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Angelo – Ernst Lubitsch [1937]

14 giugno 2011

L’angelo dalle zampe caprine entra in scena

Angelo

In questa commedia non troppo brillante, Ernst Lubitsch propone la storia di una donna che cerca un uomo come diversivo alla sua monotona ma mai sopita relazione con il marito.

Temporalmente a metà strada tra i due capolavori del regista tedesco naturalizzato statunitense Mancia Competente e Scrivimi Fermo Posta, Angelo è un film che offre vari spunti di riflessione tramite una forma tipicamente lubitschiana.

La splendida Marlene Dietrich è il fulcro delle vicende. Il suo è un ruolo da consapevole femme fatale dalla doppia vita. L’occasione che le si presenta un po’ per caso [ma non troppo] di divertirsi lontana dagli occhi del marito non è palesata sin dall’inizio bensì suggerita tramite piccoli indizi prima della prova finale, stimolando lo spettatore a cercare di comprendere da sé la natura di quella donna così straordinariamente elegante e affascinante. D’altronde all’epoca dell’uscita del film la Dietrich era una vera e propria icona, e infatti questo film è molto giocato sul suo aspetto fisico e sulla sua glaciale malizia.

Non è un malizia carnale à la Greta Garbo de La Tentatrice o de La Carne E Il Diavolo [entrambi del ‘26], e nemmeno quella malizia un po’ impudica che ha reso famosa Gloria Swanson, bensì ci troviamo di fronte a una malizia psicologica, fatta di sguardi, voglie non dette e situazioni imbarazzanti, dove è lo spettatore ancor più che i personaggi a voler quel qualcosa in più che l’eleganza e il buon gusto del regista accuratamente omettono fornendo così una caratterizzazione psicologica non troppo approfondita ma costantemente presente.

La bravura di Lubitsch risiede proprio nel suo comunicare senza calcare la mano, e lo fa in maniera tecnicamente ineccepibile tramite quegli espedienti e quelle trovate che gli sono care.

La meravigliosa ricostruzione degli ambienti in primis, sempre dettagliata e esteticamente più che apprezzabile, che aldilà del valore estetico fornisce quella subliminale caratterizzazione visiva dei personaggi tramite il colore delle pareti o lo stile dei mobili.

E poi la ripartizione degli spazi. Ogni personaggio è in un determinato spazio fisico per restituire un’idea di avvicinamento ora a un personaggio ora a un altro. Straordinaria in questo senso la scena dei tre protagonisti seduti intorno al tavolino nel salotto, dove ai lati troviamo i due “pretendenti” e al centro si erge invece l’imperturbabile figura della Dietrich, così inserita a unire e dividere gli altri due.

Infine l’ironia che ha reso celebre Lubitsch non è assente. Malgrado non sia preponderante come in altre occasioni, basterebbe citare l’inusuale piccola indagine che i maggiordomi svolgono sulla psicologia e sui sentimenti dei protagonisti, analizzando gli avanzi dei piatti dei commensali durante un pranzo.

Anche montaggio e fotografia sono su questa linea che ora noi definiamo “classicamente hollywoodiana”, ma che all’epoca era un bel passo avanti nella definizione di un nuovo cinema fatto di immagini ma anche di suoni e dialoghi finalmente integrati nell’esperienza cinematografica.

Era dunque soltanto il 1937 ed è difficile pensare a un cinema totalmente distaccato da quello delle origini. L’ingresso e l’uscita in scena dei personaggi, ad esempio, è ancora estremamente teatrale, ed è la macchina da presa a muoversi per garantirci un punto di vista non paragonabile a quello del teatro, senza ovviamente dimenticare il ruolo che svolge il montaggio in questo senso.

Angelo

Ma lo spettatore di quell’epoca desiderava ancora il classico coup de théâtre e il lieto fine. E così questo film, diligentemente, fa.

7

Danilo Cardone

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