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Orwell 1984 – Michael Radford [1984]

13 maggio 2011

2 + 2 = 4,5

Orwell 1984

Quanto è importante la libertà per l’uomo?

Quanto è importante definire la libertà per l’uomo?

E quanto è importante stabilire chi debba definire la libertà per l’uomo?

Quando George Orwell nel 1948 scrisse il suo romanzo 1984, viveva in un’epoca costellata da totalitarismi. Era ovvio [affermato ovviamente a posteriori] che la sua visionarietà non sarebbe rimasta insensibile alle repressioni che ogni giorno poteva osservare di persona o semplicemente leggendo un giornale.

Il suo romanzo è un’opera di intelligenza straordinaria che tenta un attacco [in]diretto ai sistemi contemporanei di repressione delle libertà di azione e ancor peggio di pensiero, ambientato in un possibile futuro che, non troppo casualmente, è a 36 anni di distanza dalla data di scrittura.

Detto ciò, cioè molto poco, su un libro che meriterebbe kilometri di parole, ecco che nel, per l’occasione famigerato, 1984 il regista Michael Radford realizza la sua rappresentazione del finora citato capolavoro letterario.

La visione che Radford tenta di restituire è il più possibile orwelliana e all’epoca il suo film venne apprezzato da entrambi critica e pubblico.

Orwell 1984

A distanza di anni però, lontani quindi da un possibile effetto stupore di fronte a una fotografia eccezionale, l’intera opera non convince molto, anzi…

La fedeltà della narrazione rispetto a quanto presente nel libro è sufficientemente buona e l’atmosfera di oppressione sia fisica che psicologica è ben evidenziata nella sua trasposizione su schermo. Gli ambienti sono definiti in uno stile retrò-futuristico un po’ perché per rappresentare un futuro obbligatoriamente non conoscibile e per distaccarsi dal modello del presente si va a scavare nella fossa del passato, e un po’ perché nel suo tentativo di attenersi il più possibile all’idea orwelliana di ambiente, rappresentare a livello scenografico la decadenza sulla base di uno stile molto anni ’40, non è affatto un male.

D’altronde è proprio il carattere distopico del romanzo a richiedere una asetticità ambientale e relazionale, per le quali il modello primo e inequivocabile non può che essere rintracciato nel formalismo spaziale e psicologico che attanaglia la società-macchina lavoratrice inscenata magistralmente nel ’27 da Fritz Lang nel suo inarrivabile capolavoro Metropolis.

Però, mi pare ovvio, questo non può essere sufficiente a fare di questo film un’opera altrettanto importante.

Orwell 1984

La fotografia, come già accennato, è davvero buona e costantemente presente in ogni scena. Andando però indietro di tredici anni ci potremmo imbattere in quel THX 1138 [che in Italia venne ribattezzato L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro] nel quale un esordiente George Lucas cimentandosi proprio sulla base del 1984 di Orwell, riesce a tirar fuori [tra l’altro con mezzi e tempi limitatissimi] un’opera di straordinario impatto visivo che non si limita alla bidimensionalità del piacere estetico formale, bensì possiede la capacità di portare lo spettatore a dimenticarsi totalmente d’essere in un mondo diverso da quello rappresentato.

E’ evidente quindi che Radford ha in mente la messinscena di Lucas, come è altrettanto evidente che la apprezza. C’è da chiedersi allora come mai non riesca ad essere altrettanto efficace. Io credo che le esigenze della produzione così come gli forzarono l’inserimento di una colonna sonora parzialmente creata dal gruppo del momento Eurythmics, lo obbligarono a non essere così sperimentalmente radicale come il suo predecessore, in favore di una immediata godibilità per un vasto ed eterogeneo pubblico.

Purtroppo la noia prende il sopravvento persino sulla bontà dell’immagine, e se il regista è stato bravo a restituirci un senso di paranoica oppressione, questo certo non agevola la visione. Per di più la storia d’amore se da un lato parte bene, dall’altro finisce male. Ma non perché l’amore non funzioni fra i protagonisti, bensì perché all’inizio parte come un possibile diversivo alla routine, ha dell’intrigante, è innegabile, ma poi si perde per strada rimanendo troppo inconcluso e vago.

Orwell 1984

Perché quindi questo film ha avuto tanto successo?

Beh, innanzitutto ci sono ripetute scene di nudo integrale. Soprattutto della protagonista Suzanna Hamilton. Come per il sentimento amoroso, anche il nudo inizialmente ci aggrada ponendoci davanti agli occhi senza mezze misure ciò che nel mondo dei protagonisti è centro nevralgico di repressione. Poi però, si ripete, si reitera senza evolversi, anzi, diventa semplice infelice trovata che è tale se non per l’occhio dell’uomo e della donna che alla fine del film ricorderanno come scena topica proprio quella del nudo.

Ciò che dà prestigio a questo film rimane comunque la storia di partenza. Ciò che al pubblico piace è Orwell, non Radford.

E non è che basti inserire qualche frase pseudo-filosofica qua e là sulla società per dare profondità al film. Per carità, la sceneggiatura è buona, però non basta.

Il film non ha una benché minima parvenza di ritmo e, purtroppo, non racconta nemmeno bene la storia! Tutto è confuso nella mente dello spettatore che, anche se può apprezzare l’immagine, non potrà mai essere partecipe ai drammi del protagonista.

Ruolo del protagonista che fortunatamente venne affidato a un bravissimo John Hurt, affiancato da un Richard Burton alla sua ultima apparizione cinematografica.

Orwell 1984

Questa non è quindi un’opera disprezzabile, ma solo perché l’ancoraggio alle idee di Orwell è molto forte. Dove sta quindi il cinema? Nella sola tecnica?

No, purtroppo risiede anche nella noia.

4,5

Danilo Cardone

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3 commenti leave one →
  1. 21 maggio 2011 20:57

    Era un sacco di tempo che desideravo guardare un classico, ma più ci meditavo più non mi venivano idee che davvero mi stimolassero. Ecco che ho trovato l’idea!!!

  2. Cape permalink
    31 maggio 2011 09:59

    Condivido l’analisi fatta: il romanzo è uno dei miei libri preferiti, lo considero un capolavoro assoluto sia di forma che di contenuto. Il film purtroppo, nonostante sia abbastanza fedele nella trasposizione della trama, riesce ad essere solo molto noioso.

  3. 3 giugno 2011 23:42

    “Ciò che dà prestigio a questo film rimane comunque la storia di partenza. Ciò che al pubblico piace è Orwell, non Radford.” Stupenda contestualizzazione.
    Il libro schiaccia il film, anche perché la trasposizione è obiettivamente proibitiva visto quanto i sensi prevalgano sulle azioni di una vita svolta con quotidiana ripetitività. E allora ben venga la variazione di John Lucas (non l’ho mai visto…) o altri esempi di registi che in casi come questo portano il film fuori dal libro allo scopo di restituirne un’interpretazione interessante.

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