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Atto Di Primavera – Manoel de Oliveira [1963]

29 aprile 2011

Exultet iam angelica turba caelorum

Atto Di PrimaveraE’ difficile scrivere a riguardo di un film come Atto di Primavera.

D’altronde Manoel De Oliveira, cineasta portoghese ancora in attività a 103 anni suonati, non è un regista molto comune.

E’ inutile negarlo: il film è di quelli che fanno uscire il pubblico dalla sala se non si ha troppa confidenza con quello che solitamente viene denominato “cinema d’autore”. Ma non si pensi a questo film come a un film lento! O meglio, se trovate i sette giorni della passione di Cristo un racconto lento, allora anche questo lo sarà.

Perché questo è il tema centrale del film: la messa in scena in un paesino sperduto del Portogallo del nord delle vicende bibliche, da parte degli abitanti stessi del paese.

Di fatti, quindi, ne accadono.

Ciò che scoraggerebbe [mi permetto di dire, a torto] lo spettatore è però la forma con la quale viene realizzata: gli attori non sono professionisti, il film non è parlato ma cantilenato ed è girato a mo’ di documentario.

Però sta proprio qui la genialità dell’opera!

Il film inizia con gli abitanti del villaggio intenti a prepararsi per la messinscena. Trucchi, vestiti e quant’altro. Altri abitanti invece fanno ciò che fanno di solito per le vie diroccate del paese, come fossero semplici comparse dell’azione.

Al contempo ecco che alcuni spettatori in abiti moderni sopraggiungono e si appostano per osservare ciò che sta per essere inscenato. Tutto fa pensare a un normale svolgimento dell’azione, e invece così non è perché mentre tutto ciò accade arriva Gesù Nazareno e il suo arrivo è talmente inaspettato che pare cogliere di sorpresa persino gli attori!

E così la macchina da presa assiste alla rappresentazione proprio come assisterebbe il nostro occhio se fossimo lì, fra la gente, fra le comparse, fra i discepoli.

Lo spettatore non è più solo spettatore ma è partecipe all’azione. Passivamente, è chiaro, ma è restituito un punto di vista interno all’azione stessa, per certi versi neo-realista, che ci vincola agli avvenimenti e ai loro significati.

E mentre lo spettatore si ritrova assorbito nella realtà inscenata, i veri protagonisti si muovono perfettamente nello spazio. Aperto. Totalmente. Tutto è girato all’aperto. Senza scenografie se non quelle naturali e poco altro costruito in legno e con tende.

E non perché Manoel de Oliveira sia un pre-minimalista bensì perché ciò che sta accadendo davanti alla macchina da presa è esattamente ciò che accadeva durante le rappresentazioni sacre medievali in quella zona del Portogallo. E’ filologico. L’assenza del supporto scenografico è tale in quanto nel secoli XII e XIII era ormai decaduto da quasi un millennio il teatro greco-romano ed era ancora presto per il recupero formale che ne farà il Rinascimento.

In altre zone del Portogallo le scene vengono recitate sulle delle barche [o barco] mentre in altre zone d’Europa si caricava tutto su un carro e si vagava per le strade proponendo non il sacro nella forma teatrale, ma la forma teatrale del sacro.

Tutto è quindi funzionale alla comprensione e alla compassione delle vicende cristologiche.

De Oliveira ben sa tutto ciò ed è proprio per questa ragione che spinge il suo sperimentalismo all’estremo eliminando persino i dialoghi recitati tramite il semplice utilizzo della parola in favore del preservamento della forma autoctona originale della pantomima che prevede l’uso sì della parola, ma cantanta, anzi, cantilenata. In versi, per aumentare la musicalità. Proprio come solevano fare i monaci medievali che per una totale trascendenza dell’anima cantilenavano i versi della Bibbia.

Ed è così anche qui, ogni verso è trascinato, quasi invocato!

Lo spettatore è dentro alla scena non solo visivamente ma anche tramite il suono. È un movimento acustico al limite dell’ipnosi.

La versione italiana è sottotitolata in italiano per agevolare la comprensione dei fatti, ma basta una conoscenza evangelica basilare per riconoscere quando Gesù Cristo viene venduto da Giuda, o portato al cospetto di Ponzio Pilato e per identificare il Diavolo con un personaggio fortemente caratterizzato dai quei pochi elementi che porta addosso.

E così fino alla fine, per tutti i 94 minuti. O meglio, la fine astrae il tutto grazie ad un ritorno alla realtà, che forse, ora, sarebbe meglio chiamare contemporaneità.

Atto Di Primavera è un cinema cosciente nella sua incoscienza che non vaga solitario nell’immensa nube della produzione cinematografica novecentesca, ma che trova vari punti di contatto sia nell’uguaglianza che nell’antitesi con altre opere precedenti e successive.

Se infatti le inquadrature verticalmente scorciate riportano a Dreyer o al formalismo di Ėjzenštejn, la caratterizzazione ambientale, la musicalità della parola e la non totale definizione fra spazio [e tempo] scenico e proscenico ci proiettano direttamente verso il film cult del ’73 Jesus Christ Superstar.

Totalmente opposto è invece il modo di trattare la sacralità, presunta o reale, dei personaggi che Luis Bunuel propone nel suo Simon Del Desierto datato 1965.

E ancora reminiscenze di Atto Di Primavera sono riscontrabili nell’estremo [e consapevole?] lavoro di Ciprì e Maresco, Totò Che Visse Due Volte del ’98.

E la lista sarebbe ancora lunga, da Pasolini a Zeffirelli e oltre…

Atto Di Primavera non accontenterà tutti, anzi, forse ben pochi. Ma dal momento in cui Cinema [e non prodotto-cinema], Religione [per la sua sacralità, e non per il bigottismo o la comoda ignoranza], Teatro e Filologia, sono comunemente snobbati dall’arroganza e della presunzione del sapere sulla base dell’affermazione di sapere e non del Sapere vero e proprio, non c’è da stupirsi ma da apprezzare in religioso silenzio.

Danilo Cardone

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