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Notorius, L’Amante Perduta – Alfred Hitchcock [1946]

30 giugno 2011

Un ottimo Hitchcock d’annata

Notorius

Se si vuole vedere un film pienamente rappresentativo dell’intera filmografia di Alfred Hitchcock, Notorius è sicuramente uno dei più adatti.

A metà fra storia d’amore e thriller, il regista rappresenta con la sua abituale eleganza le vicende legate alla protagonista Ingrid Bergman che, scoperta ad aver aiutato il padre spia nazista, verrà costretta a collaborare in prima persona con la polizia statunitense. Al suo fianco un ligio alla professione Cary Grant che dovrà fare i conti con il fascino della Bergman.

In questo lungometraggio di 100 minuti circa è possibile rintracciare elementi classici del cinema hitchcockiano, così come elementi di grande innovazione cinematografica.

La prima parte del film è principalmente focalizzata sulla conoscenza e l’intimo avvicinamento fra i due personaggi protagonisti. È narrata qui una storia d’amore appassionante e priva di particolari ostacoli, nella quale tanto lo spettatore uomo che lo spettatore donna potranno identificarsi utopicamente in uno dei due personaggi in causa.

Notorius

Questa apparentemente idilliaca situazione d’amore fiabesco non è una novità per il cinema di Hitchcock, anzi, basti pensare all’incipit di Rebecca, La Prima Moglie del 1940. Tutto appare perfetto e senza imbrogli, malgrado allo spettatore vengano già forniti dettagli che lascino presagire imminenti risvolti noir.

Nella seconda metà invece assistiamo al thriller, a ciò che meglio riesce al regista. Ed ecco che emergono altri punti focali attorno ai quali ruotano quasi tutte le opere di Hitchcock. Sin da quando inizia l’indagine lo spettatore è conoscenza di chi giochi il ruolo del meschino truffatore senza scrupoli. L’avvincente per lo spettatore non sarà quindi scoprire chi sia il colpevole, bensì cercare di capire come i protagonisti riusciranno a incastrarlo.

Ma come sempre accade nelle opere di Hitchcock il ruolo del buono e del cattivo è mutevole, chiunque ora è dalla parte del bene, ora da quella del male, ora è il colpevole, ora è la vittima. Ecco quindi ancora che tornano le analogie con film come Blackmail o Rebecca, La Prima Moglie, ma altrettanto possiamo intravedere l’importanza che ha giocato nel cinema a venire. Il Polanski degli anni ’90 e 2000, quello de La Morte E La Fanciulla, sarebbe potuto essere tale senza la lezione hitchcockiana? Difficile dirlo, ma la non definizione univoca del ruolo morale e societario dei personaggi affonda le radici proprie nell’innovazione apportata da Hitchcock.

Un altro tema ricorrente nelle opere del maestro inglese è il quasi onnipresente ruolo giocato dalla madre di uno dei protagonisti. E’ straordinariamente preponderante in Psycho, è marcatamente presente ne Gli Uccelli, non è affatto secondario in Delitto Per Delitto [L’Altro Uomo] e qui, in Notorius, continua a essere uno dei temi centrali dell’indagine psicologica. La madre gioca sempre un ruolo di dominio nei confronti del figlio, apparentemente maturo e autosufficiente, in realtà costantemente sottomesso al severo giudizio della madre. Non una mossa è compiuta senza consultarsi con la confidente madre, quasi in un inscindibile legame che vive in bilico fra timore e complesso edipico.

Notorius

L’attenzione psicologica non è rilegata al trafficante “mammone” o alla madre stessa, bensì è centrale anche nella definizione del personaggio interpretato da Ingrid Bergman. Proprio lei, la protagonista indiscutibile della scena che qui più che in qualsiasi altra occasione riesce a regalarci un’interpretazione intensa che spazia su più registri, e se nel ruolo un po’ frivolo dell’inizio è efficace ma non totalmente convincente, con il passare dei minuti si cala sempre più nel folle vortice che la attanaglia costringendola a immergersi sempre più a fondo nel baratro autodistruttivo impostogli.

La contrapposizione fra agire per il bene comune e agire per il bene personale trova in questa pellicola una degna rappresentazione, nella quale i protagonisti arriveranno uno per uno a perdere la propria identità al fine di plasmarsi con il volere altrui.

