili lanciate. Poche sono le scene girate in studio a differenza di come la consuetudine imponeva, e non è nemmeno stato prodotto secondo quanto imposto dall’economia del film. Se infatti girare in esterno ha sempre comportato maggiori costi per via del trasporto di tutte le attrezzature, persone addette, ecc ecc, con questo film assistiamo al risparmio cinematografico “della strada”, ovvero del portare fuori dagli studi le nuove compatte macchine da presa e nell’affidarsi in maniera decisiva  al caso e all’istinto recitativo degli attori.

Ascensore Per Il Patibolo

Anche il montaggio non è né classico né di rottura.

I due protagonisti mai s’incontrano nel rappresentato, malgrado entrambi siano le due pedine principali della storia. E’ il montaggio che li fa incontrare nella mente dello spettatore, che li mette in relazione e fa delle due storie separate un’unica appassionante storia d’amore e di morte.

Persino la fotografia vive in questo limbo registico. A inquadrature perfettamente composte [oserei aggiungere: con echi hitchcockiani nella costruzione prospettica] si alternano le scene girate in strada, decisamente più instabili e aleatorie nella stabile messa a fuoco dei soggetti. E così anche per le luci. Un bianco e nero di perfezione assoluta è diluito con alcuni rapidi passaggi in controluce o con scarsa illuminazione, e se questo è reso possibile dalle nuove pellicole ultrasensibli [e come in un buon vecchio disco in vinile si sente il fruscìo di fondo, qui si vede bene la grana dell’immagine], non si può dimenticare cosa di lì a poco saranno in grado di [de]strutturare a livello visivo i già citati Godard e Rohmer con i loro estremi controluce.

D’altronde, proprio come Godard [eh si, ancora lui!] andrà a recuperare i personaggi machi e viziati alla Humphrey Bogart nei polizieschi film anni ’40 e ’50, ecco che Malle si muove già in questa direzione e a dimostrarlo c’è la prodigiosa scena dell’interrogatorio effettuato da Lino Ventura e da un giovane Charles Denner che diverrà per Truffaut l’enigmatico Uomo Che Amava Le Donne.

Ma accanto alla tecnica c’è dell’altro.

Ascensore Per Il Patibolo

C’è la psicologia. C’è l’intima indagine dei/nei personaggi.

I due ladruncoli amanti che fanno da alter ego ai due protagonisti sono già così simili nello “innocente” spirito ribelle al Jean Paul Belmondo e alla Jean Seberg di A Bout De Souffle del ’60. E questo non è superficiale ma ben rappresentativo di ciò a cui le nuove generazioni stavano per andare incontro e che culminerà a livello mondiale nella rivoluzione culturale del ’68. E in quest’ottica bohemienne decadentista ecco che la scena del doppio suicidio va ben aldilà della semplice incosciente bravata da ragazzini.

La parte d’indagine psicologica più interessante è però senz’ombra di dubbio quella dedicata ai due protagonisti.

Da una parte si ha un convincente Maurice Ronet, assassino prima e prigioniero dei suoi pensieri nell’ascensore, dopo. D’antologia della storia del cinema è la scena del tentativo di fuga. Si apre la botola e la macchina da presa inquadra più volte il baratro senza fondo, pronto a inghiottire tanto l’ascensore quanto la coscienza del protagonista. Scena che culminerà di lì a poco con una sequenza capace di tenere con il fiato sospeso ogni spettatore presente in sala.

Ascensore Per Il Patibolo

Dall’altra parte viene proposta una Jeanne Moreau nottetempo perduta tra le familiari strade parigine. I primi piani si sprecano e la sua bravura è all’apice. Comunica senza parlare, e il suo memorabile girovagare notturno non è altro che l’emblema della disillusione.

Come per il suo amante, ma in verso opposto, la sua coscienza è vertiginosamente dispersa tra un locale notturno e il traffico incessante.

Jeanne Moreau è qui un po’ come Diogene di Sinope all’invana ricerca dell’uomo, dove ancora prima che trovar l’uomo è importante trovare il sé.

E a integrare tutto ciò, le musiche di Miles Davis. Magistrali, straordinarie, inarrivabili.

Inarrivabili, anche perché, come ben noto a cinefili e musicofili, nulla fu scritto a priori ma tutto fu improvvisato da Miles e i musicisti che lo accompagnano nella colonna sonora, durante la visione del film.

Non c’è quindi un lavoro musicale creato sull’idea, ma c’è l’anima musicale della percezione. C’è l’intima elaborazione della visione. C’è la creazione istintiva di un altro protagonista.

E se non è d’avanguardia questo…

Ascensore Per Il Patibolo

Accanto dunque a un canovaccio non troppo originale basato su una storia di Noel Calef, che cinematograficamente parlando va a riprendere il delittuoso amore impossibile inscenato in Cronaca Di Un Amore nel 1950 dal quarantottenne esordiente Antonioni, si erge una struttura tematica e formale d’estrema modernità capace ancor’oggi d’appassionarci e di rispecchiarci nel triste sguardo della smarrita Moreau.

8,5

Danilo Cardone

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