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Motel Woodstock – Ang Lee [2009]

30 aprile 2011

Hey Ang, I heard you shot your movie downda evitare

Motel Woodstock

Motel Woodstock narra la vera storia [gonfiata un po’ qua un po’ là] del ragazzo che organizzò lo storico festival di Woodstock. No, non sto parlando dell’ideatore Michael Lang, ma di Elliot Tiber [Teichberg nel film] ovvero colui che sperando di poter risanare i bilanci del piccolo motel dei genitori situato al bordo di una strada secondaria e semidimenticata degli States, presenta il vicino di fattoria Max Yasgur al sopracitato ideatore e promotore Michael Lang.

La storia è quella, di lì non si scappa. È tratta dall’autobiografia di Tiber, quindi più certificata di così non potrebbe essere.

C’è però qualcosa che a mio avviso non funziona.

Credo già la scelta del regista non sia delle più felici. Ang Lee è un buon regista. Per alcuni uno dei più importanti del nostro tempo. Per me è uno che sa fare il suo mestiere. Se però fa faville ne I Segreti Di Brokeback Mountain, dà un’ottima prova in Ragione e Sentimento [ma su soggetti analoghi, sempre a mio modesto parere, si può trovar di meglio] e annoia con eleganza in Tempesta Di Ghiaccio, mi pare sufficientemente evidente che la tematica un po’ frivola di come sia stato organizzato il più grande raduno hippy della storia non sia proprio nelle sue corde. Se poi decide persino di metterla giù come una commedia, il danno è fatto.

Gli attori non sono disprezzabili, ma è la caratterizzazione dei personaggi che non convince molto. Il protagonista interpretato da Demetri Martin sarebbe credibile stessimo guardando un telefilm. La faccia da “bamboccione” potrà anche averla, ma gli manca lo spirito dell’epoca che cerca di interpretare. La madre è un’ottima Imelda Staunton ma, anche qui, lei sarà anche brava ma il personaggio è troppo fumettistico. Emile Hirsch, l’Alexander Supertramp di Into The Wild, ha uno stile credibile ma gli vengono imboccate battute di una superficialità disarmante.

Ang Lee in questo Motel Woostock pare proprio intenzionato a focalizzare l’attenzione alla psicologia e ai sentimenti dei personaggi infinite volte in meno di quanto aveva già fatto in Hulk. E ho citato Hulk che, detto fra noi, non ha proprio lo spessore culturale e intellettuale più spiccato degli ultimi 10 anni.

Motel Woodstock

La fotografia del film è buona. Nel senso che tutto è colorato e fatato. Però non è Il Mago Di Oz e quindi non fa altro che darci l’idea di una finzione continua in ogni scena. Non c’è coinvolgimento alcuno da parte dello spettatore, almeno che non abbia meno di 10 anni. E non abbia mai ascoltato un brano degli anni ’70.

Insomma, tutto pare finto, plasticoso, impacchettato nella fabbrica e scartato due minuti prima di metterlo sul set del film.

E, ahimè, non ci sono nemmeno le musiche a tenere su il film!

Jefferson Airplane, Janis Joplin, Canned Heat, Arlo Guthrie, Grateful Dead… ci sono, ci sono, ma si sentono tutti in un sottofondo talmente arduo da udire, oppure per tratti talmente brevi che nemmeno dovrebbero essere menzionati nella colonna sonora. Insomma, è pur sempre un film su Woodstock!

Poi ci sono i Doors, che a Woodstock non ci andarono ma che fanno molto fine anni ’60. Ma che a Woodstock non ci andarono.

E poi c’è l’esperienza acida del protagonista. Fatata anch’essa. Della serie “non mi faccio di lsd perché mi sembra una cosa da ragazzini babbei, ma talmente babbei da essere fan di Justin Bieber”. Lsd. Non zucchero filato. Le droghe hanno avuto un peso ben maggiore nella questione ’68. E soprattutto in quel di Woodstock.

Tutto l’insieme è a mio avviso poco credibile. La scena della festa nel pub è tipicamente una festa americana degli anni 2000. Ragazze con i capelli ultrastirati e ragazzi con le magliettine appena lavate e stirate. Dove nell’idillio più assoluto il protagonista scopre di essere straordinariamente omosessuale. The revelation. Più che un’esperienza personale sembra proprio uno spot in favore del perbenismo più bieco.

Uniche note positive un convincente Eugene Levy [il papà in American Pie] nel ruolo del fattore Max Yasgur e un Jonathan Groff impressionantemente identico all’originale Michael Lang.

Motel Woodstock

Nessun film è da evitare in senso assoluto, però diciamo che potreste utilizzare meglio il vostro tempo. Magari [ri]guardandovi il film documentario del ’70.

4

Danilo Cardone

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5 commenti leave one →
  1. persephone81 permalink
    7 maggio 2011 00:34

    Non posso che essere totalmente d’accordo.

  2. 3 giugno 2011 23:20

    Concordo pienamente. Non si è capito se con tale rievocazione di Woodstock (personalmente non riesco più a reggere neanche il documentario originale…) si cercasse di trovare parallelismi con l’attualità o se il regista si è limitato a ripercorrere la vicenda per inneggiare alla diversità come spesso ha fatto con risultati nettamente più soddisfacenti. Il buon Emil Hirsch impazzito in Vietnam, sarebbe anche bravo, ma quanti precedenti ha alle spalle?
    Nessun film è da evitare in senso assoluto, sono d’accordo anche in questo…

  3. 8 giugno 2011 00:44

    Io sono apolitica, premetto.
    Ma, da buona rocker di vecchio stampo, non posso che drizzare le antenne, quando vedo rifacimenti moderni di cose d’epoca; certo che questo genere di rifacimenti per fighetti borghesotti pseudo-alternativi, beh, mi fa vibrare d’odio.

  4. 8 giugno 2011 00:45

    …voglio vedere quanti di quei ragazzini in quel pub, nella festa americana anni 2000 (quoto) sarebbero sopravvissuti calandosi un trip e ascoltando “Introduzione” dei Balletto di Bronzo!!!

    • 8 giugno 2011 01:58

      Il loro “trip” si chiama denaro e celebrità.
      Amen. Finiranno presto nell’oblìo assieme a questo film.

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