Su questo tema dello smarrimento del sé ci fu un letterato che a cavallo fra XVI e XVII secolo compose molte opere: William Shakespeare. E nell’amore fugace celato agli occhi dei più narrato in Notorius, come non vedere echi shakespeariani? E nei dialoghi fra madre e figlio al momento di ordire contro l’indifesa Bergman, come escludere diretti riferimenti alle cospirazioni di corte inscenate da Shakespeare in opere come Amleto?

E come era solito fare il bardo Shakespeare, anche Hitchcock pone al centro focale delle vicende il dettaglio. Sono i dettagli a far scoprire i colpevoli, sono i dettagli a permettere ai personaggi di compiere le loro più o meno losche azioni. E sono i dettagli a tenere alta la suspense nello spettatore che ben conosce le vicende e sussulta quando vengono scoperti dei frammenti in vetro frettolosamente nascosti sotto uno scaffale, oppure quando un abbraccio forzato potrebbe far scoprire una chiave appena sottratta al proprietario.

La chiave, d’altronde sembra davvero affascinare il regista inglese. Era una chiave al centro delle vicende ne Il Delitto Perfetto, così come la chiave era la protagonista della più eccitante scena del bellissimo Delitto Per Delitto [L’Altro Uomo] del ‘51.

Notorius

Soffermandoci invece ad analizzare la parte tecnica di Notorius, non possiamo che commentare entusiasticamente una regia di straordinaria efficacia in grado di discostarsi da una rappresentazione classica e al contempo di formare uno standard per il cinema futuro.

Già soltanto la prova schiacciante che convince la Bergman a collaborare con la polizia è resa con intelligenza. La registrazione che viene fatta ascoltare all’imputata è spiazzante e avrà talmente tanta fortuna da essere utilizzata ancora oggi in un qualsiasi film poliziesco.

Le inquadrature soggettive sono strabilianti. La donna che guida ubriaca l’automobile con i capelli al vento che le oscurano parzialmente la vista è rappresentata in soggettiva con le ciocche di capelli della protagonista che svolazzano libere davanti alla macchina da presa. Le deformazioni della pellicola sono invece di straordinario impatto nel restituirci l’idea di avvelenamento, di difficoltà nel percepire l’ambiente circostante. Esattamente come l’inquadratura capolavoro di un Cary Grant statuario che vigilia su una ubriaca Ingrid Bergman, eseguita a macchina da presa ruotata di 45° gradi.

Queste anomalìe prospettiche sono ricorrenti nell’opera e, cosa più importante, non cadono mai nel tecnicismo autoreferenziale. Al giorno d’oggi è davvero difficile scovare un regista che quando azzarda qualche funambolismo tecnico riesca a non discostarsi dalla funzionalità narrativa ed espressiva dell’immagine. In Hitchcock il problema non sussiste nemmeno perché i tecnicismi sono sempre estremamente contestualizzati.

L’azzardo tecnico più interessante è però il movimento di macchina che Hitchcock ripete più volte durante il film, arrivando alla perfezione nella scena della festa quando dal piano superiore in campo largo si va a riprendere il dettaglio custodito nella mano della protagonista. Il movimento è questo: spostare la macchina da presa di qualche metro per andare a mettere in risalto un volto o un dettaglio, in tempo rapido. È una sorta di zoom ante-litteram. Nel 1946 non esistevano ancora obiettivi a focale variabile che permettono di avvicinarsi o allontanarsi da un dettaglio senza muovere la macchina da presa, ma solamente agendo ruotando verso destra o verso sinistra l’obiettivo, come oggi avviene su ogni macchina fotografica reflex. Nel ’46 se si voleva realizzare un effetto di questo tipo bisognava spostare l’intera macchina da presa, con tutto il suo enorme peso, tramite un carrello con braccio libero di sollevare la cinepresa fino a qualche metro d’altezza, denominato dolly.

Notorius

Notorius, L’Amante Perduta è un film che, anche se nel complesso potrebbe risultare un po’ meno avvincente di un La Finestra Sul Cortile a causa di una prima parte notevolmente più lenta della seconda, è da considerare come un capolavoro imperdibile della cinematografia.

9

Danilo Cardone

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