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Naissance Des Pieuvres – Céline Sciamma [2007]

16 maggio 2011

Nascita di una regista

Naissance Des Pieuvres

Presentato al Festival di Cannes nel 2007, Naissance Des Pieuvres non ha mai trovato spazio nell’affollatissimo [d’immondizia] mercato italiano.

E’ la prima opera registica della giovane francese Céline Sciamma che quest’anno ha saputo mettersi in risalto sbancando la 26° edizione del Torino GLBT Film Festival con il suo interessantissimo Tomboy.

La storia narra le vicende di tre ragazze adolescenti alla scoperta della loro vera natura amorosa e sessuale. Il cast è ben assortito con la magra e non ancora ben fisicamente formata Pauline Acquart, con la grassottella ancora troppo infantile Luoise Blachère e con la bellissima e affascinante Adele Haenel nel ruolo della più cresciuta delle tre.

Come pare ormai essere certo, la Sciamma è regista tanto dedita all’approfondimento psicologico quanto attenta alla rappresentazione dell’immagine, fornendoci un’opera costellata di primi piani e dotata al contempo di una fotografia straordinaria, talmente bella da sembrare talvolta un po’ forzata.

Molte sono infatti le scene à la Sofia Coppola, dove è la staticità dei personaggi a sentenziare un distacco, soprattutto interiore, dei protagonisti rispetto al mondo che li circonda. Memorabile è il non troppo apatico Bill Murray in Lost In Translation che trova conforto e comprensione nella bella e allora non troppo abusata Scarlett Johansson. In Naissance Des Pieuvres i toni sono più drammatici, è maggiormente evidenziato il conflitto nell’identificazione di un ipotetico sé e i contatti con l’altro sono ridotti a frasi molto brevi, però la macchina da presa statica e il montaggio paiono proprio di derivazione coppoliana.

Naissance Des Pieuvres

Questo genera due conclusioni: la prima è la stereotipizzazione di alcune immagini che sembrano un po’ troppo adolescenziali proprio nella forma, la seconda è che la rigidità dei personaggi nei rapporti con il prossimo porta a una scarnificazione dei dialoghi che richiamano da non troppo lontano il minimalismo comunicativo di Robert Bresson.

E proprio l’impossibilità di comunicare tramite le parole, che a tratti lascia trasparire con venature pessimistiche l’inutilità della parola stessa, è uno dei temi centrali dell’opera. La ricerca e l’approfondimento conoscitivo che si attua nelle ragazze sfrutta il dialogo ma al contempo lo distrugge, in quanto più che sottostante al sempre incombente fraintendimento, emerge come la maschera umana più sottile e difficile da scoprire e sconfiggere, perché spesso viene indossata dall’inconscio umano. E’ l’assuefacente ego che ordina il nostro attaccamento al mascheramento del nostro più intimo io in favore d’una fittizia e standardizzata interfaccia interpersonale.

Purtroppo questo nel film porta a una villanizzazione del maschio, in quanto le maschere più importanti sono quelle indossate per conquistare ragazzi rappresentati come casinisti e animaleschi nel loro fiutare le ragazze. Finendo poi per rimarcare come le ragazze non abbiano assolutamente bisogno dell’individuo maschio.

Diciamo che non è un dramma dal momento in cui la tematica dell’omosessualità femminile è proprio quella che sorregge l’intero film. E lo fa anche bene.

Le brave interpreti giocano in continuazione con sguardi e carezze abbozzate, con frasi non dette e baci non dati [ma anche dati], e l’intrigante scoperta del sé più maturo che distrugge inesorabilmente quello infantile coinvolge lo spettatore che, seppur può immaginare tutto con anticipo, è partecipe sin dalle prime battute all’ambiguità delle protagoniste.

Naissance Des Pieuvres

Naissance Des Pieuvres è un film tanto dolce quanto crudo. La corsa in bicicletta, le confessioni intime fatte su deserte gradinate e il bacio dato quando l’altra persona è di spalle sono momenti di assoluta poesia che stridono [abbastanza bene] con le scene più dure. E’ difficile dimenticare lo sverginamento di una delle protagoniste, come il non elegantissimo sputo finale, senza contare i numerosi nudi adolescenziali che, lungi dall’avere uno sguardo pedofilo, conferiscono veridicità all’aspetto psicologico dei personaggi.

Più sottile ma egualmente presente è un certo smalto feticista che arricchisce l’opera qua e là. Non vorrei esagerare chiamando in causa il maestro del genere Luis Buñuel, ma i piedi nudi si sprecano. E vabbè che molte scene sono girate in piscina, però… Intendiamoci, non sono assolutamente da disprezzare, anzi, però direi che la cosa non è affatto casuale. Senza contare la scena del torsolo di mela, che non vi racconterò ma che è feticismo puro, non in senso sessuale ma proprio nel senso di conferire un’importanza quasi apotropaica all’oggetto comune che agli occhi di un individuo può diventare il più bramabile dei feticci.

D’altronde Céline Sciamma pare proprio sussurrare all’orecchio dello spettatore la sua idea che tutti, soprattutto nella nostra adolescenza, abbiamo fatto piccoli gesti o piccole azioni che si muovevano in questa direzione, solo che non eravamo abbastanza maturi da poterla riconoscere.

E infatti sono proprio le scene delle azioni banali, quelle che si fanno fra sé e sé, che conferiscono all’opera quell’alone poetico necessario a forgiare lo stile personale della regista e del film.

E’ interessante notare oltretutto l’aspetto simbolico del film. Diversamente da quanto avviene in Tomboy il simbolismo dell’immagine è presente in varie occasioni, tra cui la scena finale e, soprattutto, nei significati che vengono attribuiti all’acqua, elemento da sempre utilizzato per rappresentare la purificazione ma che in quest’opera io interpreterei maggiormente come elemento del contagio, del cambiamento ma nient’affatto in un senso puro.

Naissance Des Piuevres

Naissance Des Pieuvres è dunque l’ottimo esordio di Céline Sciamma che, malgrado non riesca a staccarsi totalmente da un cinema a tratti costellato da stereotipi [comunque molto ben interpretati], riesce a suscitare il nostro pieno interesse tanto per la forma quanto appunto per i mutamenti dei sentimenti, di psicologia e di coscienza delle protagoniste.

8

Danilo Cardone

2 commenti leave one →
  1. 23 maggio 2011 08:24

    Forse è nata una stella… Sono contento che, con Tomboy, si apriranno le porte del mainstream italiano per questa promettente regista francese. Aria fresca per un cinema decrepito. Sono stati girati talmente tanti film che credo sia semplicissimo cadere negli stereotipi o nel “già visto”, ma trovo encombiabile lo sforzo continuo nel cercare qualcosa di nuovo. O nel reinterpretare qualcosa di già fatto in maniera diversa, solo così il cinema può continuare a evolversi.

    • 23 maggio 2011 12:05

      concordo pienamente con te🙂

      Si, diciamo che la Sciamma non fa un cinema di rottura, ma fa un cinema di poesia. Mette il sentimento laddove manca da tempo.

      ^_-

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