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Lo Sceicco Bianco – Federico Fellini [1952]

11 luglio 2011

L’isola che non c’è

Lo Sceicco Bianco

Se si cita il nome di Federico Fellini, i primi film che saltano in mente alla maggior parte di noi sono con ogni probabilità La Dolce Vita e 8½, ovvero quei capolavori che danno il via alla cosidetta fase onirica del regista romagnolo dove la realtà della vita non è altro che un pretesto per inscenare un realtà altra, parallela ma coesistente, dove l’imprevedibile e  l’incomprensibile sono i parametri di un nuovo modo di percepire ed esperire.

A tutto ciò è pensiero comune far precedere quella che viene genericamente individuata come la fase neorealista di Fellini, nella quale spiccano film di straordinaria efficacia come I Vitelloni dell’indimenticabile Alberto Sordi che si fa beffa dei “lavoratori”, e La Strada. Sono opere che si attengono strettamente alla realtà, dove la forma registica è valida ma non estraniante e le storie raccontate sono scene di vita popolare della Roma del dopoguerra. Affreschi straordinari della società dell’epoca.

Questa visione d’insieme dell’intero operato felliniano non è totalmente scorretta ma è alquanto generalista e superficiale e non tiene minimamente conto delle varie opere come espressioni a sé stanti. Non mette ad esempio in risalto la doppia natura, neorealista e onirica, de La Dolce Vita, come non fa emergere il neorealismo di un Amarcord.

Per comprendere più a fondo il duplice carattere dei film di Fellini potrebbe quindi essere utile dissociarsi un attimo dalle opere più famose andando ad analizzare quello che è il primo vero lungometraggio del regista in questione: Lo Sceicco Bianco.

Girato nel ’52, racchiude in sé tanto la parte neorealista quanto quella onirica.

Stroncato troppo frettolosamente da una critica che all’epoca non era ancora pronta a raccontare un neorealismo sognante, lontano da quello di Rossellini o della coppia Zavattini – De Sica, venne recuperato anni dopo come opera anticipatrice del Fellini più maturo.

Lo Sceicco Bianco

Il film racconta del primo [e forse unico?] giorno di luna di miele a Roma di una coppia non troppo affiatata. La moglie poco prima di presenziare a un’udienza papale organizzata da uno zio del marito, un po’ per gioco un po’ per sorte, scappa dalla città eterna all’inseguimento di un sogno: conoscere il protagonista dei fotoromanzi Lo Sceicco Bianco.

Non apprezzato nel ’52 ma qualche anno dopo in seguito a I Vitelloni, nei panni del mascalzone Sceicco Fellini inserisce uno smagliante Alberto Sordi in forma strepitosa che nelle non troppe scene a lui dedicate riesce a dare uno spessore indimenticabile al suo personaggio, perfetta incarnazione dell’uomo sognatore che proprio per questo è anche esagerato e marpione, quindi realmente umano.

Così come l’ingenua protagonista, “la moglie”, la quale è l’esatto opposto del furbacchione Sceicco. E’ ingenua, sincera e semplice, cioè possiede tutte le qualità che il personaggio di Sordi non ha ma che cerca truffaldinamente di sfruttare.

Quest’ingenuità sottomessa alla malizia [e viceversa] è l’indice di come mentre un personaggio insegua con innocenza infantile il tentativo di riuscire a sfiorare il proprio sogno, anche l’altro personaggio utilizzi la sua arrogante e presunta maturità per soddisfare le proprie voglie, esattamente come in un sogno.

Ecco quindi come si evidenzia il coesistente contrasto tra la disperazione di un marito abbandonato nell’immensa Roma, e la “favola” che stanno cercando di vivere gli altri due protagonisti.

Fellini non fa altro che mettere davanti ai nostri occhi l’importanza biunivoca del vivere la realtà quotidiana come fosse un sogno ma con la consapevolezza che non lo sia.

Lo Sceicco Bianco

E’ d’altronde una costante dei personaggi all’interno del film cercare di identificare il sogno e la realtà. Il “baratro” con il quale verso la fine del lungometraggio la protagonista identifica l’esperienza onirica è significativo della fallimentarità di un vivere “astratti”, lasciandosi trasportare unicamente dagli eventi senza reagire ad essi. Ma è anche importante notare come non funzioni nemmeno lo stile di vita del marito, puntiglioso all’estremo, che cerca di dominare ogni minuto della giornata sua e della moglie e che si ritroverà ben presto a fare i conti con la dura realtà che non corrisponde a quanto da lui preventivato. Non è quindi anche in questo caso la rappresentazione di un sogno, un incubo, ma pur sempre qualcosa d’incontrollabile?

Da tutto ciò emerge un carattere disilluso, ironico e ottimista, ma soltanto nei limiti posti dalla realtà nella quale viviamo. E’ più importante il sogno o la realtà? A questo dubbio amletico sollevato, Fellini preferisce non dar risposta, schivando la responsabilità d’una presa di posizione, saltando direttamente a una conclusione pratica del poter vivere. Sia nel mondo reale sia in quello del sogno, per potersi rapportare al prossimo è indispensabile mascherarsi, fingere, crearsi un personaggio di facciata per far sì che gli altri possano riconoscer-ci e al contempo ritrovare in noi sé stessi, possano quindi soddisfare la loro aspettativa.

Ecco quindi il marito abbandonato che recita costantemente una parte davanti ai parenti per celare la triste e disonorevole realtà, e  contemporaneamente ecco che la moglie fuggitiva viene mascherata per poter prendere parte al set fotografico de Lo Sceicco Bianco, nel quale si materializza un Alberto Sordi che non vale nulla fuori dal set ma che quando ha indosso il costume di scena trova coraggio e malizia.

Straordinario in questo senso d’illusione onirica della realtà è l’ingresso in scena di Sordi, seduto su un’altalena posta a elevata altezza da terra tra due alberi. Per la protagonista non è soltanto un incontro ma una visione materializzata davanti ai suoi occhi con la stessa sfuggevolezza d’un sogno.

Sogno che s’infrange man mano che il personaggio prende consistenza e diventa non più etereo ma persino carnale nella meravigliosa scena della fuga in barca dei due in questione. Perdita del sé e contemporaneo ritrovamento del vero sé. Nel galleggiante microcosmo ricreato per i due si assiste a una messa a nudo reciproca della propria identità agli occhi dell’onnisciente spettatore, si spogliano dunque delle proprie maschere abbandonando il fittizio sé per prendere coscienza della propria importanza e/o non importanza in quanto individuo.

Lo Sceicco Bianco

Lo Sceicco Bianco è un film maturo nella sua acerbità che forse non è mai stato pienamente apprezzato come avrebbe meritato, anche se il Furio inscenato e interpretato da un Carlo Verdone all’apice della sua bravura nel 1981 in Bianco, Rosso e Verdone non potrebbe esistere senza la figura dell’apprensivo marito abbandonato che Fellini pone al centro delle vicende del suo primo lungometraggio.

8,5

Danilo Cardone

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